Fantasia

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La colomba della pace

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mercoledì 14 gennaio 2026

La leggenda dell'Etna

 


“A muntagna” così i siciliani chiamano il loro vulcano Etna, altrimenti conosciuto come Mongibello.
Il vulcano è vivo, brontola tanto dal profondo, fino a fare tremare la terra intorno; sbuffa lunghi soffi di fumo dal cratere e ogni tanto si arrabbia fino a esplodere, eruttando lava incandescente e offrendo uno spettacolo straordinario al mondo intero.
L’Etna ha dato origine a innumerevoli leggende e una tra le più suggestive è quella che narra di Encelado, fratello maggiore di tutti i giganti.
Encelado veniva descritto come un tipo molto ambizioso, dall’indole collerica e dall’aspetto trasandato. Portava i capelli molto lunghi, sfoggiava una barba importante e incolta, a cornice dei tratti granitici del suo volto. Si narra che la sua bocca pareva una fornace e che in preda alla collera sputasse scintille di fuoco, che gli incenerivano sì barba e capelli, ma che in seguito ricrescevano più folti e ispidi di prima.


Desideroso sempre più di potere e folle di gelosia nei confronti di Giove, il padre di tutti gli dèi e Signore dell’Olimpo, Encelado progettò di raggiungere il regno situato nel cielo, combattere con il sovrano e conquistarne il trono.
Essendo un autoritario, il gigante riuscì a soggiogare i fratelli minori e a convincerli ad aiutarlo ad ascendere fino all’Olimpo comandando loro di porre una sull’altra le cime più alte del pianeta Terra. Così i giganti iniziarono a sovrapporre sull’Etna il Monte Bianco, quindi Pindo della Grecia e le più alte vette asiatiche. Ma le cime non bastarono ed Encelado sbraitò contro i fratelli: «Prendete anche i monti africani! Solo così arriveremo in cielo!»
I giganti ubbidirono ma, quando furono a un passo dal regno degli dèi, Giove, finalmente se ne accorse e si adirò. Il sovrano scagliò i suoi fulmini contro i giganti accecandoli e facendoli precipitare. Subito dopo bersagliò le montagne riducendole in frantumi, che franarono sui colpevoli seppellendoli.


Anche Encelado rimase coinvolto nella valanga di detriti e pietrisco e, sebbene ancora vivo, rimase sepolto nel ventre dell’Etna.
Impossibilitato a muoversi, la frustrazione e la collera del gigante aumentarono a dismisura, tanto, da fargli vomitare fuoco e lapilli che risalirono raggiungendo il cratere del vulcano.
La rabbia di Encelado si trasformò in lava incandescente, che quel giorno colò lungò gli scoscesi pendii provocando morte e distruzione nei villaggi intorno e costringendo la gente alla fuga.
In seguito il gigante si acquietò, addormentandosi ma, periodicamente si risveglia, così come la sua collera e torna ancora oggi a scagliare fuoco e lapilli oscurando persino il cielo.




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domenica 4 gennaio 2026

La leggenda dei Krampus

        

Il termine Krampus deriva dal bavarese Krampn e significa morto, putrefatto. Il termine deriva anche dal tedesco Kramp che significa artiglio.

Pare che questa leggenda risalga al periodo precristiano e nella zona definita austro-ungarica.

I Krampus sono figure demoniache dai tratti mostruosi, che si aggirano per le vie dei villaggi alla ricerca di ragazzi da punire.  Indossano vesti lacere e lorde ricoperte di pelo e di piume di animali e i loro volti sono nascosti da maschere orripilanti. Durante il solstizio d’inverno, quando le tenebre hanno la meglio sulla luce, si aggirano per vie immerse nel silenzio e nell’oscurità diffondendo nell’aria il rumore inquietante di cupi campanacci, fruste sibilanti e cigolii di catene.


La tradizione vuole che le maschere siano esclusivamente maschili ma esisterebbe anche una versione femminile detta “Krampa”.

La leggenda narra che nei periodi di carestia i giovani montanari si travestissero di pelli e corna di animali e sotto la copertura delle maschere si aggirassero per le strade terrorizzando gli abitanti e derubandoli di tutto ciò che di commestibile avevano immagazzinato per l’inverno.

Dopo un paio di scorrerie, però, i giovani si accorsero che tra loro,  si era infiltrato un demone vero, riconoscibile per le zampe e gli zoccoli caprini, e si rivolsero al vescovo Nicola protettore dei bambini, per esorcizzarlo. Il sant’uomo affrontò con coraggio e perizia il demone e lo sconfisse, riducendolo in schiavitù e riportando la pace nelle case del villaggio.


Nacque allora la tradizione per i giovani di sfilare in parata la vigilia di San Nicola, non più per depredare gli anziani contadini ma per punire i ragazzini più ribelli.

Il corteo, che è volutamente molto rumoroso e si svolge ancora oggi in certe zone dell’Europa e del nord Italia, inizia con il vescovo Nicola che sfila su un carro circondato dalle maschere dei Krampus. Il religioso si sofferma a interrogare i più giovani tra gli spettatori e dispensa dolcetti ai più buoni redarguendo con severità quelli più ribelli.

Il compito del vescovo è anche quello di tenere quieti gli iracondi demoni che, altrimenti, frustrati dalla lunga inattività e bersagliati da ingiurie e provocazioni da parte degli abitanti tenderebbero ad aggredire piccoli, grandi e persino anziani elargendo a destra e a manca energiche vergate o colpi di frusta.

Appena il sole tramonta San Nicola si ritira dal corteo e i demoni rimangono liberi di scorrazzare per le vie del paese inseguendo e terrorizzando i paesani più restii a tornare a casa.

In qualunque paese si svolga la parata vige per tutti un’unica regola: mai cercare di strappare la maschera a un Krampus perché questo porterebbe disonore alla mostruosa creatura, ma il malsano gesto potrebbe anche riservare una cattiva sorpresa e l’incauto curiosone potrebbe  scoprire di trovarsi davvero davanti a un demone! 

           



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venerdì 12 dicembre 2025

La serpe bianca di Chiavenna



 


Siete mai stati a Chiavenna, un paese in provincia di Sondrio? No? Ebbene, io ci sono stata e nel passeggiare tra le vie ho notato che molti portoni in legno avevano il battacchio in ferro battuto e forgiato con la forma di una serpe. In quel momento ho iniziato a pormi delle domande a tal proposito e, interrogando i paesani sono venuta a conoscenza di un'antica leggenda che narra di una fastidiosa e devastante invasione di insetti, molto simile a una delle famose piaghe d'Egitto.

A quei tempi si viveva di pastorizia e agricoltura locale e per i poveri contadini l'invasione di mosche e moscerini fu una vera catastrofe. Enormi nugoli di insetti divorarono e distrussero la maggior parte dei raccolti seminando morte e devastazione tra i campi.

Inebetiti e incapaci di trovare una soluzione adeguata, i paesani si rivolsero a un mago che, preso atto della drammatica situazione, chiese loro se avessero mai visto una serpe bianca. Stupiti dalla bizzarra domanda gli abitanti negarono ma, senza dare alcuna spiegazione, il mago sparì per alcuni giorni. Fu allora che nel paese si iniziò a dubitare che il misterioso personaggio potesse aiutarli a risolvere il problema. Ma il mago ritornò al villaggio e domandò loro di allestire e accendere un grande falò su cui avrebbe operato il suo sortilegio. 

Nel momento in cui le fiamme divamparono il mago estrasse dalle tasche un oggetto magico e, chiudendo gli occhi mormorò una sommessa quanto arcana cantilena. Nessuno degli abitanti ne comprese le parole ma, all'improvviso, tra le fiamme si formò una sinuosa e candida figura incandescente. 

Il mago continuò a salmodiare la sua formula e la serpe iniziò ad attrarre tutti gli insetti che infestavano i dintorni divorandoli o causandone la distruzione tra le fiamme. Quando non rimase un solo insetto in circolazione, però, accadde che la serpe ingigantì talmente la sua mole in lunghezza, da riuscire a protendersi all'esterno del rogo. Gli spettatori inorridirono e per lo spavento riuscirono a ritrarsi in tempo. 

                        

Purtroppo non fu così per il mago rimasto del tutto basito dalla formidabile trasformazione e dal drammatico evolversi degli eventi. La serpe lo catturò, avviluppandolo tra le sue spire incandescenti e trascinandolo tra le fiamme quindi, tra mille crepitii e scintille le due arcane creature svanirono nel nulla. 

Quando le fiamme del rogo si spensero gli abitanti non trovarono macabri resti ma solo tizzoni fumanti e cenere.

Il mistero s'infittì e a tal proposito le congetture e le fantasiose ricostruzioni si moltiplicarono ma, da allora, la figura della serpe bianca fu interpretata come protettiva e messa a difesa delle dimore degli abitanti di Chiavenna.

                             


                

Leggenda dal web rielaborata da Vivì


domenica 16 novembre 2025

Dedalo e Icaro


La leggenda di Icaro è una storia fantastica nata dalla fervida fantasia di qualche antico cantore greco e giunta immutabile fino a noi attraverso il trascorrere dei secoli. 

La storia inizia con Minosse, il re della mitica città di Creta, che incarica Dedalo, famoso architetto, inventore e scultore, nonché padre di Icaro, di costruire un labirinto in cui imprigionare il minotauro, una mostruosa creatura per metà umana e per l'altra metà toro.               


Dedalo accetta l'incarico e l'intricato edificio viene realizzato in breve tempo. Appena pronto, il minotauro vi viene imprigionato ma, il re non ancora soddisfatto e consapevole della gravità del compito, incarica Teseo di entrare nel labirinto e di uccidere il mostro. Re Minosse sa bene i rischi ai quali va incontro Teseo e la sua è di certo una condanna a morte per l'eroe di Atene che, nel caso prevalesse in uno scontro con il minotauro, non riuscirebbe mai a trovare l'uscita dal mastodontico labirinto.


Ma il destino gioca un ruolo fondamentale in questa storia infatti, Arianna, la figlia di Minosse, innamorata del giovane ateniese decide di seguirlo e aiutarlo nell'impresa. Arianna, seguendo il consiglio di Dedalo, si munisce di un gomitolo e ne affida un capo all'innamorato tenendo l'altro per sé. Teseo affronta il mostro e lo uccide quindi, grazie al filo di Arianna ripercorre la strada che riconduce all'uscita. In seguito, i due innamorati fuggiranno da Creta e il re, venuto a conoscenza dei fatti, s'infuria e decide di punire Dedalo.

       

Il re ordina d'imprigionare Dedalo e il figlio Icaro nel labirinto, condannando entrambi a una fine atroce. La costruzione è tanto intricata e tortuosa che nemmeno il suo ideatore è in grado di trovare l'uscita. Dedalo studia un modo alternativo per fuggire e nota che il luogo in cui sorge l'edificio è sorvolato da stormi di uccelli. Essendo anche un bravo inventore escogita un piano e realizza, con le penne e le piume perse dai volatili e incollate con della cera, due paia di magnifiche ali. Prima di prendere il volo raccomanda al figlio di non salire troppo in alto e di rimanergli accanto.                                                              

Tutto preso dall'ebbrezza del volo, Icaro dimentica presto le raccomandazioni del padre e, attirato dallo splendore del sole, ascende sempre più in alto. Troppo tardi si accorge che il calore dei raggi solari causa lo scioglimento della cera con la conseguente perdita di penne e piume, ed è con orrore che Dedalo assiste alla caduta vertiginosa del figlio tra le onde del mare.

La misera fine di questa leggenda ci insegna che non bisogna mai aspirare a qualcosa situata troppo in alto e irrangiungibile, per non fallire rovinosamente i nostri intenti.



Antica leggenda greca rielaborata dall'autrice del blog

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domenica 29 giugno 2025

La leggenda della strega “da muntagna”






La leggenda della strega del Vesuvio nasce da un drammatico avvenimento. Nel 1858 il vulcano esplose con una devastante eruzione, che provocò molti danni e molta paura e che durò per diverso tempo. Si narra che subito dopo la prima colata lavica, nei villaggi situati intorno al vulcano, iniziarono degli strani e inquietanti fenomeni. Durante la notte seguente all'eruzione, i contadini locali avvertirono urla strazianti di donna provenienti da qualche punto imprecisato e, la quiete che aveva caratterizzato fino allora quei luoghi, si dissolse come neve al sole.

L'inquietante fenomeno si verificò per alcune notti consecutive e inutilmente al sorgere dell'alba gli abitanti, armati fino ai denti e pronti a tutto, si misero alla ricerca della donna, causa delle forzate veglie notturne. Le ricerche continuarono per giorni ma risultarono infruttuose, tanto, che l'intera vicenda, passata di bocca in bocca, si ammantò di magia e di mistero.

Nei fantasiosi racconti iniziò a delinearsi la figura di una strega malefica prigioniera nel vulcano e i contadini, ossessionati e spaventati dai sinistri fenomeni, decisero di interpellare una famosa fattucchiera del luogo conosciuta come “ a vecchia e Mattavona”. La donna accettò l'incarico e recatosi sul posto iniziò a formulare vari incantesimi, che misero fine alle urla strazianti.

Si narra, però, di un lungo ed estenuante scontro tra le forze del male ultraterrene e quelle del bene ma che, alla fine, il vulcano si riaddormentò e le notti tornarono tranquille nei villaggi dei dintorni.


Leggenda dal web rielaborata da Vivì
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lunedì 30 ottobre 2023

La leggenda di Jack O’ Lantern

 



Non tutti i diavoli sono perfidi, intelligenti o astuti e quello che andò incontro a Jack O’ Lantern, letteralmente Jack della lanterna, nella notte di Ognissanti, era appunto uno dei più sprovveduti. Jack era il fabbro del villaggio, un gran lavoratore ma anche un tipo dissoluto che amava bere fino a ubriacarsi. Beveva così tanto che il suo fegato era andato in pezzi e l’uomo si trovò, ben presto, a un passo dalla morte. Quella notte, per appropriarsi di quell’anima e farsi bello dinanzi ai demoni superiori, lo sprovveduto diavolo anticipò i tempi andando incontro al malato, molto prima che questi cessasse di vivere.



Ma l’uomo, non proprio felice di concedere la sua anima anzitempo, squadrò ben bene il demone valutandone il valore e tentò di impietosirlo domandandogli di poter bere un ultimo bicchiere. L’inesperto e ingenuo diavolo non trovò per nulla strana quella richiesta e accettò di esaudire l’ultimo desiderio del fabbro.

«Purtroppo, non posseggo nemmeno il becco di un quattrino! Non è che potresti trasformasti in una moneta da sei penny in modo che io possa pagare la bevuta?» domandò l’uomo in modo subdolo.

Lo sprovveduto diavolo lo accontentò ma, appena avvenuta la trasformazione, l’ubriacone lo rinchiuse nel suo portamonete in compagnia di un crocifisso d’argento.


Deluso, amareggiato e umiliato il demone fu costretto a sottostare al ricatto dell’umano barattando la sua libertà con la concessione di un ulteriore anno di vita.

Il diavolo se ne andò scornato e Jack decise di cambiare vita e non bere più ma i suoi propositi rimasero inattesi e, in breve, tornò all’esistenza dissoluta di prima così, un anno dopo, la notte degli Ognissanti il diavolo tornò per reclamare la sua anima.

Ancora una volta l’astuto fabbro riuscì a convincere l’ingenuo o stupido demone a esaudire un nuovo desiderio: «Prima di morire mi piacerebbe tanto assaggiare la mela più bella di quell’albero. Ma il ramo è troppo in alto per me e non ci arrivo. Mi aiuteresti a coglierla?»

Lo sprovveduto non rilevò nulla di strano nella richiesta e accettò ma mentre si arrampicava, l’uomo incise sul tronco una grande croce e il povero diavolo rimase appeso prigioniero del sacro simbolo cristiano.

Ancora una volta fu costretto a barattare la sua libertà e propose all’uomo di lasciarlo in pace per una decina di anni ma Jack rilanciò: «Se ti faccio scendere tu devi promettere che non tornerai mai più a pretendere la mia anima.»

Non potendo fare altrimenti il diavolo accettò e se ne andò ancora una volta scornato.

Jack visse ancora per un anno poi il suo fegato cedette e l’uomo morì. Non potendo certo presentarsi in Paradiso, Jack fu costretto alle porte dell’Inferno ma il demone a cui aveva inflitto così tante umiliazioni gli sbarrò la strada.


«Vattene da qui! Una promessa va mantenuta e della tua anima non so davvero cosa farmene!» sbraitò il povero diavolo.

Jack si volse indietro ma vide solo un’oscurità infinita e si spaventò per questo: «Non è che mi puoi aiutare a ritrovare la strada di casa?» domandò con la sua solita faccia tosta.

Infuriato per l’ennesima sfrontataggine il demone gli lanciò contro un tizzone infuocato, che Jack afferrò, infilandola poi in una zucca intagliata.

Da quella notte, se aguzzate bene la vista, vedrete una fiammella vagante nell’oscurità. Quella è la luce della lanterna di Jack, sempre alla ricerca della giusta via che lo riconduca nel mondo dei vivi e a casa sua.



Leggenda dal web
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sabato 22 aprile 2023

La leggenda di Pandagian

 

Un’antica leggenda indonesiana narra di una splendida fanciulla che amava sognare e amava la danza. Questa giovane donna si chiamava Pandagian e viveva in un villaggio con i genitori, i nonni e un fratello. La famiglia viveva in una capanna, in cui era possibile accedere soltanto con una scala intrecciata con i giunchi.

Tutte le sere Pandagian si ritrovava con gli amici in una radura e ballava e cantava fino al sorgere del sole.

Esausta ma felice tornava a casa attenta a non destare il padre, che sapeva contrario a questa sua passione per la danza.

A lungo andare il padre si stancò dei ripetuti ritardi e alla fine le proibì di uscire e di danzare.

Pandagian rimuginò tutto il giorno sull’ordine ricevuto ma, giunta la sera, non seppe resistere al richiamo della musica che avvertiva giungere dalla radura e, ignorando il divieto del padre uscì per incontrarsi con gli amici.

Scoperta la sua assenza l'uomo si infuriò e ordinò al figlio maggiore di ritirare la scala di giunchi, in modo da impedire il rientro della ragazza nella capanna.

Ignara di quanto stava avvenendo Pandagian continuò a danzare, sognando a occhi aperti e ammirando il cielo trapuntato di stelle. A un certo punto le parve anche di vedere Riamasan, il principe della notte, che le sorrideva solcando il cielo sul suo carro d’argento.

Quando all’alba tentò di rientrare, accorgendosi della mancanza della scala intuì che suo padre la stava punendo e si disperò lanciando richiami e supplicando la sua famiglia di permetterle di rientrare. Nessuno le diede ascolto e Pandagian, ormai in preda alla malinconia rifletté sul modo di farsi perdonare ma anche che, da lì in poi, non avrebbe più potuto danzare.

Quel pensiero le procurò immenso dolore e per distrarsi si mise ad ammirare il cielo e a sognare di poter danzare tra le stelle con il bel principe della notte.

Fu in quel momento che vide scendere dal cielo una fune d’argento a cui era assicurata una seggiola d’oro. Pandagian vi si sedette e la sedia iniziò la risalita, solo allora intuì che Riamasan aveva percepito le sue preghiere e l’aveva accontentata.

Quando arrivò all’altezza della veranda urlò il suo ultimo saluto alla famiglia: «Madre! Nonni! Fratello! Me ne vado per sempre! Addio padre mio!»

Inutilmente la sua famiglia tentò di convincerla a restare promettendo, addirittura, che le avrebbero concesso di danzare quanto più le piaceva. Pandagian non ascoltò perché ormai aveva deciso di lasciare la terra per il cielo e di realizzare così tutti i suoi desideri.

In alto, tra le stelle trovò ad attenderla Riamasan, bellissimo e sorridente, proprio come lei lo aveva visto nei suoi sogni.

Riamasan rimase incantato dalla grazia e dalla bellezza della fanciulla e le propose subito di sposarlo e di diventare lei stessa la principessa del cielo notturno.

Pandagian accettò con tutto il cuore e i due giovani vissero un periodo molto felice tra le stelle.

Purtroppo, come tutte le cose belle, anche la loro storia era destinata a finire. 

Accadde che un giorno, nel sorvolare le acque argentine di un fiume, la giovane venne assalita da una gran voglia di nuotare e, senza avere l’accortezza di avvertire l'innamorato, si tuffò godendo della frescura e della limpidità di quelle acque che scorrevano tranquille.

Alla fine, esausta si sdraiò sull’erba e si addormentò.

Purtroppo, il principe del sole, fratello maggiore di Riamasan, invidioso di tutto ciò che di bello apparteneva o che si era conquistato il fratello minore, scagliò un dardo di fuoco diritto al cuore della giovane dormiente.

Pandagian morì e furono le stelle stesse che, addolorate, portarono la brutta notizia al marito della giovane danzatrice.

Riamasan accorse accanto al corpo della fanciulla e si disperò, piangendo lacrime lucenti. Quando infine si calmò, fece un gesto verso il cielo e, in quel medesimo istante, il corpo di Pandagian svanì e al suo posto comparvero tante stelle.

Il principe le scagliò nel cielo, tutte tranne una, la più bella e la più splendente che contemplò tra le mani. Riamasan l’ammirò a lungo, finché gli parve d’intravedere il sorriso splendente della giovane moglie. In quel momento rammentò le suppliche del padre e della famiglia a rimanere sulla terra e allora frantumò la stella in mille e più pezzi e le scagliò sulla terra.  «Trovate i suoi genitori e brillate portando loro il suo ricordo in eterno!» ordinò.

I minuscoli pezzi luccicanti si trasformarono in lucciole intermittenti e, quando i genitori quella sera stessa ne notarono la danza intorno alla capanna, associarono quel volo spettacolare alla loro figliola che danzava per loro. 

La danza della donna libera! Libera di scegliere, danzare e... brillare in eterno!



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