Fantasia

Fantasia
La brama della scrittura arde come una fiamma in un cuor propenso. Vivì

La colomba della pace

La colomba della pace
Vola la colomba della pace di blog in blog e preghiamo perché si posi su tutto il pianeta.

Pages - Menu

Translate

Visualizzazione post con etichetta Racconto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Racconto. Mostra tutti i post

domenica 8 agosto 2021

Kristell e il feudo di ghiaccio (ultima parte)


Una profonda angoscia le pervase l'animo. Intorno a lei vi era solo morte e desolazione. Il vento continuava a soffiare sibilando e solo dopo un po' di tempo le rimandò una voce soffocata dalla lontananza, che la stava chiamando.

«Kristell…Kristell, mi senti?»

«Erronn! Santo cielo! Dove sei? Non ti vedo!» gridò lei cercando di sovrastare il sibilo del vento, mentre la speranza tornava a rinascere nel suo cuore.

«Stai ferma dove sei! Per carità! Non fare un passo in più! È una trappola!»

«Credevo fossi morto! Ho avuto tanta paura! Ma dove sei?»

«Non c’è molto tempo! Ascoltami bene! Alla tua destra vi è l’ingresso di una grotta. Non devi assolutamente entrare! Finiresti nella stessa mia trappola! Hai capito bene, Kristell? Non devi entrare!»

Ma le parole che giunsero alla fanciulla, furono spezzettate e stravolte dal vento, tanto che Kristell riuscì ad afferrare solo grotta e alla tua destra.

Credendo che lui le stesse indicando un rifugio, la ragazza si mosse in quella direzione, sicura di ritrovarlo all’interno, ma appena fece il suo ingresso nell’antro, venne avvolta da un vortice impetuoso e trascinata in un mulinello senza fine.

Si sentì afferrare, trascinare via con violenza e non ebbe nemmeno modo di urlare. Tentò invano di contrastare la forza che la stava trascinando verso un pozzo d’oscurità, una voragine circolare fatta solo di ghiaccio. Ma la lotta risultò impari e Kristell scomparve risucchiata nel budello glaciale.

Ed ebbe inizio un incubo! Si ritrovò prigioniera in una spirale di ghiaccio, un tunnel la cui volta si snodava in volute serpentine, come si trovasse a scivolare su un enorme toboga.

Riuscì a superare le prime giravolte del tracciato senza affannarsi molto. Disgraziatamente, lo scivolo divenne ben presto quasi perpendicolare, tanto da costringerla a temibili giri a testa in giù e, per alcuni, interminabili minuti, quella folle discesa si trasformò in una orribile caduta a precipizio. La forza centrifuga dovuta alla velocità acquisita sui pattini, in certi punti la teneva inchiodata sul basso, in altri a testa in giù, con le lame infisse a quello che doveva essere il soffitto.

Dopo qualche folle giravolta perse la cognizione di quel che faceva. Kristell non era più in grado pensare con coerenza e agiva soltanto come le suggeriva l’istinto.  Avvertiva solo il raschiare dei pattini e il pulsare violento del suo cuore nel petto.

mercoledì 4 agosto 2021

Kristell e il feudo di ghiaccio (2a parte)




Tuttavia, dopo pochi istanti poteva ancora avvertirne il peso, ciò significava che la ragazza era ancora assicurata alla cinghia.

“Che diamine!” sospirò sollevato, “possiede davvero sette vite come i gatti!” Ma il pericolo era ancora reale ed Erronn doveva sbrigarsi a issare la ragazzina.

La manovra risultò ancora più ardua e faticosa di quanto avesse creduto. La sua forza di volontà venne messa a dura prova a causa  dei muscoli delle spalle e delle braccia che gli dolevano e le mani che gli bruciavano.  Lo strofinio della corda aveva già procurato tagli profondi nei guanti e aveva lacerato i palmi delle mani, tanto che le ferite iniziarono presto a sanguinare ma, Erronn, era tanto preso dall’urgenza da non farci caso. Non poteva, e non doveva assolutamente, lasciar cadere la ragazza.

Le pareti dell’orrido si avvicinavano inesorabilmente e a lui rimaneva solo pochissimo tempo, forse una manciata di secondi per strappare quella giovane vita al crepaccio.

Nel frattempo, anche Kristell si era accorta di ciò che stava avvenendo e, nonostante il terrore, ci mise tutto il suo impegno per agevolare l’azione del suo soccorritore.

Forse, fu proprio la forza della disperazione che moltiplicò le loro forze infondendo a entrambi l’energia necessaria.

Mentre le due pareti di ghiaccio scricchiolando sinistramente si avvicinavano l’una all’altra, Erronn riuscì a tirarla fuori, strappandola alla morte. Appena fu alla sua portata afferrò la ragazza e lei si aggrappò alle sue spalle, come un naufrago all’ancora di salvezza. Abbracciati, crollarono entrambi esausti sul fondo ghiacciato mentre, le due pareti del baratro, con un sonoro boato combaciarono alla perfezione.

Ci vollero alcuni minuti, prima che i loro respiri si normalizzassero, così come i battiti cardiaci. Solo allora Erronn, osservò la ragazzina minuta riversa accanto a lui.

«È mancato veramente poco! Passata la paura?»

Un pallido sorriso illuminò il bel viso congestionato dal gelo. Ma le labbra illividite e prive di sensibilità   tremarono in una smorfia. Era palese che Kristell avesse subito un trauma psicologico e che fosse allo stremo.

«Mi dispiace, ma dobbiamo alzarci e allontanarci il più possibile da qui. È necessario cercare un rifugio per la notte. Ce la fai a stare in piedi?» le domandò porgendole le mani per aiutarla.

Lei annuì a malincuore.

«Sì che ce la fai! Sei bravissima! Ti ho vista scendere con i pattini a una velocità impressionante. E che agilità nell’evitare gli ostacoli improvvisi! Sai cosa ho pensato in quel momento? Che tu fossi nata con i pattini ai piedi!»

L’aveva affermato con così tanta ammirazione che riuscì a strappare una risatina spontanea alla ragazzina, ed Erronn ne fu ben felice constatando che aveva ottime qualità di ripresa.

«Vieni, andiamo! Non molto lontano da qui, vi sono delle grotte, un ottimo rifugio per la notte.»

lunedì 2 agosto 2021

Kristell e il feudo di ghiaccio

 


Kristell era una ragazzina di quattordici anni che viveva in una piccola cittadina da fiaba e una ridente località medioevale, le cui case erano disseminate su di una collina e cintate da alte mura fortificate. L’ antico borgo era  dominato dall’ alto da quattro torrioni di un imponente castello, residenza dei regnanti.

La ragazzina abitava in una piccola casa molto modesta ai piedi del colle, che prendeva il nome dal feudo: Kristallberg, situato vicino a un ghiacciaio.  Ed era proprio per la vicinanza ai ghiacci perenni che la temperatura scendeva di parecchio sotto lo zero donando al paesaggio un aspetto magico.

Erano anni che si sussurrava che il ghiacciaio stava avanzando pericolosamente ogni anno sempre più al piccolo principato e che, prima o poi, tutta la collina sarebbe stata catturata nelle fauci gelide e vi sarebbe rimasta imprigionata per sempre.

Kristell, intimorita da quelle dicerie, aveva provato a chiedere spiegazioni alla madre ma la donna divagava con le risposte, per finire chiaramente imbarazzata,  a trincerarsi in un inspiegabile silenzio.

La ragazzina rinunciava a insistere, anche se nel comportamento della madre avvertiva qualcosa di grave.

Kristell amava pattinare sul ghiaccio. Aveva anche partecipato a molte gare di velocità e, alcune volte aveva primeggiato anche su concorrenti maschili.

Anche quel giorno, dopo aver studiato e dopo aver aiutato la madre a sbrigare le faccende domestiche, aveva preso i pattini e si era diretta sul lago ghiacciato, dove si allenava normalmente per tutto il pomeriggio.

Stava pattinando da più di un’ ora quando, guardando il ghiacciaio riflesso sulla pista, le parve che questo incombesse più alto e minaccioso che mai.


lunedì 19 luglio 2021

Ali candide nel cielo (ultima parte)





Chrisell urlò di dolore, e se non fosse stato per il sostegno di Mark, sarebbe precipitata nel vuoto.

Le tre orripilanti creature accerchiarono il pegaso costringendolo a scendere, ma proprio in quel momento apparve Alyser.

Il gracchiare sonoro delle arpie, seguito dall’urlo di Chrisell, si era espanso nel cielo che si stava schiarendo, ed era stato udito dalla giumenta e da Silvestre.

«Deve essere accaduto qualcosa di terribile! Torniamo indietro amica mia!» l'aveva esortata l’amazzone.

«Tieniti forte, mia signora!» le aveva raccomandato Alyser, quindi, fatta una rapida giravolta, si era diretta verso gli strepiti provocati dalle arpie.

“Per tutte le stelle!” pensò Silvestre nel ravvisare la situazione drammatica che stavano vivendo i suoi protetti. “Gylldor sembra allo stremo, quanto tempo potrà resistere?”

Spronò Alyser ad accelerare, tuttavia, prima di raggiungerli, la figura mitica del sovrano a cavallo di un mastodontico pegaso s’interpose tra loro.

«Dove credevi di andare, mia bella signora?» Silvestre frenò la corsa della giumenta e avvolse in uno sguardo di fuoco il suo acerrimo nemico. «Togliti di mezzo, se non vuoi finire male!» lo minacciò.

Zephar si lasciò andare in una risata satanica, quindi le rispose: «Fossi in te non farei tanto la baldanzosa, piuttosto mi guarderei alle spalle!»

Silvestre subodorò un tranello, ma sbirciò all’indietro e intravide una schiera di sgherri a cavallo di altrettanti pegasi.

«Non credi sia il caso di arrendersi?» domandò il sovrano, caustico.

«Mai!» sibilò la dama «Piuttosto che finire tua prigioniera, preferisco la morte!»

Quella risposta imperiosa colpì come una sferzata Zephar, che indietreggiò impercettibilmente, quasi fosse mortificato.

«È un vero peccato!» rispose, nascondendo la delusione. «Sappi che non ti avrei mai considerata una schiava, ma la regina del mio castello e» sospirò con una pausa a effetto «la regina del mio cuore» aggiunse, con una mano sul petto.

Silvestre lo derise, sprezzante: «Impossibile! Tu non possiedi un cuore!»

«Ora basta! Se non posso averti è inutile che tu viva!» urlò spazientito il Malefico attaccando per primo. Dalle sue mani partì una miriade di strali di fuoco, ma la dama fu lesta ad alzare uno scudo difensivo su cui andò a infrangersi la pioggia di scintille.

Tuttavia, anche se all’esterno appariva indomita e determinata, la Dama del bosco era profondamente preoccupata. Poco distante riusciva a vedere Gylldor e i suoi amici in grande difficoltà. Mark era impegnato a sostenere e a difendere la silfide, per quanto gli era possibile nella sua posizione, e il pegaso lottava con la forza della disperazione per non soccombere agli artigli, ma soprattutto alla stanchezza, che s’indovinava nei movimenti forzati.

“Cosa gli è successo? La trasformazione avrebbe dovuto infondere più vigore ai suoi muscoli. Perché è così esausto?” si chiese difendendosi da un nuovo attacco, costretta a concentrarsi sul nemico. “Non posso fare nulla per loro, e per me è giunta l’ora della verità. Se voglio salvare queste creature e quelle del mio regno, questo demonio deve morire. O me o lui!” terminò con amarezza, quindi sferrò il suo attacco.

Mentre il sole riappariva lentamente dall’ombra della luna, nel cielo si moltiplicarono gli scoppi e le deflagrazioni, come tanti tuoni e fulmini durante un temporale. I riverberi che ne derivavano misero in luce le onde placide del Lago Smeraldo che si stendeva decine e decine di metri sotto il punto dello scontro.

Presi dalla foga del combattimento, i contendenti non si erano accorti di essere sullo spartiacque tra i due regni. In lontananza erano appena visibili le cime degli alberi più alti del reame della boscoso, che si protendevano verso il cielo e sembravano indicare la via del ritorno alle creature silvestri. “Dobbiamo arretrare!” si disse Zephar “Nel caso dovessimo sconfinare, la dama acquisirebbe troppa energia dalla sua terra e dai suoi elementi e rischierei di perdere tutto” realizzò tra sé, mentre lo scontro proseguiva alla pari.

Mark, non potendo combattere, si limitava a difendere il corpo inerme della silfide e, ogni tanto, lanciava un’occhiata verso i due contendenti.

martedì 13 luglio 2021

Ali candide nel cielo ( 7a parte)

 




Prigioniera

 

Inutilmente Gylldor impiegò tutte le sue energie in difesa della silfide. I due giganti erano troppo forti perché l’unicorno, dal fisico ancora debilitato, potesse sperare di prevalere. Eppure, nonostante quella residua debolezza, Taresh dovette faticare non poco per raggiungere il corpo riverso della creatura silvestre.

«Lo sapevo, era un po’ che ti percepivo nell’aria. Avvertivo un singolare alone di magia intorno all’unicorno, subodoravo la tua presenza. Ma non potevo sperare di catturare una preda così interessante.»

Taresh prese tra le dita una ciocca serica dei lunghi capelli di Chrisell e si mise ad annusarla con aria deliziata: «Una creatura così rara, così diafana e delicata. Immagino la felicità del mio sovrano quando ti vedrà!»

«Non toccarla!» urlò Gylldor strattonando le corde che lo tenevano di nuovo impastoiato e rischiando di cadere «Non sei degno nemmeno di sfiorarla!»

«Oh, non temere! Non le farò del male. Comunque, hai ragione. Una silfide non è affatto una creatura adatta a un gigante come me, ma il Signore del male troverà sicuramente un ruolo che le si confaccia. In quanto a te» terminò con aria bellicosa e sollevando senza il minimo sforzo il corpo minuto tra le sue braccia «ti consiglio di startene buono se non vuoi che finisca male. E non sperare nell’aiuto del tuo amico, d'ora in poi sarai guardato a vista!»

«Norok» ordinò infine «Sei responsabile di questo unicorno. Tieni il tuo sguardo ottuso puntato su di lui e non abbandonarlo mai, qualsiasi cosa succeda!» terminò, volgendo le spalle e portando via la silfide ancora svenuta.

Chrisell riprese i sensi, attanagliata da un senso di nausea e di disagio infinito. Tutto si muoveva e dondolava intorno a lei, e la prima cosa che distinse furono gli occhi fosforescenti delle arpie fissi sulla sua figura. “Dove sono?” si domandò per un attimo, ancora intontita. “Sono prigioniera!” constatò amaramente tendendo le braccia alle sbarre che la circondavano per aiutarsi a sollevarsi.  Ma la manovra non le riuscì, un po’ perché l’altezza della gabbia in cui era stata rinchiusa non le permetteva di stare ritta, ma soprattutto perché le sue mani non solo erano state fasciate in bende molto spesse, ma erano anche legate in un modo tale che non riusciva ad avvicinarle. Chiunque fosse il suo aguzzino si era dimostrato previdente, impedendole di poter usare la sua magia, che si attivava solo grazie ai gesti arcani che solo lei era in grado di fare.

mercoledì 7 luglio 2021

Ali candide nel cielo (5a parte)

 


Mark

Mark si torturò per giorni nella speranza di riuscire a escogitare un piano di fuga semplice ma efficace. Ma non era affatto facile evadere da quella prigione; i muri erano molto antichi, dello spessore di un metro circa, la piccola finestra sbarrata da solide inferriate, la porta di legno massiccio rinforzata da sbarre di metallo.

Studiò a lungo gli orari dei carcerieri, il cambio dei turni, quello dei pasti e quello dei controlli che venivano effettuati regolarmente attraverso gli spioncini. Cercò di vagliare ogni minimo particolare, non tralasciando nemmeno di contare i passi che facevano i carcerieri per coprire la distanza tra la sua cella e la scala che portava ai piani superiori e quindi all’uscita. Tuttavia, dovette convenire che la sorveglianza era così stretta da non lasciare speranza di riuscire a eluderla.

Doveva arrendersi? No, mai! Giunse quindi alla conclusione che non rimaneva altro che l'inganno. In fondo, lui stesso si trovava prigioniero nel regno del male, e forse non sarebbe stato poi così difficile ideare uno stratagemma per abbindolare i suoi carcerieri. Doveva solo riflettere attentamente e aspettare con pazienza il momento opportuno. Si mise a osservare le guardie che s’alternavano nei turni. Non erano molte, ed escluso Taresh, non avevano un’aria particolarmente intelligente. In modo particolare Norok, dall’espressione ottusa, quasi da ebete, che Mark definì una creatura insulsa oltre che bizzarra.

Norok era un colosso che si muoveva al rallentatore, e questa era una caratteristica che poteva tornare a suo favore. Il ragazzo decise che fosse lui l’obiettivo più semplice, e si mise a studiarne le mosse e l’atteggiamento.

Lo colpì il fatto che Norok camminasse come un automa, un burattino. Lo sguardo che si posava su Mark era vacuo, senza alcuno sprazzo di discernimento. Possibile che quell’individuo fosse totalmente privo di senno e di volontà?

La sua osservazione durò per giorni interi, finché un’idea ben precisa si fece strada tra le tante vagliate e già scartate: e se avesse tentato d’imitare il comportamento del gigante? Certo, non poteva sperare che Taresh arrivasse a credere che un prigioniero, finora orgoglioso e indomabile, fosse all’improvviso rimbecillito, ma forse, se fosse riuscito a simulare la rassegnazione e l’abulia di un animo provato da infinite angherie allora, forse, sarebbe riuscito a convincere il suo carceriere e persino il sovrano.

“Cosa ho da perdere? Vale la pena vivere una vita senza mai vedere la luce del sole o senza mai respirare l’aria pura a pieni polmoni?”

«Mark» il suo nome aleggiò nella cella ancor prima che apparisse la silfide.

«Ti porto buone notizie. Gylldor sta bene e ti manda un messaggio.»

 La gioia che gli procurò quell’annuncio era pari all’emozione che provò nel risentire la sua voce.

Fu la sensazione travolgente a indurlo a correre incontro alla giovane, che nel frattempo si era materializzata.

Chrisell arretrò spaventata, ma lui l’afferrò per la vita sottilissima e la sollevò in aria, come non avesse peso. «Sei più leggera di una piuma!» esclamò ridendo e roteando su se stesso. «Oh come sono felice!» continuò ignorando gli occhi sgranati e l’espressione di lei, tra il timoroso e l’incredulo.

Mark non smise mai di girare, piroettando con la fanciulla stretta tra le braccia, fino a che la stanza iniziò a roteare vorticosamente e lui perse l’equilibrio barcollando e crollando poi, insieme a lei, sul mucchio di fieno.

Entrambi distesi per terra in una posizione scomposta, si guardarono allibiti, poi scoppiarono a ridere a crepapelle.

«Sei matto!» riuscì a dire Chrisell tra un respiro e un singulto, «Sei proprio tutto matto!» ma, nel frattempo, non riusciva a smettere di ridere.

Quando il respiro si normalizzò, Mark le si avvicinò e le tolse alcune pagliuzze dai capelli: «Qual è il messaggio di Gylldor?»

«Ha detto di stare tranquillo e che presto vi ritroverete. Ma Mark ascolta» lo ammonì con tono tornato serio «non abbiamo più molto tempo e dobbiamo trovare un modo per farti uscire da qui.»

«Io un piano lo avrei già elaborato. Ma non sono sicuro. Se vuoi te ne parlo, così mi dici cosa ne pensi.»

Il ragazzo iniziò a spiegare delle sue osservazioni e della sua idea di simulare arrendevolezza, rassegnazione, disponibilità a collaborare, con l’intento di migliorare la propria situazione.

«Forse, con questo cambiamento, quel demone si convincerà che non rappresento più un problema e allenterà le maglie della sorveglianza. Forse arriverà anche a darmi fiducia e a liberarmi. È solo questo il mio scopo: voglio tornare libero per aiutare Gylldor e magari trovare una via di fuga da questo regno malefico. Che ne dici, Chrisell?»

«Ti aiuterò, Mark, perché la tua mi sembra una buona idea. Ma secondo me occorre perfezionarla. Bisogna indurli a credere che la prigionia, le privazioni e i maltrattamenti subiti abbiano condizionato in modo tale la tua mente e il tuo cuore da portarti alla follia. Io posso rendere più credibile la tua sceneggiata.»

«Come?» gli domandò lui con un pizzico di preoccupazione.

«Ti fidi di me?»

«Tu sei l’unica amica che ho, oltre a Gylldor naturalmente. Certo che mi fido!»

«E allora avvicinati e guardami, Mark. Lasciati andare, guarda le mie mani e guarda nei miei occhi.»

Mark ascoltò con piacere quella voce e quell’invito, si rilassò e seguì con attenzione i movimenti aggraziati delle manine, che sembrava eseguissero una danza davanti al volto delicato della silfide. Chrisell accompagnò i gesti con una nenia dolcissima.

Quella melodia lo indusse a chiudere gli occhi, e Mark si sentì accarezzare la pelle, la mente e il cuore, ma subito dopo e in modo anacronistico nella sua memoria apparve l’immagine di Norok, il gigante dallo sguardo vacuo, e s’immedesimò in quella figura atona.

«Ora e solo ora la tua volontà è sopita. Il tuo sguardo diventa vuoto e si fissa intorno, sfiora appena gli oggetti che lo circondano senza vederli, come se non esistessero. Eseguirai tutti gli ordini che ti verranno impartiti dagli altri, a meno che non compromettano la tua sicurezza e fino a quando sentirai la mia voce ordinarti di risvegliarti. Solo allora tornerai a essere l’individuo che sei sempre stato. Mi hai inteso, Mark?»

Il ragazzo riaprì gli occhi, senza peraltro rendersi conto di dove era e cosa ci fosse intorno a lui. Chrisell agitò una mano davanti al suo volto e constatò che il suo sguardo rimaneva fisso. Allora la silfide annuì, poi d’istinto accostò il suo viso a quello del giovane e con le labbra pose un bacio lievissimo sulla sua bocca socchiusa.

Certa dell’incoscienza di lui, Chrisell si lasciò andare in una risata argentina e maliziosa, quindi la sua immagine sfumò lentamente.

«Che le stelle illuminino la tua strada, Mark!»

martedì 29 giugno 2021

Ali candide nel cielo (3a parte)

 




La magica creatura

 

Il cielo era ormai una distesa sterminata di stelle luminescenti quando la luna risaltò al suo centro, in tutto il suo splendore.

“Bella tra le belle! Dovrebbe essere plenilunio tutti i giorni!” pensò Mark, disteso a riposare su di un improvvisato giaciglio ricavato da un mucchio di soffice paglia.

Il ragazzo si era fermato nelle stalle per assistere al parto ormai prossimo di una delle giumente arrivata al termine della gravidanza.  Mentre attendeva il momento se ne stava disteso supino ad ammirare lo spettacolo offerto dalla notte attraverso uno spiraglio del tetto un po’ sconnesso.

«Bella» ripeté tra sé senza nemmeno rendersi conto che il suo pensiero aveva intrapreso un sentiero silvestre dove, in un sogno frequente, gli appariva l’immagine di una fanciulla dagli occhi verdi e i lunghi capelli neri che piroettava leggiadra.

«Ma chi sei, regina dei miei sogni?» domandò nel buio «Perché mi perseguiti in questo modo?»

Le stelle palpitarono nel cielo e a Mark parve che gli stessero ammiccando, mentre la luna gli sembrò prendere vita assumendo un’espressione sorniona. Il ragazzo emise un profondo sospiro di petto e i suoi pensieri sconfinarono nuovamente, catturati dalla danza di una diafana creatura.

Poco distante, nella vecchia stalla, Gylldor scalpitava inquieto, come sempre gli accadeva durante le notti di plenilunio. In quel momento, l’unicorno avvertì l’avvicinarsi di una minaccia e sbruffò scartando, sempre più inquieto.

Gylldor non era ancora consapevole della sua natura magica, ma era stato proprio per quel motivo che era riuscito a percepire la sensazione di pericolo. Gli zoccoli batterono nervosamente sull’impiantito ricoperto di paglia mentre scandagliava, tutti i sensi tesi allo spasimo, la penombra che avvolgeva la stalla.

Un attimo prima d’intravedere la minaccia, un lungo brivido percorse il suo manto, i fianchi poderosi tremarono e il pelo gli si rizzò. Dall’oscurità era emersa una figura imponente che appariva mostruosa.

Il giovane unicorno rimase immobile, come basito. Tra lui e l’uscita dalla stalla vi erano soltanto una decina di metri, ma nel momento stesso in cui si riprese e tentò la fuga, si rese conto di essere ormai circondato.

Il locale era pieno di creature misteriose dalle movenze minacciose. «Chi siete? Cosa volete da me?» domandò, rendendosi conto di poter comunicare facilmente con quegli esseri misteriosi.

Un silenzio di piombo scese, mentre nell’ambiente risuonò inquietante una cacofonia di sibili e un gran raschiare di gola. «Non è stato affatto facile trovarti, ma alla fine ci siamo riusciti. Il nostro sovrano ne sarà molto lieto.»

«Il vostro sovrano?»

«Zephar, il Signore delle Terre del male! Il nostro padrone e da oggi anche il tuo!»

«Io non ho un padrone! Andatevene e lasciatemi in pace!» provò a obiettare il puledro, ma fu costretto a prendere atto di essere stato messo alle strette. Dietro di lui soltanto la nuda parete della stalla e le uniche due uscite, situate ai due lati opposti della lunga costruzione, erano presidiate da altri sgherri.  Il terrore che quelle creature sconosciute gli suscitavano gli morse dolorosamente lo stomaco. “Devo fuggire! Ma come? Mark, dove sei, amico mio?” implorò Come fare a fuggire?” ormai in preda all’ansia e alla paura.

Con tono reso rancido dalla malvagità, l’aggressore non gli diede tregua: «Sei una creatura maligna! Il tuo posto è tra noi nel regno del male.»

«Vi sbagliate!» riuscì ancora a replicare Gylldor, un attimo prima che un magone gli impedisse di proseguire «Io sono nato libero e non appartengo al vostro regno malvagio!»

Nell’aria si espanse il suono gracchiante di quella che doveva essere una risata di scherno. Gylldor scosse il lungo collo eburneo e il corno che spiccava sulla sua fronte luccicò al buio. La trasformazione dovuta al plenilunio era ormai giunta al culmine.

«Come, non ti accorgi delle ali che porti al tuo fianco? Non vedi quanto è nero il tuo manto? E non avverti il tuo sangue ribollire nella brama di vedere scorrere altro sangue?»

Il puledro si guardò. Effettivamente quello che diceva quell'essere poteva essere in parte vero. Il colore del suo manto era nero come la notte buia, o come la pece del più infido inferno, e delle ali pendevano ai suoi fianchi. Ora poteva vederle con chiarezza, come il corno che gli svettava in modo imperioso sulla fronte. Inoltre, sentiva effettivamente il suo sangue ribollire, ma non perché sentisse il bisogno di veder scorrere altro sangue. No! La sola idea lo faceva stare male!

Guardò terrorizzato quegli esseri mostruosi, che incombevano assediandolo pericolosamente vicini, così tanto da poterne percepire l’alitare mefitico.

Gylldor volse il capo disgustato e in quel momento realizzò che non si sarebbe mai arreso e che non sarebbe mai diventato una creatura del male.

La paura e l’angoscia gli fecero salire l’adrenalina a mille e la sua indole mansueta si dissolse come neve al sole. Il puledro avvertì la collera ribollire come un fiume in piena e montare e montare fino a dilagare e impadronirsi della sua coscienza. Ora era pronto a combattere a costo della vita pur di non perdere il bene più prezioso che sentiva di possedere: la sua libertà!  Non si sarebbe arreso facilmente alla cattura; non finché avesse avuto un briciolo di energia!

Ma un attimo prima di buttarsi a capofitto contro il primo degli aggressori nella stalla si udì la voce di Mark: «Che succede, Gylldor?»

Percepito il trambusto che gli giungeva dalla stalla e preoccupato per l’amico, il giovane stalliere aveva lasciato la partoriente per verificare cosa stesse avvenendo, ma non si era ancora accorto della grave minaccia che stava in agguato nell’oscurità.  Mark avanzò di qualche passo in direzione del box in cui aveva lasciato il puledro.

L’avvertimento emanato da Gylldor gli giunse con un attimo di ritardo: Sta lontano, vattene ragazzo!

Le creature maligne si gettarono d’istinto sul nuovo venuto e fu con un urlo di raccapriccio che il giovane vide i musi dei suoi aggressori.

Il sangue gli si gelò nelle vene: «Golem?» riuscì a biascicare, ricordando alcune raffigurazioni delle mitiche creature ideate dalla fantasia di qualche estroso autore.

Quello che sembrava il capo degli aggressori scrutò il ragazzo dall’alto in basso con un’espressione ottusa, mentre gli si avvicinava per studiarlo meglio.

Qualsiasi cosa siano dobbiamo liberarcene! suggerì Gylldor, buttandosi con furia contro la creatura che minacciava l’amico.

L’impatto tra i due fu micidiale e, forse perché il gigante era malfermo sulle gambe, o forse solo per pura fortuna, Gylldor nello scontro ebbe la meglio e riuscì a sbilanciare l’altro, tanto che tra gli aggressori si creò un varco improvviso. Per qualche secondo quelli rimasero sconcertati, intimoriti dal corno micidiale e dagli zoccoli del giovane unicorno che battevano furiosamente sull'impiantito. In fin dei conti si trattava di creature ardimentose finché erano compatte e formavano massa, l’esitazione di una coinvolgeva le altre riducendo il gruppo a un branco di timide pecore. Davanti alla furia di Gylldor esitarono, retrocedendo di qualche passo. Si tirarono indietro per quel tanto che bastava perché il puledro ne approfittasse per lanciare il suo richiamo: Salta in groppa Mark e filiamocela!

Il ragazzo non se lo fece ripetere, e con un unico, agile balzo si mise a cavalcioni del suo amico.

Gylldor si impennò, nitrendo furiosamente verso le sinistre figure, quindi con una spinta di reni poderosa si lanciò al galoppo.

Tieniti forte, Mark!

«Vai, Gylldor! Corri col vento!»

venerdì 25 giugno 2021

Ali candide nel cielo (2a parte)

 



Zephar, il Malefico

 

Il Signore delle Terre del Male era il sovrano autoproclamato di quella parte desolata del regno di Faerie. Era un uomo malvagio che, approfittando della sua forza e delle sue conoscenze esoteriche, aveva intrapreso una guerra spietata per spodestare i legittimi regnanti e tutti i possibili aspiranti al trono.  Finché dopo infinite e cruente battaglie, era riuscito a prevalere e a impossessarsi dello scettro del potere.

Il suo vero nome era Zephar, ed era considerato un demone e forse anche per questa popolana credenza nessuno era mai riuscito a contrastarne l’ascesa o, in seguito, a ribellarsi. La sua figura imponente spiccava persino tra le creature gigantesche che erano i suoi sgherri, somiglianti a dei Golem, poiché il malvagio sembrava avesse la prerogativa di far crescere la materia a dismisura e a plasmarla come più gli garbava.

O perlomeno, era questa l’illusione che ne avevano i suoi sudditi.

Oltre l’aspetto fisico, come ulteriore caratteristica che lo contraddistingueva vi era il grande mantello nero che non rinunciava mai a indossare, le cui lunghe falde fluttuavano come ali di pipistrello sulla sua schiena. Amava ammantare la sua persona di mistero, e con il passare del tempo le leggende su di lui si erano moltiplicate. In una si narrava che subisse continue trasformazioni, e che in una di queste assumesse un viso dai tratti animaleschi. Nessuno in realtà aveva mai assistito a queste mutazioni, e se qualcuno ne era stato testimone, quello a cui aveva assistito era solo pura illusione. Il sovrano era un mago molto esperto e specializzato in sortilegi di magia nera.

Zephar il Malefico era il titolo con cui si era autonominato e con il quale preferiva presentarsi, mentre con l’appellativo   “Demone” era quello con cui il popolo lo identificava.  Quel soprannome aveva il potere di seminare scompiglio e terrore ogni volta che veniva sussurrato.

Mentre nella dimensione terrena l’amicizia tra Mark e Gylldor cresceva e si rafforzava, nel regno del male in fibrillazione, i messaggeri alati avevano portato da tempo l’annuncio della nascita del giovane unicorno e della morte della giumenta. Da una prima notizia, il sovrano aveva saputo che il puledro era l’orfano di una principessa della sua specie, e che era bellissimo, oltre che sano e robusto. Si presupponeva, dunque, che nessun’altra creatura quadrupede fosse in grado di competere con lui nella corsa. Per questo motivo Zephar lo bramava per sé con tutte le fibre del suo essere, per farne la sua cavalcatura preferita. Quindi, appena ricevuta la notizia, inviò un manipolo dei suoi guerrieri migliori in una missione esplorativa, alla ricerca di eventuali tracce del piccolo.

Quel giorno, nella sala del trono dove riceveva, si respirava un’aria densa di negatività. Zephar se ne stava comodamente sprofondato sul suo seggio, un ornamento monumentale al quale si poteva accedere mediante una scalinata in marmo.

Coloro che vi si trovavano davanti non potevano che rimanere soggiogati e intimoriti alla vista degli esseri infidi che il sovrano aveva scelto come compagne fidatissime per adornare la sua maestosa seduta. Gli occhi fiammeggianti delle serpi, insieme ai sibili raschianti e le lingue biforcute servivano da deterrente per eventuali mosse contro il tiranno. Il trono era anche adorno di due teschi dalle orbite di fuoco, uno per bracciolo, le cui mascelle ghignanti si aprivano satanicamente ogni volta che veniva emessa una condanna a morte.

In quel momento Zephar scese dal trono e, attraversata la grande sala con falcate nervose, sostò per qualche minuto, assorto presso una delle grandi finestre del castello. Osservò pensosamente il recinto dove stavano raggruppate le creature che una volta erano state unicorni tramutati in Pegasi Oscuri, perché avvelenati dagli artigli delle sue arpie. Il sovrano, fino ad allora silenzioso, si volse bruscamente dirigendosi verso il centro, posizionandosi sul più alto dei gradini della scala di marmo.

L’attenzione dei cortigiani si soffermò sull’aspetto fisico del loro sovrano. I tratti del viso erano perfetti, quasi fossero cesellati, dipinti. La carnagione appariva di un bel colorito abbronzato, il naso era diritto e la bocca carnosa. I capelli scuri e assai folti, arricciati lievemente sul collo e sulla fronte spaziosa.

Il sovrano, che allenava costantemente il suo fisico, aveva un aspetto magnifico, e le appartenenti al genere femminile presenti nella sala fremettero nel constatarne la mascolinità. Zephar, tutto preso da ben altri pensieri, ignorò gli sguardi di ammirazione. Lanciò un’occhiata penetrante agli sgherri che attendevano i suoi ordini, quindi con piglio deciso disse: «Coloro che hanno fallito nel primo tentativo di riportare qui la madre e il suo piccolo sono stati puniti adeguatamente. Che nessuno di voi lo dimentichi mai, nemmeno per un istante!» esclamò, passando in rassegna la schiera di uomini in armi che si sottoponevano, abbassando il capo davanti al loro sovrano.

giovedì 17 giugno 2021

Il monastero del Canto del Vento (ultima parte)

 




Mi guardai intorno facendo segno ai compagni di fare altrettanto, ma non ve n’era bisogno. Anche loro avevano percepito il cambiamento e il pericolo incombente.

Feci radunare i bambini e per precauzione formammo il solito cerchio difensivo.

I minuti passarono lenti nel totale silenzio e per un po’ non vedemmo nulla.

Poi, all’improvviso, ci attaccarono.

Gli uomini, gli stessi che ci avevano seguito fin sul ponte, avevano poi aggirato il burrone, ed essendo più veloci ci avevano preceduti, tendendoci l'agguato.

Erano in tanti, forse una quarantina, e anche molto agguerriti. A giudicare dall’aspetto sembravano freschi e non erano certo provati come lo eravamo noi. La loro discesa sull’altro versante era stata sicuramente meno travagliata della nostra e non avevano dovuto affrontare tutte le disavventure vissute dal nostro gruppo.

Ero seriamente preoccupato e in quel momento mi sembrò che il mondo mi crollasse addosso. Disperavo di farcela questa volta. Dieci contro quaranta! Per quanto addestrati e valorosi quanto avremmo potuto resistere alla superiorità numerica?

Con un’occhiata circolare avvolsi la famigliola in un abbraccio unico e pietoso. Per noi, per loro, le probabilità di sopravvivere erano ridotte al lumicino ma, nonostante tutto, noi monaci guerrieri, ci eravamo assunti un compito delicato e avremmo tentato di portarlo a termine a tutti i costi.

Scambiai un’occhiata eloquente con tutti i miei compagni e nel loro sguardo e nel loro atteggiamento lessi la mia stessa determinazione.

«Siamo con te!» mi disse Tien e quella frase stava a significare “Insieme, fino alla morte!”

Ci accingemmo dunque a una strenua difesa.

Avevo già affrontato alcuni di quegli uomini, e sapevo che erano addestrati bene alla lotta, ma non come lo eravamo noi.

Ci attaccarono tutti insieme, come un’orda di lupi e proprio come mi aspettavo facessero.

Finché ci fu abbastanza distanza facemmo uso delle catene da combattimento, che lanciavamo come bolas o abbattevamo come sferze sui corpi dei nemici e, considerata l’abilità e la mira, ne abbattemmo subito parecchi.  Ma erano in tanti e quella loro superiorità rischiava di schiacciarci in una manciata di minuti. Oltretutto, avevamo la preoccupazione dei bambini. Il cerchio difensivo intorno a loro non doveva assolutamente allargarsi troppo.

Quando non fu più possibile usale le catene da combattimento sfoderammo i bastoni e me la ritrovai accanto all’improvviso! Maylinn si era messa al mio fianco brandendo una delle nostre armi e fronteggiava il nemico con espressione impavida e di sfida.

Bella come una dea e determinata come una Walkiria!  

Ci scambiammo un’occhiata, ma io ero confuso. Cosa aveva intenzione di fare?

«Anche io sono con te, comandante!» scandì con un piglio indiscutibile.

«Maylinn…» mormorai, ma non ebbi il tempo di proseguire perché entrambi ci trovammo costretti a respingere l’attacco di due nemici. Ero preoccupato per lei e con la coda dell’occhio la osservai combattere, pronto a intervenire.

mercoledì 9 giugno 2021

Il Monastero del Canto del Vento (6aparte)

 

Questa volta il pericolo ci colse impreparati, perché la manovra di accerchiamento, fu portata a termine senza nemmeno un ringhio.

Ci guardammo l'un l'altro sbigottiti, i lupi ci avevano preso in trappola un'altra volta.

Lo riconobbi all'istante. Era lo stesso capobranco che avevamo affrontato prima che la valanga li facesse fuggire. Evidentemente avevano seguito le nostre tracce, ed erano stati attirati dall’odore della carne arrostita.

Rimanemmo immobilizzati in una posa statica. Nessuno tra noi osava fare alcuna mossa brusca e non tentammo di lanciarci sulle nostre armi, per non suscitare, inevitabilmente, la reazione istintiva dei temibili predatori.

Il tempo sembrò cristallizzarsi. Presagivo l'attacco con tutti i sensi all'erta. In quel momento ero in grado di contare tutti i respiri e i ringhi del capobranco.

Concentrai allora la mia attenzione sullo splendido animale, sapendo bene che tutto dipendeva da lui.

Per mettere in atto una tattica così perfetta occorreva una grande astuzia e allora scrutai negli occhi il grande lupo con audacia e attenzione. Avvertii all’istante una scossa. Avevo già provato quella strana sensazione poche ore prima ma, ancora una volta ne rimasi sorpreso.

Quella che avevo davanti era una creatura senziente, molto intelligente e astuta e l’idea un po’ folle di poter comunicare con lei, mi colse alla sprovvista lasciandomi sbigottito.

Era davvero possibile che un uomo potesse comunicare con un lupo? Si trattava di un pensiero bizzarro, ma l’urgenza mi pressava e non persi nemmeno un attimo di più a pormi domande banali.

Mi rilassai, cercando la calma interiore essenziale per quello che mi apprestavo a fare e cercando di escludere tutto ciò che mi circondava.  Il lupo percepì subito il cambiamento in me, forse per la postura assunta, forse per il mio sguardo, fatto sta che il suo portamento si adeguò al mio.  Le sue fauci si chiusero e smise di ringhiare.

Continuai a fissarlo negli occhi, senza mostrare ostilità o brama di sfida. Mi parve che fosse in grado di percepire la mia volontà di dialogare e allora gli palesai tutta l’umiltà recepita in quei lunghi anni di addestramento, pur tuttavia, senza voler apparire subalterno e senza mostrare timore.

Fu in quel momento che lo vidi trasalire e arretrare di un passo. Era sconcertato e confuso, probabilmente più di quanto lo fossi io. Non si aspettava un simile comportamento e, per parecchi secondi, si limitò a studiarmi.

I miei compagni iniziarono a dare segnali di impazienza. Non capivano ciò che stava accadendo e guardavano al branco con la smania di uccidere. Anche i lupi mostravano nervosismo, ma si limitavano a tenerci sotto controllo, in attesa del segnale di attacco da parte del capobranco.

«Hui, che succede?» mi domandò Tien, forse allarmato dalla mia apparente inerzia.   

«Tieni tranquilli gli uomini. Non muovetevi!» gli ordinai. Lui provò a obiettare, indicandomi la cerchia di lupi famelici, ma io insistetti: «Fidatevi di me, come avete sempre fatto!» gli dissi con tono pacato. Lui, seppure sconcertato, annuì e con un cenno deciso mise a tacere i dubbi e le perplessità dei compagni.  

Io e la belva continuammo a esaminarci. Aveva seguito con attenzione il dialogo intercorso tra me e il mio gregario e sembrava approvare la mia autorità. Poi lui fece un passo avanti e i nostri spiriti entrarono davvero in contatto.

Per me fu un'esperienza sconvolgente. La sua essenza era di natura selvaggia, molto diversa dalla mia avvezza alle regole, alla disciplina, allo studio e all’addestramento, eppure, pur essendo così diversi, trovai lati compatibili tra noi.  Entrambi eravamo abituati al comando ed entrambi avevamo a cuore la salute e la salvezza del nostro branco. 


Ricordo che persi la nozione del tempo.

Gli trasmisi le immagini dei suoi cuccioli affamati, inermi e indifesi, in balia delle intemperie e dei predatori. Gli trasmisi il suo istinto alla difesa della sua famiglia e lui parve capire, che le ragioni che lo portavano a inseguirci e a predarci, erano le stesse che guidavano me e i miei compagni a difenderci. Gli trasmisi la mia determinazione a uccidere, pur di difendere ciò che mi era stato affidato e che mi era caro.   

Non saprò mai come, ma ci intendemmo, simili a due creature della stessa specie e lo convinsi a desistere dall'attacco.  So soltanto che infine ordinai ai miei uomini di lanciare l’altra carcassa al branco quindi, il grande lupo, con un alto ululato si congedò da noi.

Lasciammo il loro territorio pagando il nostro tributo, ma mai in vita mia fui più felice di averlo fatto. Non li vedemmo più, anche se avrei giurato di sentire i loro ansimi seguirci per un bel po' di tempo. In quei giorni mi piacque credere che il grande lupo grigio ci avesse concesso una scorta.

Ricominciammo la nostra discesa a valle, rinfrancati nello spirito, sebbene non avessimo più scorte di cibo. In compenso eravamo vivi e avremmo sempre potuto cacciare in seguito.

Scendere fu molto più complicato del previsto, visto che in certi punti eravamo costretti ad aggirare gli ostacoli rocciosi, con grande dispendio di tempo e di energia.

Ma quando all'improvviso ci trovammo davanti a un crepaccio, senza alcuna possibilità di aggirarlo, la maggior parte di noi fu presa dallo sconforto.

Tien mi fu subito accanto e insieme ci affacciamo oltre il ciglio. «Che facciamo?» domandò «Non possiamo tornare indietro!»

«Non torneremo indietro!» risposi deciso e scrutando con attenzione l’ostacolo.  

La spaccatura non cadeva del tutto in verticale e vidi che a un'altezza di una decina metri al di sotto di noi, si trovava un passaggio abbastanza largo, che si perdeva poi nella macchia boschiva. Decisi d’istinto: «Lo supereremo formando una sorta di catena umana, abbastanza agevole per permettere la discesa ai bambini e all’imperatrice.»

Lui mi guardò con aria interrogativa. Non capiva.

«Mi appenderò con i piedi al ciglio e mi lascerò penzolare e con le braccia sosterrò un compagno che penzolerà a sua volta sostenendo un altro e così di seguito, fino ad arrivare a toccare il fondo.»

«È una manovra molto ardita, Hui. Il peso degli uomini graverà tutto sulle tue braccia e le tue gambe. Sei sicuro di potercela fare?»

“Bella domanda!” pensai «Hai qualche altra idea?» domandai, indicando il cielo colmo ancora una volta di nubi tempestose.

Lui seguì il mio sguardo e scosse il capo.

In quel momento l’imperatrice mi venne accanto e quella fu una delle poche volte che avvertii la carezza sulla pelle della sua voce e del suo sguardo. Maylinn mi guardava negli occhi e sul suo viso lessi tutta la preoccupazione che provava: «Hai già corso molti rischi per noi, comandante e io te ne sono grata. Ma ora ti vedo esausto e provato, come tutti, del resto. Sei sicuro che non esiste altro modo per superare questa voragine?»

Cara, dolce Maylinn! Se avessi potuto l’avrei stretta tra le braccia e baciata. La sua inquietudine era sincera. Quella giovane donna, colei che in quel momento non vedevo più come sovrana e che con il suo modo soave e discreto aveva conquistato il mio cuore, era sinceramente preoccupata per me.

Le sorrisi e trattenni a stento il desiderio folle di afferrarle le mani delicate e porvi un bacio, ma la fissai intensamente dichiarandole con lo sguardo la mia devozione.

 Lei percepì la mia profonda emozione e annuì senza distogliere il suo ma condividendo la stessa emozione.

Furono istanti magici, che sarebbero potuti durare in eterno se Tien non avesse manifestato la sua presenza strappandoci dall’incanto.

Volsi il capo, confuso, e le indicai il vuoto spiegandole ciò che intendevo fare: «Il crepaccio non è del tutto verticale, come puoi vedere, mia signora. Quel minimo di pendenza che ha ci permetterà un po’ di appoggio e il peso complessivo sarà per me e per gli altri meno greve da sostenere.»

Quando riportò la sua attenzione su di me si era ripresa, tornando a essere l’imperatrice: «Fai quel devi, comandante! Noi ci fidiamo di te!» terminò, tornando dai suoi bambini.

Tornai a guardare il mio compagno e lo vidi scrollare la testa. Il suo sguardo era severo. Compresi che aveva percepito la mia emozione e disapprovava il mio comportamento. Rimandai ogni chiarimento e mi apprestai a spiegare agli altri la mia idea.

«Io sarò il secondo!» disse, offrendosi.

Lo aveva affermato con così tanta convinzione da farmi intendere che non avrebbe accettato contestazioni e anche se avessi preferito che fosse lui ad aiutare i bambini a scendere, accettai di buon grado.

Calcolai che con cinque uomini ce l’avremmo fatta a formare una catena abbastanza lunga. Diedi l'esempio agli altri, ponendomi come primo gradino a testa in giù, facendo presa con i piedi al ciglio. Il mio corpo in quel modo pendeva pericolosamente nel vuoto.

Cercai di non farmi prendere dalle vertigini. Dovevo resistere, cercando di spronare, con il mio esempio, i miei compagni a fare la stessa cosa. Continuare a lottare senza arrendersi mai al destino che pareva avverso, per cercare di salvare la famiglia reale. Lo aveva giurato nel momento in cui, diventato monaco guerriero, ero stato affidato alla loro salvaguardia.

Se avessimo avuto più tempo mi sarei fatto legare alle caviglie per non forzare troppo sui bicipiti e sulle spalle ma, il tempo, era proprio quello che ci mancava. I bambini stavano soffrendo il freddo da parecchi giorni e dovevamo sbrigarci a scendere di quota se non volevamo che morissero assiderati.

Penzolai, cercando la posizione più giusta e quando mi sentii sicuro feci cenno a Tien di procedere.

Si trattava di una manovra assai delicata. Se qualcuno di noi avesse ceduto la tragedia era inevitabile.

La stazza di Tien equivaleva la mia. Entrambi eravamo alti e ben piazzati fisicamente e i lunghi anni di addestramento avevano temprato i nostri corpi. Nel momento stesso che posò entrambi i piedi sulle mie spalle dovetti stringere i denti fino a quando, scivolando lungo il mio corpo, si appese alle caviglie.

Quando fu pronto diede il segnale lui stesso a un compagno che ripeté la stessa manovra.

Quando tutti e cinque fummo posizionati, uno dei miei guerrieri rimasti in alto scese per primo fino a metà della scala umana, mentre un alto assicurava i bambini a una corda di cui teneva saldamente un capo. Avrebbe accompagnato la discesa dei bambini con un minimo di sicurezza in più.

Pregavo in silenzio che tutto andasse per il meglio. Il fratellino maggiore fu il primo a scendere e a dare l’esempio agli altri.

Le sue manine si aggrapparono al mio collo e poi alle spalle e alle braccia assistito dal basso da un guerriero, pronto a intervenire in caso di bisogno. Uno per volta scesero tutti mostrando grande coraggio, anche se, in realtà, sentivo i loro corpicini tremare dalla paura.

L’imperatrice si legò il più piccolo sulle spalle e scese per ultima.

Avverti il suo peso   sulle spalle, e quel tocco mi parve lieve come quello di una farfalla. Maylinn era esile come un fuscello ed agile come un felino. In pochi secondi aveva già toccato il fondo del crepaccio.

Sospirai di sollievo e quando tutti furono in salvo, non fu difficile per noi compiere un balzo acrobatico e atterrare nel terreno sottostante.

Quello fu davvero l’ultimo ostacolo che la montagna ci pose innanzi. Da lì in avanti, la nostra discesa fu abbastanza agevole. Ne avevamo passate di tutti i colori e non ci parve nemmeno vero di essere fuori pericolo.

Ebbi modo di riflettere sugli avvenimenti di quei giorni, e su quelli che mi avrebbe riservato il futuro.

Il mio sguardo si pose allora sulla schiena dell’imperatrice che mi precedeva di qualche passo. Ero perfettamente consapevole che per noi non vi fosse speranza, per quel motivo cercavo di godere appieno di ogni attimo che il destino ci faceva vivere insieme.

La discesa per un paio d'ore fu abbastanza tranquilla.

I bambini, passati quei terribili attimi di tensione, avevano ripreso la loro abituale vivacità. Mi rasserenava il suono argentino delle loro voci infantili, e delle loro risatine. Noi adulti li osservavamo con indulgenza e con tenerezza ignorando anche qualche piccola marachella. Si spingevano stuzzicandosi gioiosamente, e sembrava avessero dimenticato tutte le brutte avventure vissute nei giorni precedenti.

Mi deliziavo beatamente per il solo piacere di ascoltarli, quando uno di loro si fermò all'improvviso. Anche se in quel momento pensai a un altro spensierato scherzetto, i miei sensi tornarono all’erta.

continua...




Racconto pubblicato  nel 2012 da Garcia edizioni

Immagini Pinterest e Phoneky