Fantasia

Fantasia
La brama della scrittura arde come una fiamma in un cuor propenso. Vivì

Pages - Menu

mercoledì 8 luglio 2020

Creature fantastiche: i Vampiri



Forse non tutti sanno che la leggenda dei vampiri era già conosciuta nell'antica Grecia e persino in Babilonia, dove queste fantastiche creature erano nominate Ehimmue.
Nella tradizione ebraica si rammenta la figura femminile e demoniaca di Lilith associata all’oscurità e portatrice di disgrazie, malattie e morte.
La leggenda narra che i viandanti evitassero di viaggiare di notte per timore di un agguato da parte di Lilith, che pare amasse succhiare il sangue, in special modo quello molto giovane e appartenente ai fanciulli di genere maschile.


Nel Medioevo, questo demone notturno, veniva spesso associato a tutti quegli aspetti considerati negativi che si attribuivano alla sfera femminile, tra cui l'adulterio, la lussuria e la stregoneria.
Alla fine dell'Ottocento, questa icona vampiresca, contemporaneamente ai primi passi verso l'emancipazione delle donne, diventò il simbolo del femminismo di quei tempi.
Nell'antica Grecia e nell'Impero Romano erano conosciute e temute le figure delle “Strige o Strigoi”. Creature che, a ben ragione, si potrebbero definire antenate dei più moderni vampiri.


Le cronache di allora, tramandate da autorevoli scrittori, narrano che le Strigi accorressero al capezzale degli agonizzanti per succhiare il loro sangue accelerandone la morte.
La comparsa di queste creature veniva accompagnata dai parenti con canti e versi lugubri, perché si credeva in quel modo, di mitigare le sofferenze del moribondo.
Il vampiro della tradizione attuale trova gloria e risonanza con le avventure di Dracula, un eccentrico nobile della Transilvania eroe del romanzo di Bram Stocker, ed è inoltre ben narrato è raffigurato in alcune serie televisive di successo.


Questa creatura fantastica si potrebbe definire anche un muta-forma per la sua capacità di trasformare la sua condizione di essere umano in quella di un pipistrello, uccello notturno che vive nelle grotte e si apposta sugli alberi in cerca di cibo, in questo caso di sangue, approfittando dell'oscurità.
Per antonomasia si può inoltre definire Ladro di Vita e Usurpatore di Anime, considerato che oltre al sangue che succhiava agli sventurati che incontrava, aveva il potere di trasmettere la sua stessa condizione disumana perpetrando all'infinito la tragedia.


La superstizione riguardo il vampirismo crebbe a dismisura nel secolo Diciottesimo, in modo tale da provocare anche eccessi d'isterismo collettivo. Non furono pochi i casi in cui alcune persone vennero accusate ingiustamente di essere vampiri e per questo perseguitati in modo atroce e vessatorio.
Infine, con la credenza popolare che queste leggendarie creature non potessero morire, se non infierendo nel loro petto con una bastone appuntito, le cronache di quei tempi annoverano molti casi di vilipendio di cadaveri.                                    















Ricerca effettuta sul web
immagini Phokeny

lunedì 6 luglio 2020

La leggenda di Orfeo ed Euridice

                                                                                     

In una leggenda Orfeo viene descritto come un poeta e un musicista cantore, le cui doti erano da considerarsi sovrannaturali. Si narra che con la lira e con il canto riuscisse a superare la potenza ammaliante delle sirene, riuscisse a condizionare il comportamento di uomini e animali e addirittura riuscisse a placare la collera dei morti.
La leggenda di Orfeo è conosciuta soprattutto per la tragica storia d'amore condivisa con la driade Euridice, la ninfa delle querce, che tra l'altro era sua moglie.
La tragedia dei due innamorati iniziò il giorno in cui Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo, che si era invaghito alla follia della giovane driade, pur avendo   ricevuto dalla ninfa vari rifiuti e determinato a conquistarla, iniziò a tormentarla con una corte spietata. Lei, per sfuggire alle ossessionanti attenzioni finì per calpestare un serpente, che reagì con un morso letale.


Lacerato per la perdita dell'amata, Orfeo decise di recarsi negli inferi per tentare di riportare in vita la sua sposa.
Una volta raggiunto lo Stige, il poeta venne fermato da Caronte, il traghettatore infernale e, lui, per convincerlo a farlo passare, prese il magico strumento e intonò una melodia che lo ammaliò.
Sempre con la musica e il canto, Orfeo riuscì a sedurre anche Cerbero, il mostruoso guardiano dell'Ade.
Superati i primi due ostacoli il poeta cantore si trovò davanti la prigione di Issione, re dei Lapiti, punito da Zeus per aver tentato di usare violenza alla divina Era. Il condannato era legato a una ruota in perenne movimento.
Impietosito dalle sue accorate preghiere, Orfeo suonò la sua lira e la ruota smise di girare. Ma si trattava di un effetto momentaneo poiché appena la melodia cessava la ruota riprendeva a girare.


Conscio dell’inutilità del suo intervento il musico, seppure a malincuore, riprese il cammino trovando davanti a sé la prigione di Tantalo, il feroce semidio, che aveva ucciso il proprio figlio per offrirne la carne agli dei e che aveva poi rubato l'ambrosia, il nettare divino, per  donarla agli uomini.
Tantalo fu così punito dal signore dell'Olimpo al terribile supplizio della fame e della sete. Il condannato avrebbe avuto a sua disposizione sia l'acqua per dissetarsi che il cibo per nutrirsi ma, essendo legato non avrebbe mai potuto alimentarsi e dissetarsi. Orfeo tentò di aiutarlo con la sua musica e con il canto, ma inutilmente perché il tormento del condannato era destinato a durare in eterno.
Dopo aver disceso mille gradini, il poeta si ritrovò nella sala del trono e finalmente incontrò Ade, il signore degli Inferi e sua moglie Persefone. Mentre il sovrano dormiva profondamente, la regina lo fissò a lungo senza proferire parola.


Il poeta distolse il suo sguardo e non indugiò oltre.  Prese la lira e intonò un dolce canto, con l’intenzione di indurre Persefone a rammentarsi della sua vita, prima che lei venisse rapita da Ade e costretta a sposarlo.
La voce melodiosa del cantore sortì l’effetto voluto, facendo riaffiorare ricordi della gioventù di Persefone e di un suo amore perduto, accomunando la sofferenza che ne derivò nel suo animo, con lo straziante dolore provocato a lui stesso dalla morte della dolce Euridice.
Infine, per tentare di convincere la regina dell'Ade a riportare in vita la sua amata, Orfeo le promise persino il ritorno di entrambi negli inferi al momento della loro morte.
La dea, commossa da tanta devozione si convinse. Approfittando del sonno del marito concesse a Euridice di tornare in vita e ai due sposi di lasciare gli inferi ma, solo a una condizione: Orfeo avrebbe dovuto abbandonare quel luogo di pena portando con sé la sua sposa, ma senza mai girarsi a guardarla fino all'uscita.
Il poeta accettò e s’incamminò. Per evitare di guardarla, la guidò mano nella mano e sempre badando bene di averla alle spalle ma, una volta arrivati alla soglia dell'Ade, convinto di essere ormai fuori, non seppe resistere alla tentazione di ammirare il volto dell'amata. Persefone, purtroppo, si trovava ancora all'interno e, nel momento stesso in cui lui si volse, vide la figura della giovane moglie svanire e tornare in eterno nell'oscurità.


Straziato dal rinnovato dolore e consapevole che non l’avrebbe mai più rivista, Orfeo pianse per sette lunghi mesi suonando la sua lira.
Del finale di questa drammatica leggenda esistono diverse versioni. Secondo Virgilio, il poeta venne dilaniato dalle Ciconi, in collera per la troppa devozione del poeta alla sua defunta moglie, secondo Ovidio, invece, venne dilaniato dalle Menadi perché pare che Orfeo avesse sviluppato una passione per gli uomini.
In tutti i casi, si narra che la testa del poeta avesse continuato a cantare le sue melodie, benché fosse stata separata dal corpo e gettata nel fiume Ebro.

                                                                                                          



Ricerca effettuata sul web
immagini Pinterest

domenica 5 luglio 2020

La leggenda di Dafne






La leggenda della Naiade Dafne inizia con il diverbio avvenuto tra i due divini Apollo ed Eros.
Un giorno il dio Apollo si vantò con Eros della sua bravura nel tiro con l'arco asserendo di avere molta più mira e di essere più preciso nel centrare il bersaglio.
Eros per un po’ ascoltò con pazienza le vanterie dell’altro ma, dopo le continue e arroganti insistenze, si adirò talmente, che decise di punire il presuntuoso impartendogli una lezione indimenticabile.

                             
                   

Il dio dell'amore, consapevole dell'interesse e della passione morbosa che Apollo provava nei confronti di Dafne, prelevò due frecce dalla sua faretra, di cui una dalla punta dorata e ben acuminata, una di quelle ideate in modo da suscitare amore profondo nel cuore della vittima designata, mentre l'altro dardo lo ideò di ferro e spuntato, per provocare diffidenza e disgusto nel cuore dell'altra vittima.
Eros mise in atto la sua vendetta colpendo contemporaneamente e nel momento in cui Apollo dichiarò il suo amore alla virginea ninfa, lei si sentì invadere dal timore e dal ribrezzo e respinse la proposta.



La Naiade era una giovane innocente, che amava vivere libera e a contatto con la natura e quando le insistenze del  focoso spasimante si fecero ossessionanti, spaventata dall'ardore di lui, decise  di  fuggire.
Con l'animo sconvolto dalla passione, Apollo non smise un istante di inseguire e perseguitare la ninfa, fino a costringerla a domandare l'aiuto di Geo, la Madre Terra, e del padre, il dio del fiume Ladone.
Gli dei accolsero la preghiera disperata della ninfa e intervennero, trasformandola in un albero di lauro.
                                                  

La prodigiosa mutazione avvenne sotto gli occhi dell’esterrefatto Apollo, che non poté evitare il compiersi della tragedia e che non si diede mai pace per la perdita di colei che gli aveva rubato il cuore.
Il dio  decise allora che non se ne sarebbe mai più separato. Consacrò l'albero a se stesso e, da quel momento in poi, le foglie di alloro sarebbero diventate un simbolo di gloria, intrecciate in un serto da porre sul capo dei vincitori e su quello dei migliori tra gli uomini capaci di compiere le imprese più straordinarie.




Narra Ovidio:
“Quando i restanti canti orneranno i solenni trionfi
e lunghe pompe vedrà il Campidoglio,
sarai sul capo dei condottieri romani:
sarai fedele custode davanti alle porte imperiali
e la quercia mirerà ch'è nel mezzo.”




Ricerca effettuata sul web
immagini Pinterest

venerdì 3 luglio 2020

La leggenda dell'Araba Fenice




“Post Fato Resurgo” Dopo la morte risorgo. 
È il motto latino che riconduce all'Araba Fenice, quella creatura alata e mitologica chiamata anche Uccello di Fuoco, simbolo di resurrezione dopo la morte.
La leggenda narra che vivesse per cinquecento anni e che costruisse il nido sulla cima di una quercia o di una palma, vi accatastasse piante balsamiche come l’incenso, la mirra e la cannella e che vi si adagiasse al sole permettendo così la combustione delle erbe secche, come fossero una pira funeraria. Da quel particolare era nata la credenza popolare che quando il corpo di un’Araba Fenice ardeva, nell'aria si espandeva un profumo intenso e dolce.



Dalle quelle ceneri riemergeva una larva, di cui il sole si prendeva cura, sollecitandone la crescita tanto che, nell'arco di tre giorni si trasformava in una nuova creatura già in grado di volare fino a Eliopoli, la città dedicata al culto solare, per poi posarsi sull'albero sacro.
I primi riscontri su questo mitico volatile si trovano già nella Bibbia, nel libro dell'Esodo, ma esistono anche grandi autori del passato a nominarla nelle loro opere come Ovidio, Tacito e Metastasio.
Persino Dante le dedica dei versi:
“Che la Fenice muore e poi rinasce
quando al cinquecentesimo anno
appressa erba né biada in vita sua non pasce,
ma sull'incenso lacrima e d’amomo,
e nardo e mirra sono l’ultime  fasce...”



Nonostante se ne sia molto favoleggiato, ancora non è chiaro in quale genere porlo, considerato che in alcune culture veniva raffigurato simile a un uccello tropicale dal lungo collo dorato e dalle grandi ali, la testa coronata da tre piume colorate e dalla lunga coda variegata. In altri casi veniva dipinto come un pavone, un airone cinerino o un’aquila reale.
L'araba Fenice è considerata l'emblema della resilienza, ovvero la capacità di affrontare con positività ogni prova difficoltosa e avversità che la vita pone innanzi all'essere umano, e alla capacità di rialzarsi con coraggio e determinazione dopo una brutta caduta attingendo alle risorse che sono insite in lui.



Si narra inoltre, che questa favolosa creatura, che da sempre è sinonimo di forza e abnegazione, possedesse una grande resistenza fisica e, addirittura, che ogni sua lacrima avesse un potere curativo.
Essendo anche ritenuta domatrice del fuoco, era circondata da un’aura di indistruttibilità. 
In Cina è considerata simbolo di prosperità e armonia dell’universo. 
Ancora oggi per indicare una cosa o una persona senza uguali o talmente rara da essere introvabile, si cita spesso questo detto:
“È la fede degli amanti
come l'araba Fenice:
che vi sia ciascun lo dice,
dove sia nessun lo sa.”




Vivì Coppola


Ricerca effettuata sul web
immagini Phoneky

mercoledì 1 luglio 2020

La leggenda di Narciso


                                                         

Sul mito di Narciso hanno favoleggiato molti antichi autori ma, la leggenda più famosa e forse più suggestiva è quella scritta dal poeta romano Plubio Ovidio Nasone, conosciuto semplicemente come Ovidio.
Il racconto che, probabilmente, è ispirato alla versione ellenica di Partenio, il poeta lo arricchisce di particolari per aumentare il fascino e la magia della trama.


Ovidio  narra che Narciso, giunto al sedicesimo anno di età, era  già un giovane di un' avvenenza tale da far sì che, chiunque lo incontrava,  ne rimaneva  affascinato e se ne innamorava, sia che fosse stato uomo, donna, giovane o anziano.
Ma Narciso, del tutto indifferente nei riguardi del prossimo, respingeva ogni proposta amorosa.  
                                                     
Un giorno, mentre era a caccia di cervi, il giovane udì una voce dalla tonalità argentina, ma che si esprimeva in modo limitato con molti gorgoglii musicali e risate.
Quella voce apparteneva alla ninfa Eco che, appena lo vide, rimase ammaliata dal suo fascino. Desiderosa di comunicare con lui ma, del tutto incapace, essendo stata privata della possibilità di parlare dalla dea Era, per punirla di averla intrattenuta con discorsi fatui mentre Zeus la tradiva con altre ninfe, Eco iniziò a seguire il giovane di nascosto.


Del tutto ignorata da Narciso, la speranza  di Eco di poterlo sedurre,  andò ben presto in fumo e la ninfa dovete arrendersi di fronte alla glacialità che il  giovane le dimostrava. 
Delusa e affranta,  Eco si isolò dal resto del mondo lamentandosi e piangendo fino a consumarsi e fino a che di lei rimase soltanto l'eco della sua voce nell'aria.
Ma Nemesi, la dea distributrice di giustizia,  raccolse i suoi accorati lamenti e commossa e impietosita decise di punire il giovane.

Mentre passeggiava nel bosco Narciso si imbatté in una polla di acqua cristallina e vi si accostò per dissetarsi.

L'acqua gli rifletté l'immagine di un bellissimo giovane che lo fissava a sua volta. Non essendosi mai specchiato Narciso non si riconobbe in quell'avvenente figura e se ne innamorò follemente.
Sarà soltanto dopo un po' di tempo che si renderà conto della realtà e consapevole che il suo fosse un amore folle e impossibile si lasciò morire di stenti.    


Quando le ninfe ne prelevarono il corpo per porlo sulla pira funeraria, al suo posto trovarono un fiore a cui venne dato lo stesso nome del giovane vanesio.   
La leggenda si conclude con Narciso mentre attraversava lo Stige, il fiume dei morti. Il giovane si affacciò nelle acque scure, con la speranza di rivedere ancora una volta il volto e la figura di cui si era tanto innamorato.
                                                                 
              





Ricerca effettuata sul web
immagini Pinterest

lunedì 29 giugno 2020

La favola di Amore e Psiche


Amore e Psiche sono i due protagonisti della favola narrata nell’opera di Apuleio “Le Metamorfosi” anche se, sembrerebbe, tramandata da un’epoca antecedente l'autore. 
Nella leggenda Psiche, mortale dalla bellezza comparabile ad Afrodite, la dea della bellezza e dell'amore, non riusciva a trovare un marito e vagava di villaggio in villaggio venerata come fosse stata l'incarnazione della dea e indicata con lo stesso nome.
Afrodite, venuta a conoscenza della giovane che usurpava il suo nome, inviò sulla terra suo figlio Eros, Cupido o Amore per i romani, perché la facesse innamorare dell'uomo più brutto e avaro del pianeta.                                  

Ma, Amore, nello scagliare la fatidica freccia, sbagliò mira e ferì se stesso a un piede, di conseguenza fu lui a innamorarsi perdutamente della giovane donna.
Nel frattempo, i genitori di Psiche, consultarono un oracolo per conoscere il destino che attendeva la loro figliola e il responso fu questo in rime:
Come a nozze di morte, vesti la tua fanciulla
ed esponila, o re, su un’alta cima brulla.
Non aspettarti un genero da umana stirpe nato
ma un feroce, terribile e malvagio drago alato
che volando per aria ogni cosa funesta
e col ferro e col fuoco ogni essere molesta.
Giove stesso lo teme, tremano gli dei di lui,
orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui.
Di seguito a questa terrificante profezia, Psiche venne abbandonata dai genitori su una rupe, ma fu Amore, con l'aiuto di  Zephiro, a salvarla e a condurla nel suo palazzo imponendo però alla giovane che i loro incontri d'amore avvenissero soltanto nelle ore notturne e immersi nella totale oscurità in modo tale che, Psiche non riuscisse mai a rendersi conto della natura divina del suo amante.
                                                         

Psiche diventò prigioniera di una passione che la incatenò anima e corpo e che le travolse i sensi.
Ma una notte, spinta da un’ardente curiosità di conoscere il volto dell'innamorato e, con la complicità delle sorelle, la giovane si avvicinò alla figura di lui, che dormiva profondamente, protendendo una lampada a olio.  Ma il destino era in agguato. Prima che la giovane riuscisse a distinguere il volto dell'amato,  una goccia di olio ardente cadde, ustionando Amore.
“... Colpito il Dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d'improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa.”
Affranta e scoraggiata la giovane tentò più volte il suicidio ma gli dei glielo impedirono.


Psiche inizierà un vagabondaggio alla ricerca del suo innamorato, vendicandosi delle sorelle e addossando loro la colpa di quanto le era accaduto. In seguito, tentò di conquistarsi il favore degli dei offrendo loro doni e fiori in ogni tempio che incontrava lungo il cammino. Ma quando arrivò al tempio dedicato ad Afrodite le si consegnò, confessandole di aver tradito la fiducia del figlio, nella speranza di rabbonirla.
Per appurare la genuinità del pentimento della giovane, la dea la sottopose ad alcune dure prove. Nella prima le chiese di suddividere un mucchio di granaglie in tanti mucchietti uguali e Psiche ci riuscì soltanto con l'aiuto insperato di alcune formiche. La seconda prova consisteva nel raccogliere la lana d'oro di un gruppo di pecore e Psiche ci riuscì ma solo dopo essere stata consigliata da una Verde Canna di farlo dopo il tramonto del sole. Nella terza doveva raccogliere acqua da una sorgente che si trovava in un luogo impervio tra le montagne a strapiombo. Qui Psiche riceverà l'aiuto dell'Aquila di Zeus.                    

Per l'ultima prova, quella più estrema, la giovane avrebbe dovuto scendere fino agli inferi, alla ricerca della dea Proserpina, per domandarle di cederle un po' della sua bellezza.  
Presa dallo sconforto per l'immensità della sfida, la giovane tentò il suicidio gettandosi da una delle torri di roccia ma, di fronte a tanto dolore, la torre stessa si impietosì e animandosi le impedì di compiere il gesto fatale. In seguito, prese a consigliarla su come affrontare la prova e di come uscirne indenne.
Secondo le istruzioni, Psiche doveva recarsi all'ingresso dell’Ade portando con sé due focacce di miele e due oboli. Una focaccia da offrire a Cerbero, il terrificante guardiano degli inferi e l’obolo da offrire a Caronte, il traghettatore delle anime. Le stesse donazioni avrebbe dovuto offrirle al ritorno per poter uscire dagli inferi. La torre le raccomandò, inoltre, di non aprire la boccetta contenente gocce di bellezza della infernale regina.
Psiche seguì diligentemente le indicazioni e riuscì a portare a termine la sua quarta prova ma, sulla via del ritorno, non seppe resistere e aprì la boccetta con l’intenzione di rinfrescare la sua avvenenza.
Quel gesto le costò caro: dalla malefica boccetta fuoriuscì una nuvola soporifera che la indusse a un sonno profondo, all'apparenza mortale.

Fu ancora una volta Amore che, spazientito dalla lunga attesa dell'amante, partì alla sua ricerca e a salvarla, sollecitandola poi di consegnare la boccetta ad Afrodite.
Per perorare la causa della giovane donna, Amore si recò da Zeus raccontando tutte le vicissitudini e le dure prove affrontate dall'amata e il signore dell'Olimpo, riconoscendo la buona volontà e l'amore che intercorreva tra loro, fece salire Psiche all'Olimpo facendole bere una coppa dell'elisir che donava l'eterna giovinezza e l'immortalità elevandola tra gli dei. 
In seguito, tra danze e canti e la partecipazione di tutti gli dei, si celebrarono le nozze tra i due innamorati  e da quella divina unione nacque una figlia che venne chiamata  Voluttà.
                                                                           










Ricerca effettuata sul web
immagini Pinterest

domenica 28 giugno 2020

Con il gladio e con il cuore (2a parte)





C’è qualcuno che piange.  realizzò, domandosi chi fosse e mettendosi alla ricerca tra i vari scomparti della stalla finché, nascosta tra le balle di fieno, trovò una ragazzina affranta.
Darius rimase per qualche istante sconcertato. Le lacrime altrui gli incutevano quasi sempre soggezione. Il più delle volte non sapeva che fare o cosa dire.
La sconosciuta non si era accorta della sua presenza e continuava a piangere, trattenendo i singhiozzi ma inconsolabile. 
Lui cercò subito di superare l’attimo di disagio e le si avvicinò: «Ehi, perché stai piangendo? Qualcuno ti ha fatto del male?»
La ragazzina trasalì per la sorpresa e lo spavento guardandolo attraverso un velo di lacrime, poi, si lasciò andare in un pianto a dirotto.
Darius non insistette, ma le si sedette accanto, in attesa che si calmasse.
Solo quando la vide un po’ più tranquilla le ripeté la domanda: «Allora, mi vuoi dire come ti chiami e per quale motivo stai piangendo?»
«E a te che importa?» gli rispose, in modo sostenuto.
Lui si mostrò paziente e le sorrise con dolcezza, anche perché quegli occhioni blu lo sconcertavano. Darius non ne aveva mai visti di più belli e ammalianti: «Se te lo domando vuol dire che importa! Io mi chiamo Darius e mi piacerebbe sapere chi sei  e il motivo di tanta tristezza.»
«Mi chiamo Licia Roxillia e sono la figlia dello stalliere» rispose finalmente lei riprendendo fiato. «Ho avuto una dura discussione con mio padre. Gli ho chiesto tante volte il permesso di assistere agli allenamenti dei gladiatori, e ogni volta me lo ha sempre negato. Forse perché teme che io mi lasci suggestionare.»
Darius sorrise. Davvero non riusciva a comprendere il motivo di tanta disperazione, ma in fin dei conti, tutto ciò che concerneva l’universo femminile, per lui era ancora un enigma difficilmente risolvibile.
«Beh…» iniziò a dire, un tantino perplesso. «Tutto sommato c’è da capirlo. Quello dei gladiatori a volte è uno spettacolo crudo e tu sei soltanto una ragazzina. Se ti nega il permesso è soltanto per proteggerti. Lo capisci questo?»
Lei lo guardò con aria torva dimenticando le recenti lacrime e inalberandosi: «Solo perché sono una femmina non vuol dire che io sia debole e delicata come cristallo, anzi, sono forte e non mi lascio abbattere facilmente alla minima contrarietà!»
Darius non osò ribattere che poco prima si disperava per quella che lui riteneva una sciocchezza e le domandò: «Se tuo padre ti ha sempre negato il permesso come hai fatto a eludere la sua sorveglianza?»
«Quando lavora sono abbastanza libera e faccio quello che mi pare.»
Lui si guardò intorno: «Non vorrei scoraggiarti, ma credo davvero che questo non sia un ambiente adatto a te. Come puoi constatare da sola, qui lavorano soltanto uomini e le uniche donne che si possono vedere svolgono mansioni domestiche.»
Il ragazzo si pentì subito della frase perché lei si sollevò bruscamente e lo sovrastò, fulminandolo con uno sguardo assassino: «Non voglio diventare un’ancella!»
«No? E cosa allora?»
Licia esitò un istante prima di rispondere quindi confessò: «Ho sempre desiderato di diventare una gladiatrice e se non imparo osservando le varie tecniche di combattimento temo che non realizzerò mai questo mio sogno!» 
Darius rimase interdetto. Fino allora non aveva mai sentito parlare di combattimenti tra donne.                                                      
«Una gladiatrice? Ma ti rendi conto di cosa significhi? Sai a quali sacrifici e a quanti pericoli andresti incontro? Tuo padre ha ragione! È già talmente difficile per un uomo, figuriamoci per una ragazza esile e delicata come te!»
Licia lo guardò un po’ risentita poi, con un moto di orgoglio raddrizzò le spalle ergendosi il più possibile e apparendo così un po’ più grande:
«Non sarebbe la prima volta che una donna scende sull’arena a combattere. Ci sono tanti casi di eroine che hanno conquistato allori e folla. Mio padre è contrario soltanto perché teme che mi succeda qualcosa, ma io sono molto forte e mi sento in grado di sfidare anche un uomo!»
Lui rise, divertito dall'enfasi con cui Licia aveva scandito l’ultima frase: «Davvero? Allora dai! Fammi vedere quello che sei capace di fare! Ti sfido a batterti con me!»
Licia Roxillia, non se lo fece ripetere, cogliendolo alla sprovvista con un balzo improvviso e gettandolo a terra. Mimando poi con la mano un’improbabile spada, gliela puntò alla gola.
«Vedi, se fossimo stati davvero sull'arena, avrei vinto io!»
«Se fossimo stati sull'arena non mi avresti sorpreso e non avresti vinto!» rispose lui deciso, mentre un sorriso di simpatia gli illuminava il viso.
Gli sguardi dei due giovani rimasero incatenati per qualche istante, poi lei si rialzò e l’incanto che li aveva colti si dissolse come neve al sole.