Fantasia

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La brama della scrittura arde come una fiamma in un cuor propenso. Vivì

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mercoledì 23 giugno 2021

Ali candide nel cielo






Nella terra magica di Faerie, una giovane giumenta bianca galoppava disperatamente nel tentativo di sfuggire ai suoi inseguitori. Correva dando il massimo e con il rischio di farsi scoppiare il cuore, ma avvertiva di essere ormai al limite delle forze e il peso che le gravava in grembo le impediva di mettere una distanza di sicurezza tra lei e le creature maligne che la inseguivano.

Il terrore e l’istinto di protezione che sentiva naturalmente verso la sua creatura, la spingevano alla fuga, ma l’affanno e la stanchezza le suggerivano che stava rischiando di perderla ugualmente.  Difatti, erano iniziate le contrazioni e questo poteva solo significare che il parto era vicino. Urgeva che riuscisse a sfuggire alle belve demoniache che non le davano tregua e che trovasse un luogo tranquillo e sicuro dove fare nascere il suo piccolo. Se non fosse riuscita a mettere al mondo la sua creatura, la sua stirpe rischiava l’estinzione.  Purtroppo, era una dei pochi esemplari della sua specie sopravvissuta alla strage perpetrata per anni dalle forze del male.

La giumenta apparteneva alla prodigiosa stirpe degli unicorni, creature al servizio della magia bianca, in stretta collaborazione con le fate.

Era noto che fossero creature timide, schive, che non si lasciavano avvicinare dagli esseri umani ed evitavano in tutti i modi di entrarne in contatto. Nel contempo si sapeva che fossero creature forti, dal fisico possente, resistenti a ogni fatica. Al candido pelo e al lungo corno a torciglione che spiccava sulle loro fronti erano state attribuite erroneamente e per secoli alcune proprietà magiche, e per questo motivo la creatura era stato soggetta a una caccia spietata e, col passare del tempo, la sua splendida razza era arrivata a contare poche decine di esemplari.

I dubbi sulla sopravvivenza della specie erano molti nel mondo magico di Faerie. Se anche il piccolo fosse riuscito a nascere e a crescere sano e robusto, ma soprattutto libero, una volta adulto avrebbe mai trovato una compagna?

Era un dubbio plausibile, ma questo non avrebbe impedito alla giovane mamma di cercare in tutti i modi di salvare il suo puledro e nemmeno  avrebbe mai permesso che venisse catturato vivo e trasformato in una di quelle creature alate, nere come la pece e malvagie che si vedevano sfrecciare nel cielo.

Creature del male, dal sangue infettato e maligne anch'esse.

La giovane giumenta, seppure dilaniata dalla sofferenza, se lo era ripromesso e in alternativa alla prigionia e alla schiavitù era disposta anche a sacrificare la propria creatura facendola precipitare nel limbo del nulla.  Un luogo senza tempo, privo di vita ma anche di morte, dove tutto era sommerso da una nebbia eterna, dove non esisteva realtà ma nemmeno sogni, dove non esisteva futuro.

Una fitta lancinante le trapassò in quell’istante il ventre, lasciandola senza fiato. La fuggitiva intuì che era arrivato il momento. Quella corsa a perdifiato aveva anticipato il travaglio e occorreva trovare al più presto un rifugio. Tuttavia, l’ultima doglia le aveva fatto perdere terreno e ora si trovava a poca distanza dagli inseguitori, tanto che le pareva quasi di sentirne il fiato sul collo. La femmina di unicorno osò dare una sbirciata indietro, e fu proprio in quel momento che una delle creature malvagie riuscì a sfiorarla.

Lei ne intravide appena la sagoma terrificante. Appartenevano alla razza delle arpie e l’avevano raggiunta un istante prima degli altri inseguitori. Era talmente terrorizzata che non avvertì dolore al tocco degli artigli, ma forse non si accorse nemmeno di essere stata graffiata.  Era bastato intravedere le figure delle inseguitrici perché nei suoi occhi sbarrati vibrasse un orrore senza infinito.

Eppure, fu quello stesso terrore che le alimentò nuovo vigore spronandola ad accelerare.

La giumenta dimenticò il dolore del travaglio, la stanchezza e il martellare del cuore nel petto. Con un ultimo, prodigioso balzo in avanti aumentò le falcate e galoppò via divorando il terreno e lasciandosi alle spalle lo strepito e le strida degli inseguitori.

 

L’incontro con la silfide


Era riuscita a lasciarsi dietro la cacofonia di strida selvagge, ma ora doveva trovare in fretta un riparo per poter partorire al sicuro.

La femmina era molto giovane e al suo primo travaglio, e per questo motivo del tutto inesperta e molto spaventata, oltre che stremata. Arrivata ai margini di una foresta, vi si addentrò senza indugio, anche se consapevole che fitta selva di rovi e di felci poteva anche nascondersi qualche belva affamata in attesa di preda.

I suoi fianchi sussultarono con un tremito convulso, mentre si aggirava sempre più trafelata in cerca di rifugio. All’improvviso avvertì qualcosa d’indefinibile nell’aria e s’immobilizzò.  Tese i sensi allo spasimo dilatando le froge e annusando, scrutando intorno attentamente.

I suoi occhi rotearono dal terrore di veder apparire altre creature malvagie ma il bosco, la natura intera, tutto sembrava cristallizzato, come in attesa di qualche evento straordinario. La giumenta divenne sempre più nervosa. Nessun richiamo e nemmeno un alito di vento a smuovere le fronde.

Avvertì un fruscio, forse un sussurro. Qualcuno la stava chiamando e lei quasi dimenticò la paura.   Si trattava di un canto dolcissimo, una melodia, un invito allettante. Che fosse una trappola? Come avrebbe potuto essere così soave?

 Ormai al limite delle forze, si arrese e, come attirata da fili invisibili, si trovò costretta a seguire la scia di quella nenia dolcissima.

Così, tra l’intreccio di fronde e di rami, la intravide.

Era bellissima! Una silfide. Una creatura arcana nata dalla stessa magia benefica a cui apparteneva anche l’unicorno. La fanciulla, perché questo sembrava, volteggiava con grazia coperta da una veste impalpabile lunga fino ai piedi. Danzava senza staccare gli occhi di dosso alla femmina in affanno e invitandola con i gesti.  Leggiadra, talmente diafana da poter sembrare evanescente e dalle movenze ipnotiche che la invitavano a non aver paura e ad avvicinarsi. «Vieni con me, Danae. Seguimi.» cantavano le note della melodia, mentre le labbra della silfide rimanevano dischiuse in un sorriso dolcissimo.

Sentirsi chiamare per nome, con quella tonalità così soave, era un invito a cui la giumenta non seppe resistere e, in modo remissivo, seguì l’incantevole creatura.

Danae rimase ammaliata dal canto della silfide e dimenticò la stanchezza.

In pochi minuti, si trovarono in un posto fiabesco. L'acqua del ruscello scorreva così quietamente da provocare appena un suono argentino e un leggero fruscio; refoli gentili di vento facevano stormire le fronde e le cullavano nell'aria, facendo danzare tante belle spore dorate. A Danae sembrò nevicasse un pulviscolo prezioso.

Presa dalla malia del luogo decise che quello fosse il posto giusto per partorire la sua creatura e il suo animo si rasserenò, quindi si stese su un fianco. 

La graziosa fanciulla, che si chiamava Chrisell, le s'avvicinò, sorridendo all’animale sofferente.

«Permettimi di aiutarti e lenire il tuo dolore, Danae!» le sussurrò con dolcezza e la femmina socchiuse gli occhi abbandonandosi a quelle mani minute che iniziarono a carezzarle il ventre gonfio e contratto. Il sollievo fu immediato ma non durò a lungo. Le contrazioni aumentarono e, assalita da una fitta atroce, iniziò a tremare in modo convulso.


Eppure, bastava la vicinanza della silfide, le sue mani delicate e il canto appena appena sussurrato per alleviare un po’ il dolore e donarle conforto. Danae ringraziò le stelle per averle offerto quel magico incontro. Almeno non era più sola ad affrontare quel drammatico momento.

La natura fece il suo corso moltiplicando le contrazioni e rendendo sempre più affannoso il respiro della partoriente, che serrò gli occhi cercando di spingere con tutte le sue forze; all'ennesima contrazione, finalmente il piccolo venne alla luce. La silfide lo accolse amorevolmente tra le sue mani.

Seppur esausta, la madre guardò la giovane che l'aveva assistita con gratitudine, poi, sollevando il collo, si protese con le labbra vellutate a leccare il suo cucciolo, ripulendolo amorevolmente. Quindi iniziò a sospingerlo con delicatezza, dandogli piccoli colpetti col muso e stimolandolo così ad alzarsi. Rabbrividendo, il piccolo cercò di sollevarsi sulle vacillanti ed esili zampette, e dopo svariati tentativi e tentennamenti, finalmente riuscì a rimanere con orgoglio ben ritto sulle zampette, tese spasmodicamente sul terreno. La madre lo osservava con quei due grandi occhi stanchi, soddisfatta di aver messo al mondo quel piccolo così sano, così vispo e così bello. Scambiò un’ultima occhiata con la silfide.

“Prenditi cura del mio piccolo, ti prego!” supplicavano quegli occhi, ormai velati di lacrime e di gelida oscurità.   

Chrisell annuì in quel suo modo soave «Vai e galoppa serena per la Celeste Prateria.  La tua creatura è al sicuro.» le disse, continuando ad accarezzarla, fino a quando con un ultimo sospiro la femmina di unicorno morì.

Chrisell pianse, sfiorando con tenerezza il muso vellutato, quindi rivolse la sua attenzione all’orfano. Come avrebbe fatto a mantenere la promessa appena fatta? Un neonato, di qualunque specie aveva bisogno di cure assidue. Per lei non era possibile accudire quel puledrino e occorreva trovare una balia che lo nutrisse e che si occupasse a tempo pieno di lui.

Proprio in quel momento il puledro abbassò il musetto in cerca delle mammelle della madre e non trovando il liquido caldo e zuccherino a cui tanto aspirava, emise un gemito sommesso. La giovane dovette costringere il piccolo a staccarsi, strappandolo a viva forza dal corpo senza vita della giumenta. Ma il neonato non voleva saperne di allontanarsi dall'odore così rassicurante del corpo impresso nelle sue froge sin dai primi attimi di vita. La diafana creatura si vide costretta a domandare l'aiuto delle sorelle. Intonò quindi il suo richiamo con un canto melodioso che si espanse subito nell'aria e che, trasportato sulle ali del vento, raggiunse le altre silfidi.

 La radura in cui era avvenuto il parto venne avvolta in un turbinio improvviso di foglie, petali e pulviscolo dorato, mentre Chrisell e il neonato unicorno assistettero alla comparsa di un gruppo di silfidi. L’aria si colmò delle voci argentine delle magiche creature, e subito fu un intreccio di sussurri e di risatine gioiose, mentre le esili fanciulle volteggiavano graziosamente intorno a Chrisell e al suo protetto.

«Che è accaduto, Chrisell?» domandò Shaila, quella che tra loro sembrava la più anziana rivolgendo uno sguardo colmo di malinconia verso il corpo esanime della giumenta.

«Si è appena conclusa una terrificante disgrazia. Non ho potuto fare nulla per salvarla» rispose «Ma ora mi occorre il vostro aiuto, sorelle.  Ho promesso alla madre che non avrei abbandonato il suo piccolo e adesso non so come fare. Datemi un consiglio, vi prego!»

«Occorre innanzitutto trovare una balia per questa creatura, altrimenti morirà di fame. Quando avremo risolto questo, discuteremo quello che sarà meglio per lui» rispose Shaila, con tono assennato.

Chrisell tirò un sospiro di sollievo. Essendosi ritrovata completamente sola ad affrontare quell’emergenza, aveva passato ore ed ore colme di ansia e inquietudine. Ma adesso finalmente poteva rilassarsi, perché le sue sorelle l’avrebbero aiutata a risolvere quel grosso problema. Per fortuna il bosco era colmo di creature che avevano da poco partorito, e per le silfidi non fu difficile trovare una balia per il piccolo. Shaila scelse una cerva dagli occhi dolci e dal temperamento mite. Nel momento in cui la giovane madre stava allattando il suo cerbiatto le avvicinò il piccolo e, con il suo fare soave, la convinse a nutrire anche l’orfano.

Il neonato esitò solo un istante, poi, appena le minuscole froge si colmarono dell'invitante odore di latte, s'attaccò, suggendo voracemente.


 

  

Un incantesimo 

Chrisell non aveva smesso un istante di pensare a come sistemare in modo definitivo il puledro; si era accorta sin dai primi momenti di vita che era stato contagiato dal sangue materno. Evidentemente, la giumenta, presa com'era dall’impeto della precipitosa fuga, non si era resa conto di essere stata ferita da una delle arpie, che Chrisell sapeva fosse una specie velenosa. Con gli artigli, il malefico uccello le aveva inoculato il veleno infettando poi anche il sangue del suo puledro.

La silfide aveva chiesto aiuto alle sorelle omettendo quel particolare perché se lo avessero saputo il piccolo unicorno sarebbe stato condannato a morire.

“Come fare?” Quella domanda era diventata ossessiva per l'eterea ragazza. Si arrovellava nei suoi dubbi e nelle sue paure.  Doveva trovare una soluzione prima che le altre scoprissero la verità. Si sentiva in obbligo di farlo perché, oltre a essersi affezionata al cucciolo, aveva anche promesso a sua madre che avrebbe badato a lui.

Il pensiero della Dama del bosco, sovrana del regno del bene, sempre gentile e disponibile come insegnante di magia, nonché prodiga di buoni consigli, le balenò nella mente, e Chrisell si affrettò a raggiungerla nella sua dimora abituale, con il puledro al seguito.

«Qual buon vento ti porta da me?» le domandò in tono dolce la fata, signora e padrona di ogni angolo della foresta.

«Sono qui per chiedere un consiglio, mia signora.»

La Dama Silvestre scrutò con attenzione il puledro e scosse lievemente la testa.

«Suppongo che si tratti dell’unicorno e mi dispiace doverti dire che il suo destino è segnato.»

La silfide rabbrividì. Quella risposta le colmò l’animo d’apprensione e presagi funesti. Le visioni di morte e desolazione si moltiplicarono nella sua mente.

«Allora è proprio vero che è condannato a morire?» riuscì a balbettare.

La creatura magica annuì: «Lo vedi da te che è stato infettato e sai anche che il veleno inoculato dagli artigli maligni non lascia scampo alcuno. Questo piccolo è condannato a una terribile mutazione, e per evitare che possa spargere il male nel resto del mondo, occorre che muoia.»

Gli occhi di Chrisell si inondarono di lacrime. «Ma non è giusto! È così piccolo e indifeso, senza nessuna colpa. Tu hai il potere della magia bianca tra le mani, e se vuoi, puoi aiutarlo.» La fata del bosco guardò indulgente l'esile figura di donna che con passione e determinazione perorava la causa del piccolo cercando di salvarlo.

Silvestre le aveva fatto da maestra, l’aveva guidata e sostenuta durante tutto il lungo e difficoltoso tragitto dell’apprendimento. Chrisell era una delle allieve migliori della fata, e si faceva apprezzare per le sue doti di umiltà e schiettezza. La silfide era considerata da tutti una creatura briosa e nello stesso tempo dolce, remissiva, e per queste sue peculiarità, la Dama l’aveva presa a benvolere. Presa da un moto di tenerezza, le sorrise dolcemente dicendole: «Io non ho l'autorità necessaria per interferire con ciò che è stato scritto nel libro del destino. Tuttavia, posso cercare di fare in modo che lo stesso si compia, tentando di limitarne le conseguenze.»

 “Una risposta sibillina degna di una fata maggiore” pensò la silfide, che però rimase in silenzio, in rispettosa attesa.

Silvestre sorrise. Dal momento stesso in cui aveva visto arrivare l’eterea creatura con al seguito il puledro aveva iniziato ad arrovellarsi per cercare una soluzione adeguata, e forse adesso l’aveva trovata.

«Mia piccola Chrisell» iniziò a dire con tono materno, «So che non lasceresti mai il luogo magico in cui sei nata a cuor leggero; tuttavia, credo proprio che se desideri veramente salvare questo cucciolo, tu ti debba sacrificare.»

La silfide sgranò gli occhi, stupita e impaurita. Quale sacrificio le avrebbe chiesto la fata? «Mi hai chiesto di aiutarti e non trovo altra soluzione che proporti di accompagnare il piccolo nel mondo degli umani, dove credo possa iniziare una nuova vita senza correre altri pericoli.»

Silvestre lasciò che Chrisell assimilasse il concetto appena esposto, ma la silfide continuava a rimanere immobile, come basita da quell’idea.  Allora continuò: «Se sei disposta ad assumerti questo onere, dovrò compiere un incantesimo che nasconda a tutti le caratteristiche della sua razza, compreso il corno sulla sua fronte e la sua natura magica. E ovviamente, anche il piccolo dovrà ignorare il fatto di essere stato un unicorno. Quindi, dal momento stesso che pronuncerò la formula dell’incantesimo, perderà non solo la memoria di quello che è stato, ma anche qualsiasi istinto che possa rammentarglielo in qualche modo.  Sei disposta ad affrontare tutte le responsabilità che un simile viaggio prevede?»



Il colorito della silfide, già di per sé abbastanza pallido, divenne terreo, mentre la timida creatura dei boschi ritrovava appena il modo di rispondere: «Il mondo degli umani? Ma non mi sono mai mossa da qui, non ho mai… lasciato questo bosco e le mie sorelle! Il mondo degli umani è così alieno, così… lontano! Come farò ad arrivarci?»

 Il cuore di Silvestre palpitò dall’emozione. L’atteggiamento timido e schivo della silfide la inteneriva, e se avesse potuto, non l’avrebbe certo costretta a un tale sacrificio.

«Stai tranquilla! Aprirò per voi un varco dal quale vi sarà possibile il passaggio dal mondo arcano a quello del genere umano. Quando riterrai di aver trovato la persona giusta per occuparsi del piccolo, potrai fare ritorno nella nostra dimensione.»

Chrisell emise un sospiro di rassegnazione e la fata le sorrise. «Non devi temere, cara. Vedrai, non sarà difficile trovare una persona fidata. Inoltre, ti accompagnerò io stessa al varco, e mi troverai lì ad attenderti al tuo ritorno.»

Lo sguardo della giovane si posò con ansia dapprima sul puledro, quindi sulla fata, e tirato un altro grosso respiro di rassegnazione, annuì. «Va bene, andrò. E ti prometto che farò del mio meglio per portare a termine il compito che mi hai affidato.»

«Brava Chrisell! E io sono sicura che ci riuscirai!»

Fata Silvestre non perse tempo e si concentrò, posando le mani sul candido collo dell’unicorno, quindi mormorò la sua formula magica. L'incantesimo ebbe effetto immediato; il piccolo corno a torciglione cominciò a ritrarsi fino a sparire, la lunga criniera perse la sua lucidità e s'accorciò sfoltendosi, così come la superba e ricca coda, che si ridusse a un misero spolverino. Del mitico e bellissimo unicorno rimase solo il pelo candido, ma la fata affermò, decisa, che ben presto anche quel candore sarebbe scomparso, lasciando il posto a un manto nerissimo.

«Ora il tuo piccolo amico è diventato agli occhi di tutti un cavallino. Ed è un compito molto delicato quello che dovrai assolvere ora.  Conducilo sulla terra, e scegli con attenzione la persona che in futuro se ne dovrà occupare. Il destino di questo puledro dipenderà dalla tua scelta.»

«Cercherò di valutare bene prima di decidere» esclamò con fervore la giovane.

«Allora posso procedere. Sei pronta ad affrontare il viaggio?» Il cuore della silfide prese a battere in modo convulso. Il momento tanto temuto era arrivato.

Deglutì a vuoto, mentre rispondeva: «Sono pronta!»

Se anche rivelò una piccola esitazione, Silvestre non diede segno di essersene accorta. «Bene!» disse, socchiudendo gli occhi e mormorando alcune parole misteriose. Subito dopo, nel cielo limpidissimo fece la sua repentina comparsa un ponte iridato che si estendeva davanti a loro all’infinito, fino all’orizzonte. La donna più anziana prese per un braccio l’esile creatura. Chrisell posò con delicatezza una mano sul collo del piccolo unicorno, che se ne stava docilmente in attesa accanto a loro.  Quindi, mantenendo la promessa, la fata li accompagnò attraverso l’arcobaleno, sino al portale che si era spalancato e che permetteva il passaggio tra i due differenti mondi.

La giovane ebbe la sensazione di camminare sulle nuvole e sorrise, lieta delle sensazioni percepite. L’incredibile, magico sentiero aveva una consistenza morbida sotto i suoi piedini nudi, e lei, ormai ammaliata dalla spettacolarità dell’evento, riusciva a vedere il mondo sottostante attraverso la trasparenza e l’iridescenza dei colori acquarello.

Camminarono per qualche minuto, immersi nel silenzio maestoso della natura, rotto solo dal sibilo del vento. Il varco si stagliò davanti a loro all’improvviso, sempre più vicino e minaccioso, e Chrisell lo guardò con apprensione; quell’enorme antro oscuro le apparve simile alle   fauci spalancate di un gigante.

La fata si avvide dell’esitazione della silfide e le sorrise per esortarla a varcare la soglia. «Coraggio! Non è poi tanto terribile come sembra. È una questione di attimi, e fatti pochi passi ti ritroverai dall’altra parte. Vai, il portale non rimarrà aperto a lungo.»

«E se restassi prigioniera di là?» domandò, sgranando gli occhi, quasi fulminata dalla terrificante prospettiva.

«Stai tranquilla! Non accadrà se smetti di agitarti e di rimandare l’ingresso. Il portale si chiuderà dopo il tuo passaggio, ma basterà che tu mi mandi un messaggio mentale quando avrai svolto la missione e vorrai tornare.»

L’esile fanciulla emise un sospiro profondo, quindi si congedò ringraziando: «Io e il piccolo ti siamo profondamente grati.»

«È stato fortunato a incontrare te! Ti deve la vita due volte. E ora vai! Al tuo ritorno mi ritroverai qui, come promesso. Che la luce della saggezza illumini sempre i sentieri della tua vita, Chrisell!»

«E anche i tuoi! Arrivederci, Dama del bosco!»


 

La scelta

 

Appena superata la fatidica soglia, la silfide venne inghiottita dall’oscurità in cui il misterioso antro era immerso. Il transito attraverso il varco non fu particolarmente traumatico, mentre il piccolo, forse, non si rese nemmeno conto di quello che accadeva intorno a lui.

Dama Silvestre aveva ragione: il tragitto durò soltanto una manciata di secondi, comunque lunghi come una vita intera per Chrisell, che avanzava con passo tentennante, intimorita dall’ignoto che incombeva e la circondava come una cappa glaciale, mentre si aspettava di venire aggredita da un momento all’altro da qualche creatura mostruosa. Per fortuna i suoi timori rimasero infondati, e in breve i due viaggiatori temporali furono fuori da quell’incubo. 

Quando arrivò nella dimensione terrena, la diafana fanciulla emise un profondo sospiro di sollievo, ma subito dopo venne prese dalla smania di sbrigarsi. Quel luogo sconosciuto non le piaceva, vedeva pericoli in agguato dappertutto.  Si mise quindi alla ricerca di un rifugio sicuro, dove poter lasciare in tutta tranquillità il puledro. «Stai tranquillo, tornerò presto!» gli sussurrò, accarezzandolo sul muso vellutato, ancora incredula per quella trasformazione che aveva del sensazionale.

Avrebbe sfidato chiunque a riconoscere in quel cavallino uno degli ultimi unicorni esistenti. “Eppure il manto si mantiene morbido!” rifletté, facendo scorrere più volte il palmo della mano sui fianchi già pronunciati del piccolo. Li sentì fremere sotto il suo tocco, e per un attimo compianse l'amaro destino di quella magica creatura, costretta dal male a ignorare per tutta la vita la vera natura della sua essenza. Sarebbe stato obbligato per sempre a vivere in una condizione e in un ambiente che non erano i suoi.

Perlomeno, rifletté Chrisell, in quest’altra dimensione il puledro era al sicuro e aveva salva la vita. E il veleno? La Dama del bosco se n'era forse dimenticata? No di certo! Che sciocca! Il veleno trasmesso con il sangue della madre era stato di sicuro neutralizzato con l'incantesimo. La silfide se lo augurò di cuore per il cucciolo, quindi cercò di scacciare quel pensiero molesto e si mise alla ricerca della persona giusta.

Non poteva prevedere, la piccola silfide, quale destino crudele attendesse il suo protetto. A Chrisell parve che il tempo trascorresse in modo molto veloce, assai diverso rispetto alla dimensione arcana.  A volte si soffermava ad ammirare le bellezze che la circondavano, pensando che alcune analogie vi erano di certo; tuttavia, rispetto al suo mondo, quello in cui si trovava era senza dubbio più caotico.

Ebbe inizio una ricerca sistematica che la vide attraversare montagne, laghi e distese sterminate. Il suo non si poteva definire un classico viaggio effettuato fisicamente e con enorme dispendio di energie, ma si trattava comunque di lunghe e approfondite escursioni mentali, durante le quali la giovane si stancava ugualmente. Quando aveva accettato l’incarico della Dama Silvestre, non immaginava certo che sarebbe stato così gravoso e nemmeno che sarebbe stata la somma dei casi, per così dire fortuiti, a stabilire che la strada del piccolo unicorno e quella di Mark, il giovane sul quale sarebbe caduta la sua scelta, s’incrociassero.


Nel momento stesso in cui vide il ragazzo, la silfide intuì che quella era la persona giusta. Non seppe spiegarsene il motivo, ma tra lei e quell’essere umano intercorse subito una forte empatia.

Lei gli sorrise e lui rimase incantato.

«Chi sei?» le domandò squadrando la figura sin troppo snella di quella fanciulla dai lunghi capelli corvini, la pelle candida come il latte e i piedini nudi apparsa all’improvviso, come dal nulla.

Chrisell si meravigliò di capirne il linguaggio e nello stesso tempo si sentì arrossire sotto lo sguardo indagatore di quel giovane aitante. La veste impalpabile che lei indossava celava a malapena le forme acerbe eppure femminili, e un refolo di vento assai dispettoso le gonfiava e le sollevava i lembi della sottana mettendo a nudo le lunghe gambe affusolate, idonee alla danza.

Mark seguì con attenzione i movimenti della veste, e la silfide faticò non poco per combattere la volubilità della brezza.

«Mi chiamo Chrisell.» riuscì a rispondere con lo stesso idioma ma cercando di riportare l’attenzione del giovane altrove. Quel ragazzo aveva uno sguardo indagatore che le trapassava l’anima.  

 Il tentativo di distrarlo le riuscì, perché ora Mark la guardava negli occhi.

«I tuoi occhi sono splendidi. Hanno lo stesso colore di un lago di montagna o quello verde smeraldo di un prato a primavera» sussurrò, ammaliato dal suo sguardo.

Le lunghe ciglia di Chrisell palpitarono e s’abbassarono, nascondendo al ragazzo la confusione e il compiacimento. Che cosa le stava accadendo? Non si era mai sentita così imbarazzata. Eppure, quel giovane dallo sguardo immenso e glaciale per la chiarezza delle iridi, e dal ciuffo ribelle e ricciuto, le piaceva e la confondeva in un modo da farle battere forte il cuore nel petto.

Mark sorrise, lui stesso a disagio. Fino a quel momento non aveva mai trovato il coraggio di parlare così a una coetanea. Nessuna, tra le tante che conosceva, lo aveva mai stimolato o invogliato a dialogare, mentre Chrisell lo incuriosiva a tal punto da desiderare di saperne qualcosa in più: «Io mi chiamo Mark, ma tu da dove vieni? Non ti ho mai vista da queste parti.»

Lei non si seppe trattenere e si lasciò andare in una graziosa piroetta, come del resto era nella sua indole, e lui la guardò stupito.

«Sei una ballerina!» affermò, ammirato. Chrisell si rammaricò con se stessa per non essere riuscita a contrastare il proprio istinto. Ma come avrebbe potuto? La danza era nel Dna delle silfidi, considerate da molti come le danzatrici ieratiche dei boschi. Per cui, quando affermò: «Sì, hai visto giusto. Sono una ballerina» non si sentì per nulla in colpa per quella piccola distorsione della verità.

Quasi senza nemmeno rendersene conto, i due si avviarono insieme e, camminando, parlarono e parlarono senza mai fermarsi. A un certo punto si trovarono con le mani allacciate, ridendo e scherzando come due vecchi amici. Mark si ritrovò innamorato all’istante di quella ragazza così diafana, così spontanea e così argentina, e a Chrisell accadde la stessa cosa. Tuttavia, la silfide fu consapevole sin dal primo momento che quello non era un amore possibile: compiuta la propria missione avrebbe fatto ritorno nella sua dimensione e lei e Mark non si sarebbero mai più rivisti. Ma per il momento, decise di godersi ogni istante di quel sorprendente e dolce incontro. Distorcendo appena la verità, gli raccontò del cavallino rinvenuto presso il corpo esanime della giumenta, morta in seguito a un parto assai travagliato.

«Posso vederlo? Dov’è?» chiese Mark, subito interessato alla sorte del puledro.  

«Certo!» rispose lei, guidandolo verso il luogo in cui aveva lasciato il puledro, in cuor suo molto soddisfatta.

«È buffo!» esclamò lui quando vide il cavallino «E com’è piccolo! Vorrei tanto poterlo tenere e occuparmi di lui.»

«Io non saprei dove metterlo. Se vuoi è tuo, Mark!»

 Lui la guardò preoccupato: «Ma non so; forse dovrei chiederlo prima al padrone. Sai, io lavoro in un allevamento di cavalli e non saprei…» concluse, esitando.

«Facciamo così: me lo tieni per qualche giorno, e poi, quando avrò trovato una buona sistemazione, se non potrai tenerlo verrò a riprenderlo» mentì Chrisell, quindi arrossì e volse il viso da un’altra parte.

 «Va bene. Per il momento lo tengo io, poi si vedrà»

La silfide sospirò di sollievo. Ancora una volta, l’istinto che l’aveva guidata verso quel ragazzo si era rivelato giusto. Mark le aveva ispirato tanta simpatia e fiducia sin dal primo momento in cui l’aveva visto e, considerato l’amore che aveva per i cavalli, sembrava la persona più adatta a prendersi cura del piccolo orfano. I due passarono ancora un po’ di ore insieme, quindi Chrisell, seppur a malincuore, decise che era arrivato il tempo di tornare. Era sicura di aver fatto la scelta giusta.  Per l’unicorno sarebbe iniziata una nuova vita, e con Mark sarebbe stato in buone mani.

Si congedò dal giovane con un lungo e appassionato abbraccio, senza peraltro confessargli che non si sarebbero più rivisti. Ormai fuori vista, Chrisell fece un piccolo incantesimo, cancellando dalla memoria dell’amico il loro incontro, quindi abbandonò in punta di piedi, così come vi era entrata, il mondo degli umani.





Una nuova vita 

Mark lavorava come stalliere presso una grande tenuta in cui si allevavano cavalli da corsa. Il padrone, un uomo facoltoso, commerciava nella loro compravendita.

Mark era un ragazzo di bell'aspetto. I capelli folti, castani, appena mossi, e gli occhi tanto azzurri che spiccavano su quel volto dai tratti regolari, eternamente abbronzato per via della vita che conduceva all’aria aperta.  Il ragazzo pensava di essere stato fortunato nel trovare quel lavoro che gli piaceva tanto e che gli permetteva di passare intere giornate a contatto con i suoi amici animali. Amava i cavalli, aveva sempre pensato che non esistessero animali più intelligenti e più fieri. Aveva una cura estrema nell'occuparsene; passava ore a strigliarli, parlando e sussurrando loro paroline dolci, in modo particolare a quelli più scontrosi, avvezzi a fare continue bizze. Inoltre, non faceva mai mancare a nessuno qualche piccola leccornia: una mela succosa, uno zuccherino, una carota, e loro lo ripagavano con una devozione senza pari. Quando il ragazzo entrava nelle stalle zufolando un motivetto allegro, ecco che rizzavano le orecchie scalpitando nell'attesa di una carezza o di un’attenzione, quindi lui li accompagnava fuori, nei grandi recinti costruiti appositamente per l’addestramento e lo svago. Proprio come quel mattino.

Stava conducendo per le briglie uno degli ultimi cavalli, quando la sua attenzione venne attirata da un nitrito sommesso. Si volse e rimase stupito; quel puledro era nuovo, non l’aveva mai visto prima. Il ricordo del magico incontro con la silfide era stato relegato in un angolo della sua mente e del cuore, disgiunto dal ricordo del cavallino affidatogli da lei. Quell’evento si era dissolto come neve al sole, senza che il ragazzo se ne rendesse conto.

Il puledro non aveva certo un bell'aspetto, basso e tozzo com'era. Sembrava più un cavallo da tiro che da corsa. E già quel particolare gli parve strano. Dubitava che il padrone delle scuderie potesse aver portato a termine un acquisto così maldestro. Eppure Mark si avvicinò con premura al cavallino, che appena lo vide lo guardò spalancandogli in viso i suoi occhioni miti. “Da dove sei arrivato?” si domandò tra sé.  “Sono sicuro che ieri sera non c'eri! E nemmeno nelle stalle quando ho iniziato il mio turno. Chi ti ha portato? Non certo il padrone! Non avrebbe mai voluto nelle sue stalle un esemplare così goffo e sgraziato!” Il ragazzo decise che avrebbe indagato appena avesse avuto tempo, e che per il momento, quel cavallino aveva solo bisogno di una bella strigliata. Lo rinchiuse quindi con gli altri puledri e continuò la sua giornata di lavoro.

Il piccolo era stato accolto dagli altri cavalli, dapprima con stupore, poi con la massima diffidenza. L'incantesimo al quale era stato sottoposto aveva effetto solo sugli umani e sulle creature del male; gli animali continuavano a vederlo come un magnifico puledro di unicorno, come in effetti era. E diffidavano tutti sia della sua bellezza, che del magnifico corno che già spiccava come un piccolo baluardo sulla sua fronte.

Dopo pochi minuti, Mark, armato di secchio e di spazzola, iniziò a strigliare il manto grigio topo del cavallino, prendendo a parlargli dolcemente com’era sua abitudine fare. «Ehi, piccolo ce l’hai un nome? No? Allora bisogna rimediare! Vediamo… uhm. Ricordo che un giorno lessi una fiaba che parlava di un magnifico stallone bianco. Si chiamava Gylldor. Naturalmente tu sei l'esatto contrario di lui, ma sono sicuro che saprai portare quel nome con altrettanta fierezza.»

Il ragazzo s’avvide immediatamente, sin dalle prime strigliate, che in quel puledro vi era qualcosa di strano. Mentre passava il guanto su uno dei fianchi avvertì al tatto una piccola depressione che non avrebbe dovuto esserci. “Cosa può essere? Forse una cicatrice. Ma che strano!” e quando trovò la stessa depressione nel punto corrispondente sull'altro fianco, si fermò interdetto.

“La stessa identica ferita! Com’è possibile?” In quel momento la cosa risultò essere un mistero insolubile, quindi, scrollate le spalle, continuò il suo lavoro. Tuttavia, ebbe la stessa, identica sensazione nel momento in cui la sua mano sentì una piccola protuberanza molto dura sulla fronte.

Mark, che non vedeva nulla di anomalo, passò e ripassò la mano sulla testa di Gylldor, ma dovette rinunciare a capire e anche quello rimase un mistero inesplicabile. «Chi sei tu, cavallino? O meglio, cosa sei?» domandò, piazzandosi deciso davanti al puledro. Quegli occhi lo turbarono. Oltre ad avere un bel colore ambrato, erano enormi, liquidi e sostenevano lo sguardo di Mark con altrettanta intensità. Il giovane si mosse a disagio: quegli occhi parlavano, trasmettevano una forte, inspiegabile emozione e sembravano rispondere: Non so cosa sono. Ma so cosa vorrei essere. Uno stallone magnifico e volare sulle ali del vento.

Scosso dalla strampalata sensazione, Mark sorrise nervosamente. Aveva sempre intuito al volo ogni desiderio, ogni bisogno dei cavalli a lui affidati, ma era la prima volta in assoluto che aveva l’impressione di udire risuonare la voce di uno di loro nella sua mente. Cercò di riscuotersi dalla strana malia che lo aveva preso, dandosi dello sciocco. Distolse lo sguardo e, in silenzio, riprese a strigliare quel manto con lena.

Dopo un po’ fece il suo inaspettato arrivo il padrone della tenuta, il quale con decisione si diresse verso i recinti. «Ehilà, ragazzo! Che mi racconti di nuovo?»

“Chissà perché si ostina a chiamarmi ragazzo ignorando il mio nome” pensò con lieve disappunto Mark. «Buongiorno signore!» salutò, mostrando comunque indifferenza e rispetto verso il proprietario. «Durante la sua assenza sono nati due magnifici puledri.» «Bene! Bene!» ripeté l’uomo soddisfatto, carezzando il manto pomellato dello stallone che Mark stava strigliando. «Magnifico esemplare!» esclamò con orgoglio, quindi proseguì: «Appena finito questo lavoro me li mostrerai.»

«Ma ecco, signore. Riguardo invece quel puledro grigio, volevo dirle…»

«Di quale puledro grigio stai parlando?»

«Quello arrivato stamattina, signore!»

«Stai vaneggiando, ragazzo? Oltre i due nati durante la mia assenza ne è arrivato un altro? E chi lo avrebbe portato?»

Il giovane spalancò uno sguardo meravigliato sul suo datore di lavoro, «Come, lei non sa nulla?»

«Insomma!» sbottò spazientito l’uomo «Giochiamo agli indovinelli? Fammi vedere questo puledro!»

Mark indicò il recinto dove venivano raccolti tutti i nuovi nati e le loro madri. «L’ho messo nel recinto insieme agli altri, signore, ma ho notato che è rimasto in disparte per tutto il tempo» disse, scortando il padrone visibilmente contrariato.

«Non ci posso credere! Da dove è venuto quel… quell’asino!» sbraitò l’uomo, livido di rabbia «Chi l'ha portato qua?» continuò, non osando nemmeno avvicinarsi al puledro mite e solitario, come se provasse ribrezzo.

Investito dall’improvviso scatto d’ira, Mark riuscì appena a balbettare una risposta: «No, no signore! È brutto certo, ma non è un asino! E io l'ho trovato qui stamattina.»

«Ma cos'è, uno scherzo, forse? O mi stai prendendo in giro?»

«Io non ne so nulla!» si discolpò il ragazzo, sempre più confuso.

«Non sai nulla, eh? E chi dovrebbe saperlo? Sei tu il responsabile di queste stalle!» lo accusò l’uomo, ormai furibondo. Mark indietreggiò, intimidito, quasi che temesse di venire aggredito.  Ma non accadde. Il padrone strinse i pugni e contrasse la mascella, dominandosi: «Allora, senti bene quello che ti dico! Quel somaro deve sparire dalle mie stalle. Non è ammissibile che quella stupida bestia divida il box con i miei campioni purosangue. Deve ritornare nella stalla fetida dalla quale è venuto. Non voglio più vederlo qui! Mai più! Siamo intesi?»

Quell’ingiusta esplosione di collera servì solo a mortificare ulteriormente il giovane stalliere, che se ne rimase immobile, del tutto incapace di reagire. Non era mai stato sgridato, anzi, per la verità era anche la prima volta che veniva ripreso da quando lavorava lì, e in quel momento decise che quella sarebbe stata anche l’ultima.

«Va bene, signore» riuscì a mormorare, quindi, sotto lo sguardo truce dell’uomo, si diresse a testa bassa verso il puledro e, afferratolo per la cavezza, lo guidò fuori dalla tenuta.

«Cosa ne faccio di te ora? Dove ti porto?» domandò Mark più a se stesso che al cavallino. Tienimi con te, ragazzo! Non so proprio dove potrei andare.

Il giovane stalliere s’immobilizzò pietrificato. Aveva udito realmente quella voce che bisbigliava nella sua mente, o era uno scherzo dovuto ai suoi nervi tesi?  Si guardò intorno alla ricerca di una spiegazione plausibile, ma i dintorni era deserti e non tirava nemmeno un refolo di vento che potesse giustificare l’insolita sensazione appena provata. Allora tornò a scrutare il piccolo e si smarrì nuovamente in quello sguardo liquido e oltremodo mite. «Davvero non so cosa fare con te. Il padrone si è sbrigato a dire che non ti vuole più vedere. Ora il problema è tutto mio. Dove ti porto?» E ancora una volta una voce si fece largo tra i suoi cupi pensieri.

Tienimi con te. Non ti darò fastidio. Sono buono e ubbidirò a tutti i tuoi comandi. Non mi abbandonare per la strada, ti prego!

Esterrefatto da quanto stava accadendo, Mark spalancò la bocca: «Non ci posso credere; tu… tu parli?»

Parlare? No, ragazzo! Io non posso parlare. Però ti posso capire, così come tu capisci me. È proprio così che comunichiamo, per un'intesa reciproca.


«No! Sto solo vagheggiando! Non è possibile una cosa del genere!»

Tienimi con te! ripeté Gylldor con accento tremulo, Sarò anche molto brutto, ma sono forte e, soprattutto, sono buono.

«Ma allora non sto sognando! Questo è un prodigio!  Noi due ci intendiamo davvero!» esclamò con tono entusiasta il giovane stalliere.

Sì! Noi due ci intendiamo e diventeremo grandi amici se rimarremo insieme. rimarcò il cavallino. Mark esitò. La gioia appena provata per quella sensazionale scoperta passò in fretta.  Ora non sapeva che fare. Prese a passeggiare nervosamente attorno al puledro; ogni pochi passi si fermava squadrandolo, si grattava la testa confuso, quindi riprendeva a camminargli intorno, finché sbottò: «Ma dove ti metto? Hai sentito il padrone? Non ti vuole più vedere!» esclamò afflitto. Ora si trovava in stato confusionale; era combattuto tra la pena che provava e l'ordine del padrone che gli imponeva di farlo sparire.

Gylldor sembrò percepirne il disagio, poiché se ne stava quieto ad aspettare che prendesse la sua decisione. Dopo aver fatto parecchi giri inutili attorno al cavallino, finalmente il ragazzo si fermò: «Siamo d’accordo! Ma solo per qualche giorno, però! Non posso rischiare di perdere questo lavoro e se ti scoprissero ancora qui, non oso pensare alla reazione del padrone. Ti porterò nelle vecchie stalle, quelle in fondo alla tenuta. Sono abbandonate da tempo e credo che per un po’ potresti stare tranquillo. Poi decideremo il da farsi.»

Sei un bravo ragazzo! Sapevo che non mi avresti abbandonato.

«E speriamo che non debba mai pentirmene, Gylldor!»

Mark sistemò il nuovo amico in una delle vecchie scuderie in disuso, gli procurò la biada, dell’acqua fresca, e dopo averlo accudito, si allontanò. «Ci vediamo domani. Fai il bravo, ti prego!» raccomandò, e il puledro lo salutò con un sommesso nitrito.

continua...



Racconto pubblicato dalla MorganMiller edizioni

Immagini Phoneky

7 commenti:

  1. Nuovo racconto nuove avventure per un protagonista magico. Aspettiamo con trepidazione il seguito. Grande!

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  2. Bel racconto colmo di magia
    Un caro saluto
    Giorgio

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  3. Veramente magico e si preannuncia un racconto molto intrigante. Forse i protagonisti sono più adatti a un pubblico molto giovane ma a me piacciono molto questi fantasy e soprattutto trovo magici unicorni e pregasi. Ti seguirò con attenzione. Giulia.

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  4. Cara Fata delle Lettere: cosa dirvi..! non riesco nemmeno a spiegare
    quanto queste scene mi scaldino il cuore.
    Cosi puro e amorevole. Senza dubbio, uno dei migliori nella storia
    del fantasy giovanile,
    adoro che tutti abbiano ottenuto cio che volevano alla fine,
    e il messaggio principale era che erano uniti e stasera...
    si riapre il portale delle fate; cosi le avventure
    piu emozionanti
    continueranno!
    Tanti baci e calorosi abbracci dal freddo inverno argentino.

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  5. Ho iniziato a leggere la prima parte. Devo dire un racconto che per il momento si sta dimostrando davvero coinvolgente. Sei molto brava nella scrittura e con i racconti fantastici. Mi dedicherò alla lettura delle altre parti perchè mi incuriosiscono tanto. I tuoi racconti ti invogliano a leggere. Brava.

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  6. Mi sono appassionata alla storia della tua giumenta e anche se magari non riuscirò a lasciare i commenti per ogni puntata, di sicure le leggerò tutte.

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