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La colomba della pace

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sabato 26 febbraio 2022

La leggenda del toro rosso di Torino

 

Perché Torino si chiama così e perché ha per simbolo un toro rosso?

La leggenda narra che nei boschi, che circondavano il capoluogo piemontese nell'antichità, dimorava un drago terrificante, che seminava morte e distruzione terrorizzando gli abitanti.

Lo sgomento e la paura dilagavano, ma non per questo i torinesi persero la volontà di difendere le loro case e i loro cari.

Purtroppo, ogni loro tentativo di contrastare le fulminee e disastrose sortite del drago fallì miseramente. Nonostante la supremazia numerica degli esseri umani, le forze erano da considerarsi impari, sia per la mole del drago che per la potenza eruttiva delle sue fauci.  La creatura alata era enorme e in grado di emettere vampate di fuoco distruttive anche quando era in volo.

Considerata l’inutilità della loro strenua difesa, i cittadini decisero di inviare in loro difesa un colossale toro dall'indole selvaggia e dal manto rosso e in quell'animale riposero ogni loro speranza di salvezza. Per renderlo ancora più forte e determinato ricorsero a uno stratagemma inducendolo a bere un miscuglio di vino rosso e acqua.

Come previsto il toro divenne ancora più furioso e battagliero e quando lo condussero nel bosco e si ritrovò davanti al drago, senza mostrare nessun tipo di soggezione, vi si scagliò contro deciso a combattere.

Lo scontro tra le due mastodontiche creature fu feroce e avvenne sotto gli occhi spaventati e nel contempo speranzosi degli abitanti.

Dopo una serie infinita e cruenta di colpi, il toro riuscì a ferire il drago con le sue corna imponenti provocandone la rovinosa caduta quindi, prima che il rivale avesse modo di muoversi, sferrò il suo attacco mortale ferendolo nei punti vitali e uccidendolo.

Il popolo acclamò il suo salvatore e decise di inserirne la figura nell'emblema della città, in segno di profonda gratitudine.

Per i torinesi il Toro Rosso divenne una divinità tanto ammirata che pensarono persino di dedicare il nome della loro città  al salvatore dell’intera comunità.

                                             

                         

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martedì 22 febbraio 2022

La lupa mannara di Posillipo

 



Tra le tante leggende campane vi è anche quella di Iolanda Pascucci, una giovane donna che nasce a Roma nel 1921 e a soli dodici anni viene colpita da un male misterioso.

Iolanda trascorre la sua prima infanzia in modo abbastanza sereno e fino alla fatidica notte del plenilunio in cui si manifestano i primi sintomi del Mal di Luna.

In quell’occasione il corpo della ragazzina è pervaso da un tremore incontrollabile, la sua bocca inizia a emettere degli strani e profondi versi di gola, che ricordano molto quelli di un lupo. Iolanda non riesce a controllarsi e quei versi, che quasi certamente erano lamenti di dolore, si trasformano presto in forti ululati. Durante quella terrificante crisi la ragazzina avverte il fuoco ardere nelle sue vene e viene assalita da un bisogno urgente di acqua da bere e per spegnare l’incendio che sembra essere divampato in ogni fibra del suo corpo.

Superata la crisi, sfinita e terrorizzata, Iolanda, credendo di essere vittima di una maledizione, tenta di tenere segreto il suo dramma, ma i genitori lo scoprono ben presto e cercano, a loro volta, di nascondere agli altri quello che ritengono fosse una vergogna.

Il tempo passa e Iolanda, ormai cresciuta, si sposa e mette al mondo due figli. In quel periodo e, soprattutto con la seconda maternità, il male sembra superato e la giovane donna affronta la sua vita di moglie e di madre con grinta e serenità. Ma si tratta soltanto di una tregua. Difatti, i malesseri si ripresentano e la situazione le sfugge di mano. Nelle notti di plenilunio, con il timore e forse anche la consapevolezza di rappresentare un pericolo per il marito e per i figli, Iolanda si sente in dovere di allontanarsi dall’abitazione, per subire in perfetta solitudine le sue crisi.

Quando il marito ne scopre il segreto tenta di aiutarla, sottoponendola a delle cure mediche ma, purtroppo, nessun rimedio farmacologico riesce a mitigare quel male oscuro e alla fine, Iolanda decide di abbandonare per sempre la sua famiglia.

La sua fuga la porterà nel capoluogo campano e più precisamente a Posillipo, perché la donna spera che l’aria di mare le offra un po’ di giovamento e l’aiuti a risolvere il suo problema.

Ma c’è anche un altro motivo che ha spinto Iolanda fino a Napoli ed è la narrazione che farebbe il popolo alle misteriose guarigioni che avvengono in città. I napoletani raccontano di Virgilio Mago, il famoso e antico poeta eletto, dopo la sua morte, a protettore della città. Virgilio sarebbe l’artefice di antichi talismani che proteggerebbero Napoli da alcune calamità e che recherebbero sollievo e soluzione a parecchie malattie.  Iolanda è ormai convinta che non le rimanga altro che affidarsi alle pratiche della magia benevola.

Purtroppo, durante un plenilunio, la giovane donna è soggetta a una crisi violenta   e viene scoperta e bloccata dalla polizia locale, che la costringe a un ricovero presso l’ospedale degli Incurabili.

Le cronache di quei giorni raccontano di una creatura fuori di sé e indemoniata, che sbraita e ulula come un lupo famelico.

Il giorno dopo, però, quando i medici si recano a visitarla, la paziente è misteriosamente scomparsa nel nulla e nessuno sa darne una spiegazione.

Da quel giorno, nel capoluogo campano, si diffonde la voce di una lupa mannara e sono in molti a giurare di averne sentito gli ululati.

La storia di Iolanda Pascucci e della lupa mannara di Posillipo diventa una delle innumerevoli e misteriose leggende metropolitane.

                                       

                        


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giovedì 17 febbraio 2022

La leggenda della Pantafica

     


     

Questa leggenda è originaria dell'Abruzzo, ma ricorda molto quella dello Mazapègul, lo spiritello dispettoso di cui ho narrato in precedenza. Infatti, descrive anch’essa una mitica creatura che disturba il sonno dei dormienti posandosi sul loro petto e impedendogli di respirare e di muoversi. Il malcapitato di turno, nel caso specifico quasi sempre un uomo, si sveglierà di soprassalto col respiro mozzo e il suo sguardo smarrito e terrorizzato si troverà a fissare due pozzi di bracci ardenti.

Quelle braci sono gli occhi della Pantafica, o Pantafeche, spesso descritta come una strega o come lo spettro di una donna che si aggira nel cuore della notte sul luogo della sua morte e, che se trova il modo, si intrufola nelle case e assedia il sonno dello sventurato di turno. 

La Pantafica, oltre ad avere gli occhi iniettati di sangue, indossa una lunga e logora veste bianca ha i capelli candidi come la neve e il viso lungo e appuntito.

Capita a molte persone, di sovente, di svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte con il respiro mozzo e con la raggelante sensazione di paralisi completa. Per la scienza  si tratta di apnee notturne e sarebbero più a rischio gli uomini ma, in Abruzzo, si pensa più a una spiegazione soprannaturale: la causa della paralisi del sonno sarebbe sempre la Pantafica.

Siccome l'incubo è vissuto come un trauma dal protagonista, la tradizione popolare ha escogitato alcuni rimedi per tenere lontana la spettrale creatura. La soluzione più semplice sarebbe quella di evitare di dormire supini, in modo da impedire che la creatura si possa accovacciare sul petto del dormiente, ma la sua efficacia sarebbe limitata fino al momento in cui il soggetto cambia posizione.

Il rimedio più consigliato, invece, sarebbe quello di lasciare sul comodino una fiaschetta di vino. Pare che la molesta visitatrice notturna ne sia ghiotta e in questo modo passerebbe la maggior parte del tempo a sbronzarsi.

Altri rimedi sono quelli di lasciare ai piedi del letto sacchetti colmi di legumi o di sabbia oppure una scopa di saggina. Si narra infatti che, proprio come le streghe, la Pantafica abbia la mania di contare le piccole cose e, con l’ingegnoso stratagemma, rimarrebbe impegnata tutta la notte dimenticandosi di torturare il dormiente.

Un ultimo e importante suggerimento è quello di evitare di lasciare oggetti appuntiti piantati nel legno perché lo spettro si innervosirebbe a tal punto da rivalersi sullo sventurato.


                       


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venerdì 11 febbraio 2022

La leggenda del Mazapégul

 



La leggenda di questa mitica creatura nasce in Emilia-Romagna e parla dell’esistenza di una famiglia di folletti della notte, che si aggira nelle pinete e nei boschi di questa regione.

Il nome del folletto è Mazapégul e si tratterebbe di uno spiritello molto piccolo e dispettoso, che cambia nome secondo la zona e secondo la tribù.  Difatti, è anche conosciuto come Mazapedar, Mazapigur e Calcarel. Il folletto, oltre a essere una creatura minuscola sembrerebbe un mix tra un gatto e uno scimmiotto, con il corpo ricoperto di pelo grigio e con l’unica e originale caratteristica di un buffo cappello sul capo.



Il Mazapégul sarebbe simbolo di sensualità e di passione erotica. Nei racconti popolari lo spiritello si aggirerebbe di notte nelle case abitate da giovani donne, e si trasformerebbe col proposito di conquistarle, assumendo le sembianze di un giovane uomo ardente e appassionato. Qualora la donna ne accettasse le attenzioni, il Mazapégul darebbe sfogo alla passione e al termine, dimostrerebbe la sua gratitudine all’amante con piccoli favori e rassettandole la casa.

Al contrario, se venisse respinto, arriverebbe a vendicarsi strattonandola, mordendo e graffiando e nascondendole gli oggetti più cari.


Lo spiritello è anche conosciuto come Incubus e descritto come “Maestro degli incubi”, difatti, si divertirebbe a entrare nei sonni dei dormienti e, posandosi sul torace del malcapitato di turno, ne renderebbe il respiro affannoso e provocandogli visioni terrificanti.

La leggenda narra che per fermare le malefatte dello spiritello occorre cercare di afferrarne il cappello che, un po' come per i capelli di Sansone, si dice sia la sede di tutti i suoi poteri. Di conseguenza, privandolo del copricapo e gettandolo lontano il Mazapégul perderebbe tutti i suoi poteri e, sconfitto, svanirebbe nel nulla.

                                 



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sabato 11 dicembre 2021

La leggenda dei Krampus

 



 

Il termine Krampus deriva dal bavarese Krampn e significa morto, putrefatto. Il termine deriva anche dal tedesco Kramp che significa artiglio.

Pare che questa leggenda risalga al periodo precristiano e nella zona definita austro-ungarica.

I Krampus sono figure demoniache dai tratti mostruosi, che si aggirano per le vie dei villaggi alla ricerca di ragazzi da punire.  Indossano vesti lacere e lorde ricoperte di pelo e di piume di animali e i loro volti sono nascosti da maschere orripilanti. Durante il solstizio d’inverno, quando le tenebre hanno la meglio sulla luce, si aggirano per vie immerse nel silenzio e nell’oscurità diffondendo nell’aria il rumore inquietante di cupi campanacci, fruste sibilanti e cigolii di catene.



La tradizione vuole che le maschere siano esclusivamente maschili ma esisterebbe anche una versione femminile detta “Krampa”.

La leggenda narra che nei periodi di carestia i giovani montanari si travestissero di pelli e corna di animali e sotto la copertura delle maschere si aggirassero per le strade terrorizzando gli abitanti e derubandoli di tutto ciò che di commestibile avevano immagazzinato per l’inverno.

Dopo un paio di scorrerie, però, i giovani si accorsero che tra loro,  si era infiltrato un demone vero, riconoscibile per le zampe e gli zoccoli caprini, e si rivolsero al vescovo Nicola protettore dei bambini, per esorcizzarlo. Il sant’uomo affrontò con coraggio e perizia il demone e lo sconfisse, riducendolo in schiavitù e riportando la pace nelle case del villaggio.


Nacque allora la tradizione per i giovani di sfilare in parata la vigilia di San Nicola, non più per depredare gli anziani contadini ma per punire i ragazzini più ribelli.

Il corteo, che è volutamente molto rumoroso e si svolge ancora oggi in certe zone dell’Europa e del nord Italia, inizia con il vescovo Nicola che sfila su un carro circondato dalle maschere dei Krampus. Il religioso si sofferma a interrogare i più giovani tra gli spettatori e dispensa dolcetti ai più buoni redarguendo con severità quelli più ribelli.

Il compito del vescovo è anche quello di tenere quieti gli iracondi demoni che, altrimenti, frustrati dalla lunga inattività e bersagliati da ingiurie e provocazioni da parte degli abitanti tenderebbero ad aggredire piccoli, grandi e persino anziani elargendo a destra e a manca energiche vergate o colpi di frusta.

Appena il sole tramonta San Nicola si ritira dal corteo e i demoni rimangono liberi di scorrazzare per le vie del paese inseguendo e terrorizzando i paesani più restii a tornare a casa.

In qualunque paese si svolga la parata vige per tutti un’unica regola: Mai cercare di strappare la maschera a un Krampus perché questo porterebbe disonore alla mostruosa creatura, ma il malsano gesto potrebbe anche riservare una cattiva sorpresa e l’incauto curiosone potrebbe  scoprire di trovarsi davvero davanti a un demone! 

           



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martedì 12 ottobre 2021

La leggenda di Pizzomunno e Cristalda

 

Il Pizzomunno è un imponente monolite alto venticinque metri situato sulla spiaggia detta “del Castello” o del Pizzomunno. Per la sua imponenza sembra ergersi a guardia di Vieste ed è diventata il simbolo stesso della cittadina garganica.

Da suggestivo monolite è nata la seguente leggenda.

Tanto tempo fa Vieste non era altro che un piccolo villaggio formato da poche capanne abitate soltanto da famiglie di pescatori. Tra di loro vi era anche Pizzomunno, un giovane alto e aitante. Nel villaggio abitava anche la bella Cristalda e due giovani finirono, inevitabilmente, a innamorarsi.

Il giovane pescatore usciva ogni giorno in mare con la sua barca e per la sua avvenenza attirò presto l'attenzione di alcune sirene. Le mitiche creature sfoderarono tutto il loro fascino e cercarono di incantare il giovane con lusinghe e con il loro canto ammaliante.



Arrivarono persino a promettergli l'immortalità e gli offrirono di diventare il loro sovrano purché rimanesse tra loro e diventasse il loro amante.

Ma Pizzomunno, essendo perdutamente innamorato della bella Cristalda, resistette a ogni lusinga e a ogni moina e rifiutò le offerte delle sirene.

Folli di rabbia e di gelosia le creature marine decisero di vendicarsi e una notte aggredirono la bella Cristalda incatenandola e trascinandola con loro negli abissi.

Pizzomunno seguì le urla della bella innamorata tentando di strapparla alle sue rapitrici ma inutilmente. I pescatori del villaggio lo ritrovarono il giorno dopo pietrificato dal dolore nel candido scoglio che porta ancora il suo nome.

La leggenda narra che ogni cento anni la bella Cristalda rie- merga dagli abissi per ricongiungersi con il suo bel pescatore e trascorrere con lui un'intera notte d'amore.


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domenica 3 ottobre 2021

La leggenda della Torre del Diavolo

 



Negli Stati Uniti e più precisamente nel Wyoming, si trova un'alta formazione rocciosa che sembra un gigantesco tronco d'albero pietrificato.

Si tratta della Torre del diavolo, ed è una formazione geologica molto antica, formata da centinaia di pilastri di basalto, che per gli esperti rimane tuttora un mistero. Alcuni geologi ipotizzano che la roccia non sia emersa dal terreno come le comuni montagne e che molto più probabilmente si sia formata in seguito a una violenta esplosione vulcanica.

Quello che rende la Torre così particolare è la sua superficie quasi completamente piatta e gli innumerevoli solchi verticali che corrono lungo tutta la circonferenza, talmente profondi e regolari che i nativi, gli indiani Lakota, narravano fossero stati provocati da giganteschi orsi.





Gli indiani Lakota, Cheyenne e Kiowa considerano la Torre un picco sacro, di conseguenza, sacrilego il turismo che vi ruota intorno e la scalata per raggiungerne la vetta.

Un'antica leggenda indiana narra di sette bambine che giocavano nei pressi della roccia raccogliendo fiori e che alcuni orsi si avvicinarono per divorarle.

Le ragazzine trovarono rifugio su quella roccia piatta e urlarono terrorizzate “Roccia, abbi pietà di noi, salvaci! “

Sembra che il Grande Spirito udì le accorate preghiere e impietosito fece innalzare la roccia verso il cielo. Gli orsi cercarono di seguire le loro prede piantando gli artigli lungo tutta la circonferenza della Torre e lasciando solchi tanto profondi da essere evidenti ancora oggi. Ma il dio degli indiani impedì loro di raggiungere le fuggitive spingendo la roccia ancora più in alto e trasformando le ragazzine in stelle.

Pare che fu in questo modo che si formò la costellazione delle Pleiadi detta anche “Le sette sorelle “.

Nel 1977 la Torre del Diavolo colpì l'immaginazione del regista Steven Spielberg che la volle come location per l'ultima scena del film “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.

                                                    

                   

Leggenda rielaborata dall'autrice del blog

sabato 25 settembre 2021

La leggenda del nodo d'amore

 




Una leggenda suggestiva che nasce alla fine del 300, quando il nord dell'Italia era funestato da innumerevoli guerre intestine. Le truppe viscontee si accamparono sulle sponde del fiume Mincio, in prossimità di Valeggio, in modo da poter elaborare un'efficace strategia di attacco all'esercito nemico.

Durante le ore di riposo il buffone Gonnella, per intrattenere i soldati, iniziò a raccontare una suggestiva leggenda nata in quei luoghi, che narrava di splendide fanciulle, che pare emergessero  magicamente dalle acque torbide del fiume, per danzare sulla terra ferma. Ma mentre danzavano plastiche e leggiadre come foglie nel vento, una terribile maledizione si abbatté su di loro trasformandole in orrende streghe. 

Questa la versione narrata in modo colorito ed enfatico dal buffone, che infarcì la leggenda arricchendola di particolari inventati sul momento.

Poco più tardi, mentre tutti soldati dormivano, dal fiume sortirono davvero un gruppo di splendide fanciulle, che iniziarono a volteggiare con grazia infinita tra le tende dell'accampamento.

Solo Malco, capitano di quell'esercito, si rese conto della presenza delle strane figure incappucciate che si aggiravano per l’acquartieramento e si mise inseguirle, provocandone la precipitosa fuga verso il fiume.

Malco riuscì infine a raggiungerne una e l’afferrò saldamente per impedirle di tuffarsi nelle acque. Nel tentativo di liberarsi la creatura perse il mantello e, proprio come il soldato aveva immaginato, si rivelò essere una incantevole ninfa. L’incontro si rivelò magico e fu amore a prima vista. Lei gli disse di chiamarsi Silvia e gli raccontò un po’ della vita nel fiume. Tra i due giovani divampò un'attrazione profonda tanto, da arrivare a giurarsi eterna fedeltà.

Quella notte trascorse tra baci e carezze ardenti e all'alba Silvia, per la sua natura magica, fu costretta a tornare nel suo regno incantato. Ma prima di salutare l'innamorato, gli lasciò come pegno del suo amore e della sua fedeltà un fazzoletto di seta dorata.

La sera seguente, durante un ricevimento presso la corte viscontea, tra le danzatrici che allietavano gli ospiti, Malco riconobbe la sua bella ninfa, che era uscita dal fiume per incontrare proprio lui, il suo amore. I due si fissarono intensamente negli occhi e quel loro sguardo carico di passione e sentimento suscitò l’invidia della nobile dama Isabella, cugina del Conte e innamorata segretamente del bel capitano.

In un impeto di folle gelosia, Isabella denunciò la ninfa alla corte accusandola di stregoneria, ma prima che Silvia finisse prigioniera Malco intervenne in sua difesa permettendole la fuga.

Il giovane capitano venne accusato e imprigionato per questo e per parecchi giorni languì in carcere tormentandosi per il suo perduto amore. Isabella, ormai pentitasi per il suo folle gesto, si recò in prigione per una visita e con l'intento di farsi perdonare.

Ma proprio in quel momento riapparve anche Silvia accorsa in aiuto dell'innamorato. La ninfa costrinse Isabella ad aiutarli a fuggire. Una volta riconquistata la libertà, non esistendo nessun altro luogo sicuro sulla Terra, la ninfa propose all'innamorato di seguirla nel suo regno e Malco accettò senza esitare.

Ma il Conte, allertato dalle guardie non si arrese e con una manciata di uomini si gettò all’inseguimento, ma questa volta fu proprio Isabella a impedirgli di raggiungere i due fuggitivi. Malco e Silvia, con il provvidenziale aiuto della nobile dama, riuscirono a raggiungere il fiume e vi si tuffarono tenendosi per mano e sparendo nel fondo.

Quando gli inseguitori arrivarono al Mincio abbandonato sulla sponda trovarono il fazzoletto dorato con un lembo annodato dai due amanti come simbolo del loro legame e la loro passione.

Nacque così la leggenda del nodo d’amore.

A questa passionale vicenda è legata anche la nascita di una specialità culinaria di quella zona. Per ricordare questa struggente storia, le donne del luogo iniziarono a impastare e a tirare una sfoglia sottile come la seta e gialla come l’oro più prezioso. Una volta farcita veniva annodata in modo simile al fazzoletto donato dalla ninfa al suo innamorato.  Sembra che in questo modo nacque anche il leggendario, fantastico, favoloso tortellino di Valeggio. 

                                                   

      

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mercoledì 22 settembre 2021

L'uomo dalla maschera di ferro

 


Leggenda o realtà?

Fu Alexander Dumas padre a crearne il personaggio nel romanzo "Il visconte di Bragelonne", capitolo conclusivo del ciclo i Tre moschettieri. Dall'opera dello scrittore francese sono stati tratti molti film, l’ultimo dei quali è quello interpretato da Leonardo di Caprio.

In realtà, pare che Dumas avesse preso spunto dalla notizia di un prigioniero, la cui vera identità rimase sconosciuta perché mai accertata, vissuto all'epoca del re Sole, Luigi XIV di Francia. Secondo questa versione, il misterioso prigioniero mascherato sarebbe stato il frutto dell’amore segreto della regina Anna d’Austria con un uomo rimasto sconosciuto. Qualcuno ipotizzò anche il nome del cardinale Mazzarino, successore di Richelieu.

Anche Casanova fece cenno a questo misterioso personaggio nella sua biografia “Storia della mia vita” dove affermava che il suo insegnante di francese aveva ricevuto dal re di Francia la confidenza, che la famosa “Maschera di ferro”, di cui tutti parlavano, era solo una leggenda. Per il sovrano non esisteva nessun prigioniero che languiva nelle prigioni francesi in quello stato.

Nel creare il personaggio Dumas s’ispirò ad alcune ricerche effettuate dallo scrittore e filosofo Voltaire, che detenuto per un breve periodo nella Bastiglia raccolse la testimonianza di alcuni carcerieri, i quali, gli parlarono di un prigioniero soprannominato “Maschera di ferro” per via del suo volto coperto da una maschera di velluto nero assicurata da robuste cinghie metalliche alla nuca. L'uomo, evidentemente già avanti negli anni, sembrava soggiornasse in modo privilegiato in un locale che tutto sembrava tranne essere un luogo di costrizione.

Al prigioniero non mancavano il cibo, gli abiti ricercati, i libri e persino un liuto da suonare per allietare le sue lunghe giornate di prigionia.  

Coinvolto emotivamente e professionalmente dal mistero, una volta scontata la sua pena, Voltaire compì svariate ricerche scoprendo che, il prigioniero, dopo vari trasferimenti da una fortezza all'altra scortato da uno dei più importanti dei moschettieri fedeli alla Corona, approdò alla Bastiglia nel 1698 e venne registrato negli archivi come Filbert Gesnon, nome che solo in seguito si scoprì essere falso.

Le disposizioni per il trattamento speciale da riservare al detenuto pare che giungessero dall'alto e nello specifico dal ministro della guerra, il marchese di Louvois.

Nonostante i numerosi privilegi che gli venivano riservati, al prigioniero era proibito di parlare con chiunque, tranne con il suo confessore, con il medico e con il comandante delle guardie, ma solo e soltanto per questioni riguardanti la sua salute o la sua detenzione. Era anche libero di togliere la maschera per mangiare e per dormire ma gli era severamente proibito mostrare il suo volto in ogni caso.

Gli era concesso inoltre di passeggiare nel cortile del carcere ma sempre sotto stretta sorveglianza e rigorosamente mascherato.

Voltaire scoprì che l’uomo era deceduto all'improvviso all’età di sessanta anni e che venne sepolto a Parigi nel cimitero Saint Paul des Champs, ma alterando sull’epitaffio il nome con cui era stato registrato con Marchoergues o Marchioly e cambiando persino l’età, con il chiaro intento di rendere impossibile risalire alla sua vera identità.  

                                 

Le ipotesi sulla reale esistenza della “Maschera di ferro” e i motivi della sua detenzione si moltiplicarono, e alcune supposizioni risultarono molto suggestive. Si narrò che fosse Filippo il fratello gemello di Luigi e che essendo nato pochi minuti prima del fratello, era di diritto l’erede al trono e che fu proprio Luigi, desideroso di diventare re, a tramare per la prigionia dello sfortunato fratello. Un'ipotesi che giustificava tutti i privilegi riservati al prigioniero. 

Ma si ipotizzò anche che il detenuto conoscesse alcuni segreti di Stato, che si temeva potessero essere divulgati e che essendo il suo viso sin troppo noto, fosse necessario tenerlo nascosto. Infine, tra le teorie più suggestive era quella che descriveva la “Maschera di ferro” come il padre naturale di Luigi. Secondo questa narrazione fu proprio il cardinale Mazzarino che, a causa della mancanza di un erede al trono di Francia, organizzò gli incontri segreti della regina Anna con un rampollo della prestigiosa casa Borbonica, la cui identità rimase segreta. Il piano dell’ecclesiastico riuscì e per evitare che l’amante segreto della regina divulgasse la notizia della sua prossima paternità, lo fece imprigionare, condannandolo a portare la maschera sul volto e imponendo ai suoi carcerieri la segretezza assoluta.

Tra le tante ipotesi, finzioni e mezze verità, l’identità della Maschera di ferro rimarrà in eterno un mistero.  

                                             

          


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domenica 19 settembre 2021

La leggenda degli amanti farfalla

 


Una storia d'amore che ci tramanda la cultura cinese e che ricorda molto il mito dei nostri Giulietta e Romeo, morti tragicamente a causa del loro grande amore contrastato dalle rispettive famiglie e molto sfortunato.

Dice Shakespeare: “Ama, ama follemente più che puoi e se ti dicono che è peccato ama il tuo peccato e sarai innocente.”

La leggenda di Liang e di Zhu nasce nel 1600 in Cina.

A quei tempi era proibito alle ragazze cinesi di frequentare l'università e Zhu, giovane donna intelligente e ostinata, pur di appagare il suo grande desiderio di conoscenza, si travestì da uomo e riuscì a realizzare il suo sogno.

Anche il giovane Liang si iscrisse alla stessa facoltà e durante il tragitto per il trasferimento all'ateneo di Hangzhou conobbe Zhu.


I due diventarono grandi amici ma passarono tre anni senza che lui sospettasse nulla sulla vera identità della compagna, che timorosa d'essere scoperta ed espulsa dall'ateneo, si guardava bene dal confessargli il suo segreto. Appena il giovane scoprì la verità superato il primo sconcerto, l'amicizia che li legava si trasformò in un sentimento grande  e profondo. I due si innamorarono perdutamente, tanto che Liang decise di chiedere in sposa l'amata.

Ma il padre della ragazza non fu affatto contento di sapere la figlia legata a un uomo di modeste condizioni economiche e si oppose all'unione dei due giovani innamorati, anche perché aveva già programmato il matrimonio della figlia con un nobile e giovane cinese.

Zhu dovette sottostare alle rigide regole in vigore a quei tempi, e si piegò al volere del genitore accettando a malincuore il fidanzamento. Quando ne apprese la notizia il povero Liang nulla poté per impedirlo e si ammalò. Poco tempo dopo il suo cuore cedette per il dolore.

La giovane donna si disperò e accettò di andare in sposa a patto che le permettessero di visitare la tomba dell'amato per omaggiarlo un'ultima volta.

Il padre acconsentì e accompagnò lui stesso la figliola presso il sepolcro dell'innamorato.

In raccoglimento sulla tomba, Zhu pianse lacrime amare ma, mentre si disperava, il sepolcro si spalancò, si narra a causa di un fulmine, e la donna, per istinto, si catapultò all'interno.

Sotto lo sguardo allibito del padre la pietra tombale si richiuse e l'uomo non poté che sostarvi davanti incredulo e smarrito. Solo dopo un po’ si rese conto di aver perso per sempre la figlia.

Dopo pochi minuti, però, la lastra di marmo si riaprì e ne uscirono, volteggiando nell’aria, due farfalle dalle ali colorate.

La leggenda narra che fossero le anime dei due innamorati, che non vollero separarsi nemmeno di fronte alla morte. Le due farfalle danzarono qualche istante intorno al povero padre inebetito dal dolore e poi si allontanarono, scomparendo all’orizzonte e  libere finalmente di vivere la loro storia d'amore.



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mercoledì 11 agosto 2021

La leggenda del monte Amariana

 

       

  

Il monte Amariana, nel Friuli, è alto 1906 m. ed ha la forma piramidale. Un tempo si credeva che per la sua cima conica fosse un vulcano.

Un'antica leggenda narra di una fanciulla bellissima e dalla pelle vellutata come una rosa di maggio. La ragazza si chiamava Amariana e viveva in una piccola casa rurale poco distante dal fiume costruita interamente di sassi e col tetto di paglia.

La giovane si recava spesso sulle rive per fare il bucato e, mentre lavava e sciorinava i panni al sole, levava la sua voce cristallina e cantava in modo soave e melodioso.

Accadde che un giorno, l’Orcolat, creatura malvagia e dall'aspetto mostruoso, che tutti gli abitanti del villaggio temevano ed evitavano, passando nei pressi del fiume udì cantare la fanciulla e quella voce da usignolo lo incantò.

L'Orcolat desiderò scoprire a chi appartenesse quell’incantevole voce e, seguendo il suono che lo aveva tanto emozionato, finalmente arrivato al fiume vide l'avvenente cantante.

L'Orcolat se ne invaghì all'istante e stranamente confuso ed emozionato, per un essere malvagio, rimase nascosto per un po’ senza sapere che fare.

Ignara della mostruosa presenza che la spiava, la fanciulla continuò tranquillamente a cantare e a sciorinare i panni.

La perfida creatura prese coraggio e rotto ogni indugio si decise. Ormai pronto a dichiarare il suo amore alla giovane cercò prima di sistemare un po’ il suo aspetto selvaggio, poi colse un bocciolo di rosa da offrirle e uscì alla scoperto. 

Nonostante l'Orcolat tentasse di mitigare il suo fare irruente e il suo passo pesante, lei,  inorridita dal suo aspetto mostruoso si spaventò. "Non aver paura! Non voglio farti del male!" le disse lui cercando inutilmente  di convincerla delle sue buone intenzioni.  Amariana non volle saperne di ascoltarlo, e fuggì, abbandonando il suo bucato sulla sponda.

L'Orcolat, che rimase basito e contrariato da quella reazione, strinse il pugno tanto violentemente, che la rosa nella sua mano sfiorì all'improvviso e come per incanto.

Dimentico di tutto il male e di tutto il terrore sparso per la valle con la sua presenza, l'Orcolat iniziò a compiangersi: “Oh, povero me! Che posso fare?” si domandò ma, proprio in quel momento, il re del fiume che aveva assistito alla vicenda, gli parlò ricordandogli la sua natura inumana e suggerendogli di non farsi illusioni ma di rivolgere le sue attenzioni altrove.

Ma il mostro, ormai convinto che la fanciulla fosse destinata a lui,  non si rassegnò anzi, rivolse la sua collera e la frustrazione al fiume, poi fece ritorno al suo rifugio a studiare un piano per rapire e impossessarsi della fanciulla, ormai diventata l’oggetto del suo desiderio.

Nel frattempo, Amariana aveva già raccontato ai genitori quanto era accaduto sulle sponde del fiume e fu proprio la  madre che le consigliò di recarsi dalla Regina dei Ghiacci per domandare un parere.

E così, il mattino dopo, Amariana si avviò verso la cima del monte e lì rimase in attesa, finché con una luce vivida e abbagliante, la gelida signora le apparve in tutto il suo splendore.

“Mia cara fanciulla, -le disse - conosco già il tuo tormento e credimi non c'è soluzione, perché quella creatura si è tanto invaghita di te da non rassegnarsi mai al tuo rifiuto. “

Amariana avvertì il mondo crollarle addosso e scoppiò in lacrime.

Commossa dall’ accorato pianto e dallo strazio evidente della fanciulla, la regina sostò pensierosa qualche minuto, quindi le si avvicinò sussurrandole la sua proposta.

Amariana avverti un gelo profondo pervaderle il corpo e sul suo bel volto si spense ogni voglia di vivere.

“Piuttosto che appartenere a quel mostro accetto il mio destino! - rispose con la morte nel cuore - Fai quel che devi, mia regina e così sia! “

La gelida signora annuì e levò le mani. Un vento di tempesta si levò minaccioso e il suo ululo selvaggio percorse la vallata ampliato da un’eco infinita.

Il volto della fanciulla si trasformò in pietra, le spalle divennero cime aguzze, gli abiti si tinsero del verde degli abeti e i lunghi capelli divennero torrenti.

Dopo qualche istante un gelido, mortale silenzio piombò nei dintorni e persino la natura tacque nel rilevare il tragico risultato dell'incantesimo. Amariana si era trasformata nel monte che porta il suo nome.

Ma la Regina dei Ghiacci volle punire l'Orcolat per la sua presunzione e la perfidia e lo rinchiuse per l'eternità nel monte San Simeone, da dove ancora oggi, ogni tanto, tenta di raggiungere Amariana e lo fa con passo talmente pesante, che la terra trema e gli abitanti di quella zona, che conoscono la leggenda, esclamano: “Ecco, ci risiamo! L'Orcolat si è risvegliato! “


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