Fantasia

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La brama della scrittura arde come una fiamma in un cuor propenso. Vivì

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mercoledì 9 giugno 2021

Il Monastero del Canto del Vento (6aparte)

 

Questa volta il pericolo ci colse impreparati, perché la manovra di accerchiamento, fu portata a termine senza nemmeno un ringhio.

Ci guardammo l'un l'altro sbigottiti, i lupi ci avevano preso in trappola un'altra volta.

Lo riconobbi all'istante. Era lo stesso capobranco che avevamo affrontato prima che la valanga li facesse fuggire. Evidentemente avevano seguito le nostre tracce, ed erano stati attirati dall’odore della carne arrostita.

Rimanemmo immobilizzati in una posa statica. Nessuno tra noi osava fare alcuna mossa brusca e non tentammo di lanciarci sulle nostre armi, per non suscitare, inevitabilmente, la reazione istintiva dei temibili predatori.

Il tempo sembrò cristallizzarsi. Presagivo l'attacco con tutti i sensi all'erta. In quel momento ero in grado di contare tutti i respiri e i ringhi del capobranco.

Concentrai allora la mia attenzione sullo splendido animale, sapendo bene che tutto dipendeva da lui.

Per mettere in atto una tattica così perfetta occorreva una grande astuzia e allora scrutai negli occhi il grande lupo con audacia e attenzione. Avvertii all’istante una scossa. Avevo già provato quella strana sensazione poche ore prima ma, ancora una volta ne rimasi sorpreso.

Quella che avevo davanti era una creatura senziente, molto intelligente e astuta e l’idea un po’ folle di poter comunicare con lei, mi colse alla sprovvista lasciandomi sbigottito.

Era davvero possibile che un uomo potesse comunicare con un lupo? Si trattava di un pensiero bizzarro, ma l’urgenza mi pressava e non persi nemmeno un attimo di più a pormi domande banali.

Mi rilassai, cercando la calma interiore essenziale per quello che mi apprestavo a fare e cercando di escludere tutto ciò che mi circondava.  Il lupo percepì subito il cambiamento in me, forse per la postura assunta, forse per il mio sguardo, fatto sta che il suo portamento si adeguò al mio.  Le sue fauci si chiusero e smise di ringhiare.

Continuai a fissarlo negli occhi, senza mostrare ostilità o brama di sfida. Mi parve che fosse in grado di percepire la mia volontà di dialogare e allora gli palesai tutta l’umiltà recepita in quei lunghi anni di addestramento, pur tuttavia, senza voler apparire subalterno e senza mostrare timore.

Fu in quel momento che lo vidi trasalire e arretrare di un passo. Era sconcertato e confuso, probabilmente più di quanto lo fossi io. Non si aspettava un simile comportamento e, per parecchi secondi, si limitò a studiarmi.

I miei compagni iniziarono a dare segnali di impazienza. Non capivano ciò che stava accadendo e guardavano al branco con la smania di uccidere. Anche i lupi mostravano nervosismo, ma si limitavano a tenerci sotto controllo, in attesa del segnale di attacco da parte del capobranco.

«Hui, che succede?» mi domandò Tien, forse allarmato dalla mia apparente inerzia.   

«Tieni tranquilli gli uomini. Non muovetevi!» gli ordinai. Lui provò a obiettare, indicandomi la cerchia di lupi famelici, ma io insistetti: «Fidatevi di me, come avete sempre fatto!» gli dissi con tono pacato. Lui, seppure sconcertato, annuì e con un cenno deciso mise a tacere i dubbi e le perplessità dei compagni.  

Io e la belva continuammo a esaminarci. Aveva seguito con attenzione il dialogo intercorso tra me e il mio gregario e sembrava approvare la mia autorità. Poi lui fece un passo avanti e i nostri spiriti entrarono davvero in contatto.

Per me fu un'esperienza sconvolgente. La sua essenza era di natura selvaggia, molto diversa dalla mia avvezza alle regole, alla disciplina, allo studio e all’addestramento, eppure, pur essendo così diversi, trovai lati compatibili tra noi.  Entrambi eravamo abituati al comando ed entrambi avevamo a cuore la salute e la salvezza del nostro branco. 


Ricordo che persi la nozione del tempo.

Gli trasmisi le immagini dei suoi cuccioli affamati, inermi e indifesi, in balia delle intemperie e dei predatori. Gli trasmisi il suo istinto alla difesa della sua famiglia e lui parve capire, che le ragioni che lo portavano a inseguirci e a predarci, erano le stesse che guidavano me e i miei compagni a difenderci. Gli trasmisi la mia determinazione a uccidere, pur di difendere ciò che mi era stato affidato e che mi era caro.   

Non saprò mai come, ma ci intendemmo, simili a due creature della stessa specie e lo convinsi a desistere dall'attacco.  So soltanto che infine ordinai ai miei uomini di lanciare l’altra carcassa al branco quindi, il grande lupo, con un alto ululato si congedò da noi.

Lasciammo il loro territorio pagando il nostro tributo, ma mai in vita mia fui più felice di averlo fatto. Non li vedemmo più, anche se avrei giurato di sentire i loro ansimi seguirci per un bel po' di tempo. In quei giorni mi piacque credere che il grande lupo grigio ci avesse concesso una scorta.

Ricominciammo la nostra discesa a valle, rinfrancati nello spirito, sebbene non avessimo più scorte di cibo. In compenso eravamo vivi e avremmo sempre potuto cacciare in seguito.

Scendere fu molto più complicato del previsto, visto che in certi punti eravamo costretti ad aggirare gli ostacoli rocciosi, con grande dispendio di tempo e di energia.

Ma quando all'improvviso ci trovammo davanti a un crepaccio, senza alcuna possibilità di aggirarlo, la maggior parte di noi fu presa dallo sconforto.

Tien mi fu subito accanto e insieme ci affacciamo oltre il ciglio. «Che facciamo?» domandò «Non possiamo tornare indietro!»

«Non torneremo indietro!» risposi deciso e scrutando con attenzione l’ostacolo.  

La spaccatura non cadeva del tutto in verticale e vidi che a un'altezza di una decina metri al di sotto di noi, si trovava un passaggio abbastanza largo, che si perdeva poi nella macchia boschiva. Decisi d’istinto: «Lo supereremo formando una sorta di catena umana, abbastanza agevole per permettere la discesa ai bambini e all’imperatrice.»

Lui mi guardò con aria interrogativa. Non capiva.

«Mi appenderò con i piedi al ciglio e mi lascerò penzolare e con le braccia sosterrò un compagno che penzolerà a sua volta sostenendo un altro e così di seguito, fino ad arrivare a toccare il fondo.»

«È una manovra molto ardita, Hui. Il peso degli uomini graverà tutto sulle tue braccia e le tue gambe. Sei sicuro di potercela fare?»

“Bella domanda!” pensai «Hai qualche altra idea?» domandai, indicando il cielo colmo ancora una volta di nubi tempestose.

Lui seguì il mio sguardo e scosse il capo.

In quel momento l’imperatrice mi venne accanto e quella fu una delle poche volte che avvertii la carezza sulla pelle della sua voce e del suo sguardo. Maylinn mi guardava negli occhi e sul suo viso lessi tutta la preoccupazione che provava: «Hai già corso molti rischi per noi, comandante e io te ne sono grata. Ma ora ti vedo esausto e provato, come tutti, del resto. Sei sicuro che non esiste altro modo per superare questa voragine?»

Cara, dolce Maylinn! Se avessi potuto l’avrei stretta tra le braccia e baciata. La sua inquietudine era sincera. Quella giovane donna, colei che in quel momento non vedevo più come sovrana e che con il suo modo soave e discreto aveva conquistato il mio cuore, era sinceramente preoccupata per me.

Le sorrisi e trattenni a stento il desiderio folle di afferrarle le mani delicate e porvi un bacio, ma la fissai intensamente dichiarandole con lo sguardo la mia devozione.

 Lei percepì la mia profonda emozione e annuì senza distogliere il suo ma condividendo la stessa emozione.

Furono istanti magici, che sarebbero potuti durare in eterno se Tien non avesse manifestato la sua presenza strappandoci dall’incanto.

Volsi il capo, confuso, e le indicai il vuoto spiegandole ciò che intendevo fare: «Il crepaccio non è del tutto verticale, come puoi vedere, mia signora. Quel minimo di pendenza che ha ci permetterà un po’ di appoggio e il peso complessivo sarà per me e per gli altri meno greve da sostenere.»

Quando riportò la sua attenzione su di me si era ripresa, tornando a essere l’imperatrice: «Fai quel devi, comandante! Noi ci fidiamo di te!» terminò, tornando dai suoi bambini.

Tornai a guardare il mio compagno e lo vidi scrollare la testa. Il suo sguardo era severo. Compresi che aveva percepito la mia emozione e disapprovava il mio comportamento. Rimandai ogni chiarimento e mi apprestai a spiegare agli altri la mia idea.

«Io sarò il secondo!» disse, offrendosi.

Lo aveva affermato con così tanta convinzione da farmi intendere che non avrebbe accettato contestazioni e anche se avessi preferito che fosse lui ad aiutare i bambini a scendere, accettai di buon grado.

Calcolai che con cinque uomini ce l’avremmo fatta a formare una catena abbastanza lunga. Diedi l'esempio agli altri, ponendomi come primo gradino a testa in giù, facendo presa con i piedi al ciglio. Il mio corpo in quel modo pendeva pericolosamente nel vuoto.

Cercai di non farmi prendere dalle vertigini. Dovevo resistere, cercando di spronare, con il mio esempio, i miei compagni a fare la stessa cosa. Continuare a lottare senza arrendersi mai al destino che pareva avverso, per cercare di salvare la famiglia reale. Lo aveva giurato nel momento in cui, diventato monaco guerriero, ero stato affidato alla loro salvaguardia.

Se avessimo avuto più tempo mi sarei fatto legare alle caviglie per non forzare troppo sui bicipiti e sulle spalle ma, il tempo, era proprio quello che ci mancava. I bambini stavano soffrendo il freddo da parecchi giorni e dovevamo sbrigarci a scendere di quota se non volevamo che morissero assiderati.

Penzolai, cercando la posizione più giusta e quando mi sentii sicuro feci cenno a Tien di procedere.

Si trattava di una manovra assai delicata. Se qualcuno di noi avesse ceduto la tragedia era inevitabile.

La stazza di Tien equivaleva la mia. Entrambi eravamo alti e ben piazzati fisicamente e i lunghi anni di addestramento avevano temprato i nostri corpi. Nel momento stesso che posò entrambi i piedi sulle mie spalle dovetti stringere i denti fino a quando, scivolando lungo il mio corpo, si appese alle caviglie.

Quando fu pronto diede il segnale lui stesso a un compagno che ripeté la stessa manovra.

Quando tutti e cinque fummo posizionati, uno dei miei guerrieri rimasti in alto scese per primo fino a metà della scala umana, mentre un alto assicurava i bambini a una corda di cui teneva saldamente un capo. Avrebbe accompagnato la discesa dei bambini con un minimo di sicurezza in più.

Pregavo in silenzio che tutto andasse per il meglio. Il fratellino maggiore fu il primo a scendere e a dare l’esempio agli altri.

Le sue manine si aggrapparono al mio collo e poi alle spalle e alle braccia assistito dal basso da un guerriero, pronto a intervenire in caso di bisogno. Uno per volta scesero tutti mostrando grande coraggio, anche se, in realtà, sentivo i loro corpicini tremare dalla paura.

L’imperatrice si legò il più piccolo sulle spalle e scese per ultima.

Avverti il suo peso   sulle spalle, e quel tocco mi parve lieve come quello di una farfalla. Maylinn era esile come un fuscello ed agile come un felino. In pochi secondi aveva già toccato il fondo del crepaccio.

Sospirai di sollievo e quando tutti furono in salvo, non fu difficile per noi compiere un balzo acrobatico e atterrare nel terreno sottostante.

Quello fu davvero l’ultimo ostacolo che la montagna ci pose innanzi. Da lì in avanti, la nostra discesa fu abbastanza agevole. Ne avevamo passate di tutti i colori e non ci parve nemmeno vero di essere fuori pericolo.

Ebbi modo di riflettere sugli avvenimenti di quei giorni, e su quelli che mi avrebbe riservato il futuro.

Il mio sguardo si pose allora sulla schiena dell’imperatrice che mi precedeva di qualche passo. Ero perfettamente consapevole che per noi non vi fosse speranza, per quel motivo cercavo di godere appieno di ogni attimo che il destino ci faceva vivere insieme.

La discesa per un paio d'ore fu abbastanza tranquilla.

I bambini, passati quei terribili attimi di tensione, avevano ripreso la loro abituale vivacità. Mi rasserenava il suono argentino delle loro voci infantili, e delle loro risatine. Noi adulti li osservavamo con indulgenza e con tenerezza ignorando anche qualche piccola marachella. Si spingevano stuzzicandosi gioiosamente, e sembrava avessero dimenticato tutte le brutte avventure vissute nei giorni precedenti.

Mi deliziavo beatamente per il solo piacere di ascoltarli, quando uno di loro si fermò all'improvviso. Anche se in quel momento pensai a un altro spensierato scherzetto, i miei sensi tornarono all’erta.

continua...




Racconto pubblicato  nel 2012 da Garcia edizioni

Immagini Pinterest e Phoneky

8 commenti:

  1. Tantissima fantasia, e azione, in questo coinvolgente racconto
    Buona giornata cara Vivì, silvia

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  2. Leonardo Conticini10 giugno 2021 08:39

    An che questa sesta parte lascia con il fiato sospeso. È sorprendente questo modo di narrare quanto lo è la tua fantasia. Complimenti Vivì.

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  3. Aspetto con ansia il seguito.....

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  4. bellissimo racconto fantastico.

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  5. Molto brava!I tuoi racconti hanno il potere di trasportare il lettore in un mondo fantastico!
    A presto!

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  6. Ciao scritoressa!! adoro questo capitolo liscio e placido.
    Ti mando un grande abbraccio da oltremare ┊┊┊┊
    ┊┊┊ ☆
    ┊┊🌙 *
    ┊┊
    ┊ ☆ °
    🌙 *

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  7. Audace,tenero e un pò selvaggio questo guerriero.....affascinante e intelligente .Lu.

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