Fantasia

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La brama della scrittura arde come una fiamma in un cuor propenso. Vivì

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mercoledì 5 maggio 2021

Kandir e la battaglia con gli Zombrac (2a parte)

 


Kandir grugnì in modo sardonico. Quella creatura, se possedeva il dono dell’ intelletto, doveva credersi astuta, ma certo non aveva consapevolezza del potere del nemico che stava per affrontare.

Il giovane stregone evitò con accortezza di fissare lo Zombrac negli occhi, anche se gli sarebbe piaciuto saggiarne le potenzialità magiche, ma ritenne fosse più saggio non rischiare.

Cercò anche di mantenere una certa distanza dalla creatura, che con la tunica logora e puzzolente emanava un forte fetore, nauseabondo. Di certo quel lezzo era dovuto alle pustole colme di siero lattiginoso sul punto di fuoriuscire. Il suo odorato da Elfo glielo fece avvertire in modo esagerato e lui, per evitare di rimanere sopraffatto dal voltastomaco, diresse i suoi ricordi sui ciuffi di mughetti che costellavano i sentieri del bosco in primavera.

Istantaneamente il fetore si attenuò, fino a svanire del tutto, mentre nelle narici penetrava l’ odore fresco e intenso dei piccoli fiori primaverili risollevandogli lo spirito.                            

Forse il sollievo trapelò dal suo volto perché la creatura ebbe un gesto di stizza poi, all’ improvviso, iniziò a grattarsi.

Kandir osservò con preoccupazione quelle dita scheletriche sfregare freneticamente alcuni punti del corpo. Per evitare che la brezza gli riportasse il fetore di quella cute malconcia, fu costretto, ancora una volta, a deviare il pensiero e a concentrarlo su quanto di più profumato poteva offrire la natura.

Ciò nonostante, la natura magica della creatura doveva essere grande, non  certo paragonabile alla sua, ma abbastanza da prevalere ogni tanto e allora Kandir si accorse che non bastava più concentrare i suoi pensieri altrove, per annullare del tutto quell’ odore.

Come se tutto ciò non bastasse, anche la cavità orale di quella misera creatura offriva uno spettacolo devastante, lasciando intravvedere una chiostra di denti appuntiti ma marci.

Per fortuna, le ombre della notte divennero ancora più fitte e più scure e la luce emanata dalla lampada magica non bastò più a illuminare in modo adeguato i dintorni.

Anche la figura dello Zombrac rischiava di confondersi tra le altre ombre e in quel momento Kandir pensò che, paradossalmente, era una fortuna che quell’ essere emanasse così tanti odori nauseabondi, difatti, il passo che fece in avanti e all’ improvviso, bastò per sollevare una zaffata tale, da allertarlo.

Che stava accadendo? Con l’ avvento del buio i suoi occhi da Elfo gli avrebbero dovuto consentire di vedere ogni minimo movimento compiuto dall’ avversario e invece, per un pelo non era stato sorpreso.

Il giovane si riscosse, muovendo più volte la testa e immediatamente si liberò del torpore malefico che per qualche istante lo aveva stordito        

                                             

Era colpa di quel maledetto odore. Lo Zombrac se ne serviva per ottenebrare i sensi dei suoi avversari e Kandir doveva trovare una soluzione valida a quel problema se non voleva rimanerne prigioniero.

Pressato da quella creatura mormorò in fretta una formula e i rami degli alberi intorno fiorirono in pochi istanti. Era consapevole che non fosse una soluzione definitiva, ma si accontentò del risultato. Nell’ aria si espanse il profumo inebriante dei boccioli che prevalse sull’ altro e Kandir poté concentrarsi sull’ avversario.

Lo Zombrac lo stava pressando e lui dovette ricorrere alla forza per respingerlo.

Le sue mani sfiorarono i cenci putrescenti, pregni di pus e liquami corporali, che ricoprivano le misere membra della creatura e Kandir ebbe un sobbalzo di disgusto.

Come poteva combattere in quelle condizioni? Rischiava di infettarsi con il siero virulento che fuoriusciva a fiotti dalle pustole. L’ unica soluzione era cercare di tenere lontano lo Zombrac e sperare di sopraffarlo con la magia.

Kandir sollevò le mani e cantilenò il suo incantesimo appena in tempo. L’ essere disgustoso si staccò dal terreno e lievitò nell’ aria. Con l’ energia cinetica che possedeva e la forza della sua magia, Kandir lo sollevò ancora più in alto e lo sbatté contro la prima quercia vicina.

Si udì un lamento cavernoso e un borbottio collerico.

L’ albero si riscosse come fosse una creatura animata e protestò con tono burbero per quel trattamento scuotendo i rami con violenza, come fossero propaggini prensili, ma lo stregone era troppo impegnato per starne ad ascoltare le vivaci lamentele.

Del resto, l’ anziana quercia, sembrava aver ripreso vita solo quell’ attimo, quindi era ritornata nell’ apatia assoluta.

Lo Zombrac giaceva tramortito dalla gran botta ricevuta, ma Kandir non si fidava e assestò il colpo decisivo soffiando con veemenza contro la creatura risollevandolo in aria e pressandolo in una bolla di ghiaccio. Le misere carni, già martoriate dal marciume del grave eczema, si deteriorano ancora di più fino a squarciarsi e a esplodere in un magma perfetto e disgustoso di sangue nero e di pus.

Lo Zombrac si liquefece sotto lo sguardo inebetito del giovane stregone.

Il cuore gli si contrasse in un moto infinito di pena, ma sospirò e finalmente poté permettersi il lusso di rilassarsi, per cercare di mettere ordine alle sue idee.

Non ebbe il tempo per farlo! Una nuova ondata di sensazioni gelide lo investì, attanagliandolo nuovamente in una morsa glaciale.

                               


Da dove veniva l’ avvertimento? Il giovane scrutò intorno con attenzione e notò altre ombre, che si muovevano guardinghe tra le ombre della notte e decine e decine di occhi luminescenti puntati su di lui.

Il silenzio fino allora assoluto, si popolò di fruscii e di grugniti.

Qualcosa saettò nelle ombre scure formate dagli arbusti tornati scheletrici e lo stregone sorrise. Quella appena intravista era di sicuro una coda di volpe e questo poteva significare solo che il bosco non era del tutto inanimato. Un’ altra ombra e un’ altra mossa fulminea, di una figura un po’ più piccola rispetto a quella di poco prima, forse uno scoiattolo.

Kandir si rilassò, rappacificandosi con se stesso e con i dintorni e aspettandosi di vedere, da un momento all’ altro, la rinascita della natura con il rinverdire degli alberi.

La sua attenzione si concentrò su quello, dimenticando per qualche istante gli abitanti del bosco.

Fu il chiurlare lugubre di una civetta a metterlo in allarme e a evitargli gli artigli dello scoiattolo che, con un balzo improvviso dal tronco di un albero, si era catapultato su lui, tentando di avvinghiarlo al volto.

Kandir si scansò appena in tempo e gli artigli sfiorarono appena la sua pelle, senza procurare danni.

Sconcertato si domandò il motivo dell’ aggressione, ma nuovi ringhi e nuovi grugniti attirarono la sua attenzione. Nell’ oscurità una miriade di occhi fosforescenti baluginò minacciosa sulla sua figura.

Kandir era circondato da creature di varie dimensioni, ostili ed estremamente pericolose.

Perché? Cosa era accaduto? Gli abitanti del bosco, grandi e piccoli, si erano sempre mostrati timidi e docili nei suoi confronti riconoscendo in lui il loro protettore. Chi o cosa li aveva trasformati in belve ghignanti e minacciose?  

L’ attacco simultaneo di un mastodontico cinghiale e di un istrice lo costrinsero a difendersi.

Con una giravolta e un salto acrobatico, Kandir volteggiò per aria e atterrò su uno dei rami più bassi dell’ albero vicino traendosi dall’ impaccio. Aveva bisogno di tempo per riflettere su come agire e comportarsi con le creature del bosco. Non voleva assolutamente arrivare a soluzioni estreme.

L’ istrice reagì, correndo svelto sulle corte zampette e raggiungendo il momentaneo rifugio di Kandir. Dal basso scrutò la figura umana per un attimo, quasi prendesse le misure, poi gonfiò il dorso in modo aggressivo raddoppiando la sua mole e bersagliò il ramo con una salva di aculei.

Kandir se lo aspettava e fu altrettanto lesto a formare una barriera protettiva e i dardi sparati dall’ animale, rimbalzando sul magico scudo, si sparsero tutto intorno.

Qualche animaletto nascosto nel buio rimase evidentemente ferito, perché nell’ aria si espansero guaiti e grugniti di dolore.

Lo stregone non ebbe nemmeno il tempo di rammaricarsene perché il cinghiale si sollevò sulle zampe anteriori e iniziò a menare colpi di testa sul tronco facendo traballare il ramo su cui Kandir si era riparato.

Solo il Male Oscuro aveva il potere di trasformare delle creature innocenti in belve assetate di sangue. Mentre osservava con attenzione il comportamento degli animali, Kandir si domandò per quale scopo. La conquista del bosco e dei suoi abitanti o cos’ altro? In un lampo ebbe la risposta! Era lui il vero obiettivo. Qualcuno, forse un emissario o, forse proprio l’ oscura potenza, aveva deciso di catturarlo, se non di ucciderlo.

Il colossale cinghiale sbatteva il testone con tutta la potenza del corpo muscoloso e l’ albero iniziò a sussultare e a tremare.

Kandir avvertì l’ afflizione del maestoso vegetale ed espanse la sua coscienza sfiorando il nucleo di quell’ antica essenza così viva. Percepì subito un tremolio, quasi un sospiro di sollievo e intuì che la lignea creatura gli era grata per il conforto.

Poi lo stregone rivolse la sua attenzione sul cinghiale tentando di sfiorarne la coscienza ma, con l’ esagitato animale, fu come sbattere contro un muro. Una barriera di oscurità ne schermava l’ essenza. Chiunque avesse operato il sortilegio aveva anche permeato quella povera anima di gelo e lui non aveva nessuna possibilità di oltrepassare lo sbarramento, per cercare di mitigarne la ferocia.

Gli altri animali avevano circondato il tronco e lo guardavano con occhi accesi di luce ferina e Kandir era sicuro che, in caso fosse caduto, lo avrebbero certo sbranato, contendendosi poi delle sue carni. Lo stregone rabbrividì dall’ orrore:” Cerca di rimanere ben saldo sulle gambe!” pensò, scacciando la raggelante sensazione.

Tra gli animali radunati ai piedi dell’ albero riconobbe una cerva con il suo cerbiatto, una donnola e una volpe; un ghiro e una marmotta. Animali che, in genere, erano solitari o anche antagonisti tra loro ma che, in quel momento, erano accomunati dalla brama di ucciderlo. Persino gli occhi liquidi e dolci del cerbiatto si erano trasformati in due pozzi di braci ardenti puntati sulla sua persona.

La rabbia contro il negromante che aveva compiuto quell’ obbrobrio, quel peccato contro la natura, lo aggredì, attanagliandogli le viscere in una morsa dolorosa. Cosa poteva fare se non inventarsi un incantesimo? Tuttavia, i dubbi erano molti. Non voleva recare altra sofferenza ai suoi piccoli e ignari amici, ma sarebbe bastata una sola formula per includere quella decina di essenze in un unico sortilegio?

La sua attenzione ritornò sugli animaletti. Inutilmente cercò lo scoiattolo. Era scomparso! Non appena constatata la sparizione, i peli gli si rizzarono sulla pelle percorsa da un gelido brivido. Il suo corpo lo avvertiva di un imminente pericolo.

Kandir fece appena in tempo a voltarsi, evitando per un soffio e, per la seconda volta in pochi minuti, che gli artigli affilatissimi gli si piantassero sul volto. Il piccolo roditore mancò la presa e rovinò pesantemente e con uno stridulo squittio sul terreno rimanendovi immobile.

Basta con tutti questi scrupoli! - si esortò - Quella bestiolina ha appena tentato di strapparmi gli occhi e se non faccio qualcosa, per le mie remore rischio di farmi ammazzare! “

Lo stregone afferrò con entrambe le mani uno dei rami che si protendevano sulla sua testa poi, sollevandosi sulle punte per darsi più slancio, iniziò a dondolare, a mo’ di pendolo avanti e indietro e sempre più veloce. Solo quando fu certo di aver acquisito la potenza necessaria si librò in aria. Il suo corpo si librò, come quello di un acrobata su trapezio, comprendo la distanza che separava i due alberi.

Dopo un attimo atterrò su un ramo e, prima che suoi aggressori potessero reagire, mise in opera il suo incantesimo:             

                                                           “Ámræ kádißcá rámürön,

ristynáë lãntãr ássámikön!”

 

Le parole gli erano sgorgate dal cuore nell’antica lingua elfica e lui se ne meravigliò. Dove, quando e soprattutto con chi aveva imparato quell’ idioma? Non sapeva di conoscere la lingua perché era la prima volta che ne faceva uso, rifletté, tuttavia, era anche la prima volta in vita sua che si era sentito veramente in pericolo.

Rimandò comunque la riflessione a un altro momento e osservò l’ esito dell’ incantesimo.

 

“ Acqua e  poi ghiaccio e ancor gelo,

stendete propaggini e avvolgete con velo! “,


 recitava la formula decantata nella misteriosa e antica lingua che, a quanto pareva aveva funzionato. Gli animali che lo avevano aggrediti erano immobilizzati, avvolti in uno spesso strato di ghiaccio.

Con un agile balzo, Kandir atterrò e si soffermò a studiarne le figure.

« Quando avrò risolto tutti i miei problemi tornerò, miei piccoli amici, e vi prometto che tenterò di tutto per riportarvi in vita!»

Con un nodo alla gola riprese la lampada e tornò alla sua ricerca: « Smeraldine, Aster, dove siete? Aiutatemi a ritrovarvi, amiche mie!»

                 

              

Un silenzio assordante rispose al suo appello.

Con un rovello fisso nel cuore riprese il suo cammino cercando di capire chi fosse il suo nemico e cos’ altro doveva attendersi. Gli alberi stessi aveva assunto una parvenza aliena. O perlomeno, così sembrava! Si ergevano intorno a lui come giganti di pietra dalle molteplici propaggini scheletriche pronte a ghermirlo.

Ci mancherebbe anche questo, amici alberi!” borbottò tra sé, proiettando la sua coscienza verso quelle essenze dormienti ed emanando loro pensieri positivi e lenitivi. “Continuate a dormire, vi prego! Il mio passo tra di voi sarà lieve e non vi disturberò più di tanto.” promise loro lanciando occhiate preoccupate ai rami protesi.

Ogni tanto avvertiva un sussulto, un tremito o un sospiro e in quei momenti percepiva la profonda sofferenza dei vegetali costretti dal Male Oscuro al letargo invernale, mentre avrebbero dovuto essere un’ esplosione di vita e fioritura.

Cosa posso fare per mettere fine a questo scempio?” si domandava. Provò anche a formulare un incantesimo che ridesse vita alla vegetazione intorno, ma la natura sembrava pietrificata e non reagiva, in compenso lui sentiva le forze venire meno.

“ Non posso continuare così! Ogni incantesimo mi prosciuga le energie. Devo smettere per mantenermi in forze!”

Il vento si sollevò improvviso portando alle sue orecchie voci cupe, profonde e ancestrali, mentre, i tronchi e i rami iniziarono a trasudare una miriade di stille luminescenti: “Non puoi far nulla, candido stregone!” si lamentò un castagno. “ La nostra linfa si è come inaridita, forse infettata da un’ energia aliena!” sussurrò una quercia con un filo di voce.

Stiamo morendo!” fu poi il coro unanime.

Il cuore di Kandir si contrasse in modo doloroso: “Gli alberi piangono! La natura sta piangendo!” constatò amaramente.  

Quando avrò ritrovato le mie amiche sarà tra le prime cose di cui mi occuperò!” disse, aumentando la sua andatura.

Poi gli eventi precipitarono e in pochi istanti si ritrovò circondato da un folto manipolo di esseri ributtanti, come quello affrontato poco tempo prima.

« Zombrac!» mormorò preparandosi allo scontro « Molti Zombrac! Troppi!»

continua...

                                       

               


Racconto pubblicato sul sito Scrivere

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lunedì 3 maggio 2021

Lo stregone bianco e la battaglia con gli Zombrac

       
                

Una leggera nebbiolina si alzava dal sentiero, che conduceva nel bosco in piena fioritura e fremente di vita.

Il giovane  stregone, dall’ aitante figura, camminava immerso in cupi pensieri, tanto da non rendersi quasi conto della bellezza e dall’ energia sprigionata dalla natura in piena primavera.

Nonostante la giovane età, i suoi capelli erano candidi come la neve. Era incanutito precocemente e portava la folta chioma legata in una lunga coda, che andava a ricadere sulle sue spalle poderose. I lineamenti erano fini, regolari ed esprimevano tutta la giovinezza, il fascino e il vigore della sua persona. Indossava una corta tunica color cioccolato, con rifiniture dorate dal fruscio leggero, tipico della seta preziosa, su larghi pantaloni svolazzanti. Il completo era fine e gli conferiva un aspetto esotico e un insieme raffinato.

Tuttavia, una ruga profonda segnava in quel momento la sua fronte, mentre si dirigeva nel folto del bosco, guidato dal suono melodioso del flauto e da quello soave dei violini. Quelle note erano nella sua mente da sempre e avevano scandito ogni avvenimento importante della sua vita.

Kandir, questo era il nome dello stregone bianco, camminava speditamente verso una destinazione che ignorava lui stesso. Nelle sue vene scorreva una parte di sangue elfico ereditato da una sua antenata, che molto tempo prima si era innamorata di un umano e aveva abbandonato la comunità degli Elfi per andare a vivere con il suo uomo.

L’ Elfa era stata poi ripudiata e di lei, gli abitanti di quel villaggio, avevano cancellato sia il nome che l’ esistenza.

Oltre il sangue e i capelli candidi, Kandir aveva ereditato dalla bisavola le orecchie a punta e i tratti del viso finissimi, ma lui non si era mai sentito veramente un Elfo, nemmeno per una minima parte e preferiva credere di appartenere in tutto e per tutto alla razza umana. A volte, tralasciava anche di guardare il suo riflesso pur di non soffermarsi troppo sulle orecchie e sui suoi tratti somatici che, evidentemente, ricordavano quelle misteriose creature.

Del resto, non ne aveva mai conosciuto uno in vita sua e quel poco che sapeva, non glieli rendeva simpatici. In realtà, non sapeva nemmeno se esistessero ancora e dove vivessero. Erano anni che non se ne vedevano più in giro e forse erano emigrati in chissà quale punto lontano della foresta. Le sole nozioni che aveva di quella strana stirpe era che, senz’ altro, fluiva nel loro sangue il potere della magia, che si trattava di un popolo schivo e poco amante degli esseri umani.

“ Per il bene degli abitanti della foresta spero proprio che abbiano abbandonato questi luoghi di pace e che si siano trasferiti altrove. Possiamo fare a meno di gente bizzarra e dagli strani usi e costumi.” pensò con un mezzo sorriso.

Eppure, di quella stirpe aveva ereditato caratteristiche fisiche che, in alcuni casi, si erano rivelate determinanti. La prima di queste qualità era la vista. Con gli occhi riusciva a squarciare l’ oscurità della notte come alcuni animali; un’ altra era l’ udito finissimo e un’ altra ancora era l’ estrema agilità delle membra. Kandir si muoveva elastico come un gatto e riusciva a compiere balzi e giravolte come solo un felino. In cuor suo sopportava l’ dea del sangue elfico solo per questi motivi.

Poi, un ricordo improvviso gli balenò nella mente e la figura esile di sua madre gli apparve nitida.

Mamma, non voglio avere queste orecchie a punta e questo viso così scavato. I miei amici mi prendono in giro per questo!

La donna lo aveva guardato con espressione mesta mentre rispondeva con pacatezza:

 Nessuna creatura al mondo può rifiutare di essere quello che è. Nemmeno noi!”

Allora Kandir si era soffermato sui bei lineamenti della madre, fini ma non certo elfici e i suoi capelli neri come l’ inchiostro.” Io però non ti assomiglio molto. Perché?”

“ Tu assomigli alla nonna, ma nelle nostre vene scorre lo stesso sangue.”

“ Perché, mamma? Perché? Io non voglio essere un…”

Non riusciva mai a terminare la frase e lei lo riprendeva:” La stirpe da cui proveniamo non è mai stata malvagiaSi tratta di un popolo dalle abitudini strane e dalla cattiva nomea, ma niente affatto malvagia. E poi in te sono distinguibili solo le caratteristiche fisiche e non quelle spirituali. Tu sei più un umano che un Elfo.”

Quelle parole non erano servite a rincuorarlo ma, anzi, si era lasciato andare in un pianto disperato” Non è vero, mamma e tu lo sai beneIo vedo dove gli altri non vedono e sento quello che tanti non sentono. Odio queste orecchie! Odio i miei capelli bianchi! Odio come sono fatto!”

La madre si era abbassata alla sua altezza e lo aveva guardato dritto negli occhi:” Quelle sono qualità e non difetti e se imparerai a sfruttarne le potenzialità, da adulto potrai diventare una creatura speciale, imbattibile, imprendibile e inimitabile. Nessun altro sarà speciale come te.”

La stessa scena si era ripetuta più volte e in quelle occasioni la madre lo prendeva tra le braccia e lo consolava accarezzandolo.

Kandir tornò al presente con la voce di lei che lo calmava, intonando una dolce ed esotica melodia. Dolce donna la sua mamma. Con poche, semplici parole era state in grado di rasserenarlo.

Un velo di profonda commozione e altrettanta nostalgia permeò il cuore dello stregone.

I ricordi continuarono a fluire nella sua mente come l’ acqua in un quieto ruscello.

Crescendo, aveva sempre cercato di nascondere le orecchie sotto la copertura dei lunghi capelli e lo aveva fatto fin quando era stato grande abbastanza da potersi difendere dai dileggi dei compagni.

Lo stregone sospirò. I ricordi che riguardavano la sua infanzia non erano del tutto felici e gli causavano ancora delle sgradevoli sensazioni.   Guardò ancora una volta il medaglione d’ oro finemente inciso, che portava al collo, con l’ immagine dipinta in acquarello di una giovane donna bellissima: Aster, la Ninfa del bosco, di cui era segretamente innamorato.

Aster aveva un viso dolcissimo dall’ ovale perfetto. Occhi grandi con taglio decisamente a mandorla, in cui spiccava netto il colore del mare in burrasca; un verde intenso, brillantassimo, ma a volte fosco come i marosi più alti e più violenti.

In quel momento, la bocca dalle labbra carnose sembrava atteggiata in un broncio deciso, malinconico. I lunghi capelli neri erano scarmigliati e l’ intera immagine, in genere limpida e netta, dava ora l’ idea di essere ricoperta da una patina grigia, che offuscava la deliziosa effigie. Le labbra della giovane ninfa si mossero come se stesse parlando, ma nessun suono fuoriuscì dall’ immagine e, forse, rendendosi conto di non essere capita, lo sguardo le si incupì in modo desolato.

Kandir se ne rammaricò. In precedenza, molte altre volte erano riusciti a comunicare in quel modo, anche a decine e decine di chilometri di distanza, si erano connessi mentalmente e visualmente ricorrendo alla magia di entrambi e se in quel momento non riuscivano, significava solo che qualcosa di grave era accaduto.

Se avesse dovuto descrivere la sensazione che gli offriva in quel preciso istante il medaglione, Kandir avrebbe detto che non si trattava di un finissimo manufatto, ma di un antico quadro in bianco e nero, che il tempo trascorso aveva ingiallito con una patina sgradevole ricoprendolo di crepe.

Lo sguardo del giovane stregone si corrucciò diventando grave.   Si domandò cosa fosse accaduto al ciondolo da renderlo così grigio in così breve tempo.

Nell’ altra mano stringeva la lampada arcana. Un globo che emanava una luce soffusa e che avrebbe acceso con un gesto magico appena fosse scesa l’ oscurità e non perché gli occorresse, la sua vista da Elfo riusciva a squarciare le tenebre, ma lui era sempre riluttante a usufruire di quei poteri arcani e la luce emanata dalla lampada gli serviva per fugare le ombre più inquietanti, scese all’ improvviso sul suo animo in ambascia.

Doveva affrettarsi a trovare la sua insegnante, nonché carissima compagna di tante avventure, Smeraldine, la saggia civetta. Se avesse trovata lei, si disse, di sicuro con il suo aiuto avrebbe presto trovato anche le tracce dei rapitori della giovane ninfa. Sempre che fosse stata rapita e nella speranza che non le fosse accaduto nulla di grave.

In quel momento, le sue mani sfiorarono l’ amuleto che teneva al collo, insieme al ritratto della ninfa. Per un misterioso motivo li aveva messi insieme, e tenuti così da quel momento.

Il piccolo talismano di smeraldo gli era stato regalato proprio dalla civetta. L’ amica mutante, cara e fedele, con occhi verdi simili alla pietra preziosa, dalla quale derivava il suo stesso nome.

Mentre fissava il grazioso amuleto gli occhi del rapace baluginarono, ammiccando per un attimo.

Kandir lo interpretò come un buon auspicio e riprese la sua ricerca nel bosco.

Mentre avanzava, emanò alcune volte il richiamo che aveva studiato e stabilito insieme all’ amica. Un fischio modulato, che ricordava il richiamo di quella specie tanto bistrattata e tanto temuta dai superstiziosi.

E se anche Smeraldine fosse stata rapita insieme ad Aster?” Il sospetto gli passò come un lampo nella mente e lo costrinse di nuovo a fermarsi. Forse, la scomparsa della sua amica era da correlare al rapimento della Ninfa del bosco?

Come poteva essere? Erano entrambe creature magiche e la loro magia era molto potente. Nessun mago, stregone o negromante aveva possibilità di prevalere sulle loro forze unite. Kandir stesso aveva trovato mille difficoltà a superarne il potere quando, in passato, le due creature avevano deciso di metterlo alla prova per testarne l’ energia e il valore.

Eppure, erano ormai ore che le cercava e, o l’ una o l’ altra, avrebbe già dovuto rispondere ai suoi richiami.  

Il fastidioso dubbio stava germogliando come zizzania in un campo di grano e rischiava di contaminare i suoi pensieri con note negative, mentre avrebbero dovuto mantenere un po’ di relativa positività.

Occorreva reagire e non pensare al peggio.  

“ Non esiste nessuno tra i tanti stregoni e le streghe al mondo, in grado di trarre in inganno la mia insegnante. “ si disse per incoraggiarsi. “Né tantomeno, potrebbero ingannare la Ninfa del bosco.” 

Il volto di Aster le riapparve nella mente, delicato come mai gli era sembrato prima.

“ Smeraldine è forte ed energica, mentre Aster è fragile ed è sensibile. Se qualcuno in malafede le domandasse aiuto, lei si farebbe in quattro pur di offrirgli tutto il suo supporto. Ed è in questa sua grande bontà che si cela il suo punto debole.”

Kandir rabbrividì al pensiero che Aster fosse in pericolo e si augurò che Smeraldine fosse con lei.

Insieme posseggono la Forza!

A un tratto esitò e per la prima volta nella sua vita, si sentì confuso e smarrito.

Era per qualcosa che era cambiato intorno a lui.

Si guardò intorno cercando di captare le sensazioni trasmesse dalla natura, ma quello che avvertì fu solo un gelo profondo.

Cosa stava accadendo? Perché quel silenzio calato improvviso come una mannaia a stroncare ogni segnale di vita?

Nel bosco, sempre pieno di rumori, versi di animali grandi e piccoli, richiami dei vari uccellini sui rami, il fruscio del vento tra le fronde degli alberi…

Ma quali fronde? “ si domandò, ormai sconcertato mentre il gelo s’ infiltrava, fastidiosamente, in tutte le fibre del suo essere.

Il paesaggio era mutato e non esistevano più foglie sui rami ora scheletrici. Eppure, si era a primavera inoltrata! Kandir scrutò in ogni angolo possibile, fin dove giungeva il suo sguardo. Inutile cercare vita e vigore nella natura.   Il bosco, in quel punto, era desolatamente morto.

Nemmeno in pieno inverno si poteva ravvisare un simile squallore. Gli animali che non andavano in letargo, con la loro presenza riuscivano ad animare la selva anche nella stagione più rigida. Lasciavano tracce evidenti del loro passaggio, mentre ora, non vi era nessun segno di vita.

E quel silenzio drammatico pesava ancor più dei più assordanti tra i rumori.

E dove erano finiti tutti i piccoli amici animali primaverili? Quelli che appaiono all’ improvviso, guardando con curiosità l’ estraneo e che si dileguano in un istante per la loro timidezza? Svaniti nel nulla?

Lo stregone si volse indietro, ma anche alle sue spalle il paesaggio era mutato in peggio e un senso di struggente malinconia iniziò a pesare sul suo cuore e sulla sua mente.  

Devo trovare Smeraldine, e con lei unire le nostre potenti magie, per far ricorso al più potente degli incantesimi conosciuti e per permettere così alla vita di tornare a regnar sovrana nel bosco. Per far sì che la grandiosa magia della vita stessa torni al suo splendore naturale.” 

Kandir si esortava da sé perché era perfettamente consapevole che, se non fosse riuscito nel suo intento, tutto sarebbe stato perduto. Forte di ciò, fece salire anche più alto e deciso il richiamo per la sua amica.

E proprio in quel momento, in un piccolo cantuccio della sua coscienza gli parve di rilevare una lontanissima voce in risposta al suo richiamo. S’ immobilizzò su quella sensazione, cercando di captare e di capire cosa fosse stato quel lampo.

Rilanciò nuovamente il richiamo convenuto, e ancora una volta gli sembrò di captare quella voce lontanissima, e questa volta riuscì a capirne le parole:

« Segui la musica, Kandir! Solo così mi potrai trovare!»

Aveva capito bene? Doveva seguire la musica? Che voleva dire Smeraldine?

Nel frattempo, era giunto al ruscello dove sovente avevano l’ abitudine di sostare lui e la sua mentore, per le abituali lezioni di magia e a volte anche Aster si soffermava su quelle rive.

La ninfa affermava che non esisteva niente di più incantevole di quel luogo, che amava definire “ un piccolo paradiso”.

Il giovane stregone si fermò accanto al ruscello e lo trovò incredibilmente immobile. Sembrava che le sue acque invece di scorrere, com’ era naturale che fosse, si fossero cristallizzate fino a prendere quella forma solida che appariva ai suoi occhi. Era come se l’ acqua, fosse diventata ghiaccio. Un fenomeno normale per l’ inverno e non per quella stagione.

Posò il globo di luce accanto a sé e poi con gesti decisi delle mani richiamò un incantesimo, mentre mormorava la formula magica adeguata.

Una nube bianca scaturì da quel gesto dirigendosi, come sospinta da una lieve brezza, al di sopra del letto del ruscello. Dentro alla nube andò materializzandosi una figura dapprima nebulosa ed eterea, che poi prese lentamente consistenza, trasformandosi.

Senza alcun dubbio si trattava di Aster e non della civetta come lui avrebbe voluto evocare. Perché?

La giovane ninfa muoveva le labbra come se stesse scandendo qualcosa, ma la sua voce non gli arrivava e, Kandir, pur concentrando tutta la sua attenzione, non riuscì a capire.

« Aster, per tutte le stelle. Cosa vuoi dirmi?» le domandò, mentre la rabbia e la frustrazione lo assalivano.

La visione dell’ amica iniziò a svanire, ma lui fece in tempo a vederle scuotere più volte la testa, con espressione di rammarico.

Si chiese perché lei gli avesse mandato la sua visione avvolta in una nuvola e cosa volesse comunicargli.

Quello che era palese era stata la difficoltà sostenuta dalla creatura magica per connettersi con lui. E cosa o chi le aveva impedito di esprimersi? Era davvero prigioniera? Pareva proprio di sì! E Smeraldine?

Possibile che le sue amiche fossero state rapite dalla stessa forza oscura, per poi rendere più difficoltosa la ricerca separandole?

Era tormentato da questi ossessionanti dubbi, quando infine accadde una cosa che lo lasciò allibito. Se Kandir non fosse stato molto preparato nel campo della magia, probabilmente ciò che gli apparve e che lo avvolse, lo avrebbe intimorito.

Ma non per nulla il Consiglio degli Arcani lo aveva investito della nomina di Custode Silvestre con l’ oneroso incarico di salvaguardare il bosco e i suoi numerosi abitanti.

Per questo, nel momento in cui venne avvolto nella nebbia densa e scura riconobbe all’ istante la magia oscura e reagì creando, con rapidissime giravolte, una serie di vortici violenti come cicloni, che gli permisero di disperdere momentaneamente la nube maligna.

Appena libero, Kandir sferrò il contrattacco posizionandosi dritto davanti alla nube ora ricompattata. La formazione nebulosa pareva fosse una creatura viva e intelligente, difatti, aveva assunto una vaga forma antropomorfa, se ne stava immobile e sembrava studiarlo. « Vieni avanti, creatura oscura. Non ti temo e nemmeno ti stimo!» esclamò, senza perderla di vista un istante e in attesa di una qualsiasi mossa.

Lo stregone percepì un ghigno e la figura scattò all’ improvviso, protendendosi e cercando di avvilupparlo con quelle che ricordavano protuberanze scheletriche.

Allora fece ricorso alla magia e, con la formula sussurrata tra le labbra, sprigionò il soffio decisivo che avrebbe dissolto definitivamente la nube. Perlomeno, questa era la sua speranza.

Tuttavia, non fu semplice perché la misteriosa creatura prima si sfilacciò in una miriade di spirali filamentose, molto simile a volute di fumo e di vapore nell’ aria, poi si ricompattò e lo stregone dovette emettere più soffi, alla pari di un mantice che soffia per ravvivare il fuoco. Dopo un tempo che a lui parve interminabile e uno sforzo immane, l’ oscura figura finalmente si dissolse nell’ aria.

Molto meglio affrontare un nemico in carne e ossa che quella cosa vischiosa e gelida, pensò, eppure, venne assalito da un altro dubbio: era stato impegnativo ma non difficile liberarsi di quel maleficio. Cos’ altro doveva aspettarsi?

Riprese il cammino più speditamente, emettendo sempre il suo richiamo, ma per il momento, Smeraldine, sembrava davvero svanita nel nulla.

Ormai era scesa la notte, la luce della lampada magica emanava un chiarore soffuso, che lui trovò lenitivo e rassicurante per il suo animo tormentato.

Non si accorse quando ma, a un certo punto, iniziò ad avvertire una profonda quanto anomala stanchezza, che gli appesantiva le gambe e intorpidiva i pensieri. Non voleva cedere al sonno, che lo costringeva a strizzare gli occhi per non addormentarsi, però, forse poteva concedersi un attimo di sosta per snebbiare la mente.

Decise di fermarsi e quella sua esitazione risultò essere un errore, che gli costò caro.

I suoi sensi, sovraffaticati dall’ inquietudine, non erano tesi come invece avrebbero dovuto essere e non percepirono il pericolo.

Una melodia celestiale si era levata intorno a lui rasserenandolo ed esortandolo a lasciarsi andare con la mente.   Stava per cadere in una strana letargia ma, prima di chiudere in modo definitivo gli occhi, ebbe un lampo repentino e la figura di Smeraldine gli apparve, riscuotendolo.

Non ti addormentare! Non è questo il momento!” Era un avvertimento sibilato con tono ammonitore e Kandir si sentì accapponare la pelle. Si riscosse un attimo prima di finire prigioniero di un oscuro incantesimo.

La melodia cambiò istantaneamente di tono trasformandosi in un rimbombo cupo, come il suono di tanti tamburi cadenzati e una figura orripilante gli si parò davanti.

Uno Zombrac! Un essere creato dalla magia nera, che vegetava sospeso  in una sorta di limbo molto simile alla morte apparente, ma che si animava grazie al potere oscuro di qualche negromante.

Era una visione terrificante, che avrebbe soggiogato qualsiasi umano. Uno qualsiasi, ma non Kandir, che soppesò con attenzione la creatura, studiandone le caratteristiche fisiche.

Difficile stabilire a quale sesso appartenesse e lo stregone, per istinto, avrebbe detto che forse era del genere femminile, anche se in effetti di delicato non aveva nulla.

I radi capelli finivano in un intrico simili a tanti serpentelli che si contorcevano in volute vorticose simili a disgustosi boccoli, che ricadevano sulle spalle ossute della creatura.

Gli occhi spiritati erano ridotti a fessure gialle, con l’ iride allungata come i rettili.

E proprio come alcuni rettili, il suo sguardo dava una sensazione raggelante.

Kandir evitò si soffermarsi troppo su quegli strani occhi, che forse possedevano anche un potere ipnotico.

Uno dei particolari che distingueva la creatura dalle serpi, oltre alla postura eretta, era la pelle che non era a scaglie, bensì costellata di tante pustole virulente, piene di pus. Tanto da dare l’ idea di una miriade di piccoli vulcani pronti a eruttare il loro veleno contro tutti quelli che avevano la sfortuna di sfiorarli, anche solo per puro caso.

La creatura emise un verso muto, di gola e istintivamente Kandir tornò a fissarne il volto.

Gli occhi luminescenti baluginarono, quasi in modo soddisfatto, e lui intuì di aver colto nel segno nel sospettare del magnetismo di quello sguardo inumano. Quel verso era stato un richiamo, un patetico tentativo di riacciuffare la sua attenzione, con l’ intento di soggiogarlo.

continua...

                                      

                         

Racconto pubblicato sul sito Scrivere

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