Fantasia

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La brama della scrittura arde come una fiamma in un cuor propenso. Vivì

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domenica 27 settembre 2020

Con il gladio e con il cuore ( Epilogo)

                                                                                    

Darius scattò prima che il tridente affondasse nella gola della compagna che gli era tanto cara.
La reziaria non si accorse nemmeno del suo arrivo, se non nel momento in cui fu scaraventata lateralmente.
«Vattene se non vuoi che ti infilzi!» la minacciò Darius.
La gladiatrice valutò per un attimo il nuovo avversario poi, l’espressione truce e soprattutto il gladio che puntava sul suo ventre, la convinsero ad arretrare.
Contemporaneamente Quintus si rivolse all’imperatore: «Cesare ti prego rivedi il tuo verdetto! Questi ragazzi non meritano la morte!»
«Vita! Vita! Vita!» scandì la folla in piedi pestando i calzari e provocando un rimbombo assordante, quasi a voler sottolineare la massima contrarietà per una estrema sentenza.
Ancora una volta la fragile razionalità dell’imperatore vacillò. Quel giorno sembrava che fossero tutti contro di lui e non riusciva ad afferrarne i motivi. Il suo sguardo vagò sui volti delle persone più vicine cercando un minimo di comprensione e solidarietà, ma a parte i senatori e i consiglieri, che tacevano, apparendo confusi quanto lui, le minacce che arrivarono dagli spalti lo fecero capitolare.
Cesare calcò un gesto che richiedeva la calma e il silenzio e la gente si acquietò con il fiato sospeso.
Sarebbe saggio fingere qualche secondo di riflessione. Giusto il tempo per smorzare la tensione. gli suggerì una voce dall’interno e in quel momento tutto divenne più chiaro.
Non ci stava affatto a perdere la faccia e nemmeno era disposto a rinunciare alla sua vendetta.
La marea di persone assiepata sugli spalti era diventata una seria minaccia, oltre al fatto che lui non aveva più il controllo su almeno la metà delle forze armate presenti nello stadio.
«Vita! Vita!» ripresero a scandire intorno a lui e allora Cesare si domandò se non fosse più saggio rivedere la sua decisione.
Il folle emise un respiro profondo, quindi proclamò con tono solenne:
«Ritengo, in questo grave momento, il popolo sovrano in questo stadio. Che vita sia concessa ai due giovani impostori!»
Quelle parole ottennero un evidente sollievo e l'ennesima acclamazione.
Cesare fu costretto a interrompersi.
Gli spettatori applaudirono entusiasti scandendo il suo nome ma, ancora una volta, l'imperatore ristabilì il silenzio.
«Tuttavia, se il popolo è sovrano in questo stadio, Cesare è l'imperatore di Roma e nessuno potrà discutere la sua decisione!»
Un nuovo moto di nervosismo serpeggiò tra gli spalti, ma nessuno osò fiatare.
Sotto la minaccia di una cinta di arcieri e alabardieri schierati dalle guardie pretoriane, gli spettatori rimasero in attesa.
Cesare riprese: «Ebbene io comando che sia quel giovane ad affrontare il mio campione. Naturalmente non si pretende che egli prevalga nello scontro né che sopravviva, ma se dovesse resistere il tempo segnalato dal gong avrà redente le sue colpe e quelle della sua amica.  Questa è la mia parola!»
Lo sconcerto fu unanime. Gli sguardi di tutti si focalizzarono sul giovane gladiatore.
Darius, sconcertato dall’ennesimo e imprevisto risvolto cercò lo sguardo di Quintus e quello di Aurelius.
Il liberto, tenuto sotto la stretta sorveglianza da alcune guardie, strinse con forza i pugni ai suoi fianchi. Erano soprattutto loro, insieme ai centurioni, sotto tiro degli arcieri e né lui né i suoi gladiatori potevano intervenire. L’uomo scosse la testa e nel suo atteggiamento era evidente la profonda frustrazione.
Il centurione, invece, si strinse nelle spalle.
Aveva fatto tutto il possibile per salvare i due amici, anche mettendo a rischio l’incolumità di tutta la Centuria. Ora toccava a Darius decidere.
Subodorando l’ennesima trappola il ragazzo esitò.
Rilevando la lieve indecisione i poeti cantori si alzarono attirando l’attenzione della folla e, puntando l’indice su di lui, salmodiarono:
 
Orsù gladiatore non aver indugio,
in altri non puoi trovar rifugio!
Giunta è l’ora che tosto tu decida.
Accetti or dunque l'imperiale sfida?
 
Immobile al centro dell’arena, Darius esitava ancora.
Silvester gli aveva parlato del campione di Cesare e lo aveva descritto lui stesso, che già veniva definito un gigante, come l’Eracle della mitologia greca: mastodontico, forzuto, imbattibile.
E lui come poteva sperare di riuscire a resistere anche solo un minuto agli attacchi del colosso così ben narrato?
Comunque, rifiutare di battersi sarebbe stato giudicato un atto da codardo e significava condannare Licia a una morte certa.
No!  Lei deve vivere anche a costo di essere io a rimetterci la vita! concluse.
«Accetto la sfida Cesare!» esclamò sollevando il gladio.
L'imperatore annuì con aria soddisfatta ma, proprio in quel momento, il gladiatore nubiano irruppe sulla scena.         

                                                 
Silvester si era liberato di una guardia e diretto con passo deciso sotto lo spalto centrale, là dove l'imperatore dominava l’arena.
Il gladiatore dalla pelle di ebano pose un ginocchio a terra e chinò la testa.
Sugli spalti il brusio suscitato dal suo arrivo cessò all'istante.
«Cesare, ti prego, dammi il permesso di affrontare il tuo campione.»
L'imperatore si sollevò lentamente dallo scranno: «Vuoi forse discutere la mia decisione, schiavo?»
«No, mio signore! Non mi permetterei mai, ma tu sai che sono un gladiatore esperto e un beniamino di questo stadio» disse, cercando l’appoggio dei suoi sostenitori, che non esitarono a manifestargli la loro ammirazione scandendo il suo soprannome e con un sonoro applauso, che il nubiano mise subito a tacere.
Poi continuò: «Conosco le possibilità di entrambi i contendenti. E sono sicuro che questo giovane non potrebbe resistere più di qualche secondo alla potenza del tuo campione. Mi offro per sostituirlo per un duello all’ultimo sangue in modo da ripagare i suoi eventuali debiti nei tuoi confronti.»
Cesare tacque. L’idea di uno scontro tra i due giganti lo allettava ma scartò subito il pensiero. Quel ragazzo aveva mandato a monte le sue mire di passare alla storia e andava punito per questo. Poi avrebbe eliminato ogni altro testimone delle sue trame ai danni di Roma e in quanto all’attentato ci avrebbe riprovato in tempi più tranquilli.
Cesare sorrise. «Sei uno schiavo generoso e terrò ben a mente questa tua offerta di batterti contro il mio campione. No, per oggi ti ritirerai con gli altri gladiatori. Ho deciso per un altro combattimento e così sarà!» 
L’imperatore liquidò la faccenda con un gesto secco e le trombe squillarono.
A Silvester non rimase altro che ritirarsi di buon grado, ma quando passò accanto ai due amici, prese Licia per un braccio per accompagnarla e sorrise mestamente al ragazzo.
«No, Darius! Ti ucciderà!» Licia ricordava bene la descrizione fatta dal nubiano riguardante il campione del sovrano «Non ti lascio! Rimango con te! Combatteremo insieme.»
Gli occhi velati dell’innamorata lo commossero. Darius le si avvicinò passando due dita delicate sulle labbra carnose e le sorrise: «No, Licia! Questa è una prova che devo affrontare da solo. Sono quel che sono perché l’ho voluto io e devo andare incontro al mio destino.»
«No! Rimango con te!» ripeté lei, ormai in preda all’angoscia.
Allora Darius l’abbracciò: «Ricordi la profezia? Gli dei sono con me! Non mi accadrà nulla di male e dopo questa prova saremo di ancora insieme, anzi» aggiunse, stringendola un po’ di più e aspirando a pieni polmoni il profumo emanato dalla sua pelle «inizieremo una nuova vita.»
Ora Licia piangeva senza ritegno: «Promettilo! Promettimi che non ti farai ammazzare!»
«Ho dei validi motivi per rimanere in vita e quello più importante sei tu, Licia! Ti amo!» Finalmente, dopo anni, era riuscito a confessarle il suo vero sentimento ed era felice di esserci riuscito.
Gli occhi azzurri di lei si sgranarono sul suo volto e Darius non seppe resistere. Le loro labbra si sfiorarono e il ragazzo assaporò il gusto salato delle lacrime di lei.
«Anche io ti amo e non ti voglio perdere» confessò a sua volta, guardandolo con espressione intenta.
Darius la baciò ancora una volta, poi si staccò a malincuore facendo un cenno d’intesa al nubiano, che la trascinò via.
Lei si lasciò letteralmente trasportare con il volto sempre rivolto verso l’innamorato.
Mentre le ante della botola si spalancavano, Quintus fece allontanare i suoi centurioni e 
l’arena si svuotò.      
                                     
                                               

mercoledì 23 settembre 2020

La leggenda di Aracne

                                 

Aracne, detta anche Aragne, è una figura mitologica dell'antica letteratura greca. Si trattava di una bellissima e giovane donna che viveva a Colofone, nella Lidia.

Si narra che Aracne fosse un’abile tessitrice assai rinomata e stimata. I suoi manufatti erano di una bellezza e perfezione tali, da fare credere che fosse stata allieva della dea Atena, mentre la giovane, dimostrando molta baldanza, affermava il contrario.

Accadde che, un giorno, un’anziana signora si recò da Aracne per ammirarne i lavori e, conquistata dall'arte espressa dalla tessitrice, le consigliò di ritirare dal villaggio la sua blasfema vanteria, per non incorrere nella collera della divina Atena.

Aracne si rifiutò di ammettere di avere esagerato e calcò la mano dicendosi pronta ad affrontare un'eventuale sfida con la dea.

Davanti a tanta arroganza, Atena svestì le sembianze della vecchia signora e apparve alla fanciulla in tutto il suo divino splendore.

Gli occhi della dea fiammeggiarono di collera mentre decideva a quale punizione sottoporre la giovane tessitrice.

La leggenda narra che le due si studiarono con attenzione per alcuni minuti. Aracne, per nulla intimorita, sostenne con ardimento lo sguardo della dea e, il coraggio che dimostrò, convinse l’altra ad accettare la sfida.

Come soggetto per la sua tela, Aracne scelse gli amori e le passioni segrete degli dei mettendo in risalto le astuzie e ogni minimo sotterfugio, che essi perpetravano, per il raggiungimento dei loschi scopi.

Il risultato fu così perfetto e talmente irriverente, che Atena lo prese come un’offesa personale e si adirò tanto da strappare il capolavoro, riducendolo in brandelli e colpendo poi violentemente la giovane tessitrice con la sua spola.

Offesa e disperata, Aracne tentò il suicidio, ma Atena la salvò e non per pietà, ma per punirla in modo più efficace per tutti gli affronti e le offese, da lei subite, per colpa della giovane.

Aracne venne così trasformata in un ragno condannata a filare per tutta la vita e a vedere distrutto ogni suo lavoro dagli esseri umani.

                                                        



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sabato 19 settembre 2020

La leggenda del re Mida

 

La leggenda narra che Mida, re della Frigia e figlio della dea Cibele, passeggiando nei giardini del palazzo reale, ritrovò il vecchio satiro Sileno, precettore del dio Dioniso, che ubriaco fradicio, vagava con aria smarrita e senza meta.

Re Mida lo accolse a palazzo prendendosene cura e, quando il satiro si riprese dall'ubriacatura, lo riaccompagnò dal dio.

Dioniso, avendo creduto morto il suo mentore, fu talmente felice da voler ricompensare il re, tanto da domandargli di esprimere un desiderio.

Re Mida rifletté un solo momento e poi chiese al dio di concedergli il potere di tramutare in oro tutto quello che da quel momento avrebbe toccato.            

Il dio esaudì il suo desiderio e re Mida si sentì davvero padrone del mondo mentre sperimentava il suo nuovo tocco magico. Ogni cosa, ogni oggetto che sfiorava, di qualsiasi materiale o natura fosse, si tramutava in oro.

Accadde prima con un rametto verde di leccio, quindi fu un sasso raccolto, poi fu la volta di una zolla di terra trasformata in pepita e alcune spighe di grano. Tutto si trasformò in oro puro, persino una mela che, si narra, fosse un dono delle Esperidi e persino lo stipite di una porta, che divenne tanto lucido d’apparire abbagliante.

Quando esausto re Mida fece ritorno a palazzo, i servi gli bandirono la tavola colmandola di varie leccornie e solo allora il sovrano poté rendersi conto della gravità di quanto gli era accaduto.                                 

Ovidio lo narra nel suo libro “Le metamorfosi.”

Ogni cibo, ogni pietanza che lui portava alla bocca si trasformava in oro. Re Mida inorridì quando si rese conto che non avrebbe più potuto toccare nemmeno un essere umano, con il rischio di vedere anche le persone a lui care trasformate in statue d'oro e allora si affrettò a tornare da Dioniso, affinché lo privasse di quel nefasto potere.

Mosso a compassione dalle accorate preghiere, ancora una volta Dioniso lo accontentò, suggerendogli di recarsi alle sorgenti del fiume Pattolo, perché quelle acque, in un certo qual modo magiche, avrebbero lavato via il dono che lui stesso gli aveva fatto. Re Mida ubbidì, immergendosi e rimanendo, per precauzione, per molto tempo a mollo, ma solo quando mise la testa sott'acqua si liberò del potere che era diventato la sua dannazione. 

 Da allora la leggenda narra che il fiume si arricchì di sabbia aurifera.                             

Per quanto riguarda le orecchie d'asino con cui viene raffigurato il sovrano, occorre andare a rivedere un’altra leggenda.

Si narra che re Mida s’intromise in una divergenza sorta tra Apollo e il dio Pan, su chi dei due fosse il più abile nel suonare il proprio strumento riuscendo a trarne le note più melodiose.

Da quella discussione nacque una sfida e Tmolo, il dio del fiume chiamato a dirimere e giudicare i due musici, sentenziò che fosse Apollo il vincitore. Ma re Mida s’intromise, confutando con fin troppo vigore il responso e additando Pan come vincitore.                                      

Apollo, per punirlo della sua intromissione e della sua arroganza, gli fece crescere le orecchie a dismisura ricoprendole poi di fitto pelo grigio, proprio come quelle  di un asino.  


                                                



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lunedì 14 settembre 2020

Con il gladio e con il cuore. (7a parte)

                                                                      


Darius, anche grazie alla giovane età, si riprese presto dal trauma patito.
La mattina dopo l’aggressione era già pronto per la solita corsa su per i colli, in compagnia di Licia e del nubiano.
Nessuno di loro parlò più dell’attentato anche perché il giorno del debutto si avvicinava velocemente e i pensieri dei due giovani erano ormai proiettati verso le prossime sfide.
Le minacce proferite con vigore dall'aggressore mascherato non erano state dimenticate, così che il centurione insieme ad Aurelius e Silvester guardavano con discrezione alla sicurezza degli allievi.
Il nubiano correva dietro ai due corridori osservando la loro falcata e constatando con soddisfazione quanto entrambi fossero in piena forma. In quel momento però, il ragazzo, distratto e con lo sguardo a scrutare in cielo, inciampò e mancò poco che rovinasse per terra. Silvester fece appena in tempo a sostenerlo:
«Ti distrai facilmente per guardare lassù!» lo rimproverò «Vuoi romperti la faccia e rovinarti il debutto?»
Darius arrossì: «Scusa, Silver! Starò più attento!»
«Non è la prima volta che ti vedo correre con il naso all’insù. Sembra che tu cerchi qualcosa tra le nuvole.»
Licia intervenne in aiuto dell’amico: «Cerca il sole che non c’è! O forse, si perde tra le nuvole!» concluse, schernendolo come era suo solito.
Silvester scosse la testa, ma poi sorrise tra sé. Si erano molto affezionato ai due giovani e ne giustificava con benevolenza certi atteggiamenti tipici e forse, ancora un po’ troppo immaturi.
«Pensate a metterci più impegno, piuttosto! Ormai manca poco al grande giorno!»
I due si guardarono ammiccando poi, con uno scatto che sorprese l’inseguitore, schizzarono velocemente in avanti.
Il nubiano fu costretto ad accelerare per raggiungerli.
                                                                 

      

mercoledì 9 settembre 2020

Creature mitologiche: i Giganti

 



I Giganti sono colossi mitologici dell'antica letteratura greca.

Una leggenda narra che aspirassero ad ascendere all'Olimpo e che per questa loro grande ambizione dovettero sovrapporre tre monti, uno sull'altro per arrivarne alle porte, ma furono sconfitti, cacciati e relegati nelle profondità dell'Etna.

I dodici divini abitanti dell'Olimpo non compirono l'impresa da soli. difatti, senza il supporto di Eracle, il semidio figlio di Zeus e di una mortale, non sarebbero mai riusciti a scacciare gli invasori.                             


I Giganti che provarono a conquistare l’Olimpo furono ventiquattro, tutti determinati e temibili. Oltre che con la colossale statura, venivano raffigurati  con  lunghe barbe e  folte capigliature inanellate. In qualche descrizione si fa' anche cenno  a lunghe code serpentine.

A capo della banda di assalitori era Alcioneo, che fu anche la prima vittima di Eracle. Il secondo a cadere fu Porfirione, che quasi riuscì a strangolare Era, la regina dell'Olimpo. In quel caso, l'intervento del dio Eros fu provvidenziale anche se non risolutore. Il dardo scagliato dal dio ferì al fegato il gigante, la cui brama omicida si trasformò in lussuria. Porfirione tentò di violentare la dea scatenando la collera di Zeus, che colpì il gigante con una folgore. Fu comunque Eracle a finirlo con colpi di clava.

                                      


Il gigante Efialte si scontrò con Ares; Eurito con Dioniso; Clizio con Artemide; Mimante con Efesto e infine Pallante con Atena. In tutti questi combattimenti fu sempre l'intervento di Eracle a risultare decisivo.

Demetra ed Estia, considerate le più pacifiche tra le dee dell'Olimpo, non parteciparono ai violenti scontri e si tennero in disparte mentre, le Moire, le tre dispettose figlie di Zeus, contribuirono alla vittoria finale scagliando pesanti oggetti di rame contro gli aggressori.

Messi alle strette e demoralizzati  per le perdite subite, i superstiti fuggirono, inseguiti tra i più bellicosi degli dei. Per prima Atena, che si trasformò lei stessa in colosso e raggiunto  Encelado, la dea scagliò un enorme masso, che colpì in pieno il gigante causandone l'inabissamento nel Mediterraneo. La leggenda narra che si formò così la Sicilia.

                                     

Poseidone abbatté Coo e lo scagliò in mare, dove il corpo del gigante diventò l'isola di Nisiro, nel Dodecanneso. Ermes abbatté Ippolito e Artemide uccise Grazione. Le tre Moire riuscirono a bruciare le teste di Agrio e Toante.

La pace tornò così sul monte Olimpo anche se, in un altro mito, il satiro Sileno si vantò di essere lui l’eroe che riuscì nell'impresa di salvare l’Olimpo con il raglio altisonante del suo asino, che spaventò i giganti inducendoli alla fuga.

Alla categoria dei giganti appartengono anche i Titani, i Ciclopi, mostri con un solo occhio situato nella fronte e i Centimani, colossi dalle cento mani.                


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domenica 6 settembre 2020

Creature mitologiche: la sfinge

 

                                   


La parola “sfinge” deriva da un termine greco molto antico e per noi non trascrivibile, per via delle enormi differenze tra il nostro alfabeto e quello greco, un termine accomunato dai Greci stesso al verbo strangolare. Da questo deriverebbe la logica traduzione della parola sfinge come “la strangolatrice”. Una nomea terrificante che, secondo la leggenda, sarebbe ben meritata da questa creatura, in alcuni casi descritta con il corpo leonino e la testa umana, grandi ali di uccello, detta scientificamente androsfinge, raffigurata invece con testa d'ariete, briosfinge e, infine le ieracosfinge, come vennero definite da Erodoto le figure leonine con testa di falco.

All'inizio, una sfinge poteva avere, indifferentemente, le sembianze sia maschili che femminili, spesse volte scolpite con il volto del faraone regnante, solo in seguito divenne definitivamente alata e con sembianze femminili.

                                    


Famosa è la leggenda dell' indovinello che la sfinge, posta a guardia dell'ingresso dell'antica città greca di Tebe, poneva ai viandanti che volevano entrare.

La sfinge poneva il suo quesito, al quale la persona doveva dare la giusta soluzione e se ciò non fosse accaduto, la pena inflitta dalla mostruosa sentinella sarebbe stata la morte.

Si narra che nessuno tra i pellegrini, i viandanti e gli stessi tebani riuscisse a risolvere l’enigma, per cui la città rimase a lungo assediata e isolata dal resto del mondo.

Creonte, figlio di Liceto e re di Tebe, disperato per aver perso il proprio figlio a causa del quesito posto dal mostro, promulgò una legge che prometteva il suo regno e la mano di Giocasta, vedova di Laio, a chi avesse dato la soluzione e sconfitto quel guardiano mostruoso.

Edipo accettò la sfida e si diresse alla rupe sulla quale stava di guardia la sfinge che lo interrogò: “Chi, pur avendo una sola voce, al mattino si trasforma in quadrupede, a mezzogiorno in bipede e alla sera diventa un tripide?”

“L'uomo” egli rispose, “che nell'infanzia striscia su quattro zampe, in età adulta cammina su due piedi e, infine, nella vecchiaia utilizza un bastone d’appoggio.”

Nel finale della leggenda, la sfinge, dopo essere stata sconfitta da Edipo si getta da una roccia molto alta e muore mentre, in un'altra versione, il mostro divora se stesso.


Edipo torna vittorioso nell'antica Tebe, sale al trono e sposa la bella Giocasta, ma ancora non conosce il drammatico risvolto che avrà la sua vita molti anni dopo.

 Secondo un altro mito, invece, esisterebbe un altro quesito: “Vi sono due sorelle, la prima dà alla luce l'altra e questa a sua volta dà vita alla prima. Chi sono?”

La risposta era il giorno e la notte difatti, nella lingua greca, entrambi i termini sono femminili.

Il monumento più famoso che raffigura questo mostro mitologico è quello posto a guardia della necropoli di Giza, in Egitto.

La colossale sfinge misura una ventina di metri di altezza e più di settanta di lunghezza.

                                                        


 



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mercoledì 2 settembre 2020

Creature mitologiche: le Arpie

 



Le arpie, creature mostruose denominate anche “le rapitrici”, sono esseri mitologici con il viso di donna e il corpo di avvoltoio. Un'antica leggenda ricondurrebbe  le loro origini al formarsi delle tempeste.

Omero stesso le paragonava ai venti più impetuosi e travolgenti e, difatti, alcune tra le più famose portavano nomi significativi: Aello, che significa urlo e anche burrasca; Celeno che vuol dire “oscuro” come il cielo nel bel mezzo di un temporale; Ocipete e Podarge, le due arpie più veloci che, pare, si involassero nel vento.

                                       


Dall’unione di Podarge con Zephiro, nacquero Ballo e Xanto, i due divini cavalli di Achille, la cui velocità era paragonabile al soffio del vento.

Harpia significa ladre, rapitrici. Difatti queste creature venivano considerate responsabili della sparizione degli oggetti che non venivano mai più ritrovati, ma erano anche accusate di essere rapitrici di vita, una lugubre nomea che le portò a essere raffigurate sulle lastre tombali, con gli artigli protesi a ghermire le anime innocenti dei bambini.

Nel libro delle “Argonautiche” di Apollonio Rodio, le Arpie, per ordine della divina Era, perseguitarono, per un po' di tempo, il re dei Traci, indovino e cieco Fineo. Quella leggenda narra che il sovrano venne condannato dalla dea per aver tradito e svelato i progetti divini. Era si vendicò inviandogli le Arpie durante un sontuoso banchetto, a cui partecipavano ospiti di rango.  Le mostruose creature alate rubarono tutte le pietanze presenti sulla tavola imbandita e insozzarono con i loro escrementi le stoviglie.

                                     


Le ladre vennero inseguite fino alle isole Strofadi, ma le loro vite vennero risparmiate quando, raggiunte e sopraffatte, invocarono la clemenza ai loro aguzzini e  promisero che non avrebbero più importunato il sovrano.

Anche Ludovico Ariosto, nel suo Orlando Furioso, cita questo mito sulle Arpie e sul re dei Traci, mentre Dante Alighieri gli dedica il canto  XIII dell'inferno:

Quivi le brutte arpie lor nidi fanno,

che cacciar dalle Strofadi troiani

con triste annuncio di futuro danno.


Ali hanno late e colli e visi umani,

piè con artigli e pennuto il gran ventre,

fanno lamenti in su li alberi strani.


                                                                 








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