Mark
Mark si
torturò per giorni nella speranza di riuscire a escogitare un piano di fuga
semplice ma efficace. Ma non era affatto facile evadere da quella prigione; i
muri erano molto antichi, dello spessore di un metro circa, la piccola finestra
sbarrata da solide inferriate, la porta di legno massiccio rinforzata da sbarre
di metallo.
Studiò a
lungo gli orari dei carcerieri, il cambio dei turni, quello dei pasti e quello
dei controlli che venivano effettuati regolarmente attraverso gli spioncini.
Cercò di vagliare ogni minimo particolare, non tralasciando nemmeno di contare
i passi che facevano i carcerieri per coprire la distanza tra la sua cella e la
scala che portava ai piani superiori e quindi all’uscita. Tuttavia, dovette
convenire che la sorveglianza era così stretta da non lasciare speranza di
riuscire a eluderla.
Doveva
arrendersi? No, mai! Giunse quindi alla conclusione che non rimaneva altro che
l'inganno. In fondo, lui stesso si trovava prigioniero nel regno del male, e
forse non sarebbe stato poi così difficile ideare uno stratagemma per
abbindolare i suoi carcerieri. Doveva solo riflettere attentamente e aspettare
con pazienza il momento opportuno. Si mise a osservare le guardie che
s’alternavano nei turni. Non erano molte, ed escluso Taresh, non avevano
un’aria particolarmente intelligente. In modo particolare Norok,
dall’espressione ottusa, quasi da ebete, che Mark definì una creatura insulsa
oltre che bizzarra.
Norok era
un colosso che si muoveva al rallentatore, e questa era una caratteristica che
poteva tornare a suo favore. Il ragazzo decise che fosse lui l’obiettivo più
semplice, e si mise a studiarne le mosse e l’atteggiamento.
Lo colpì
il fatto che Norok camminasse come un automa, un burattino. Lo sguardo che si
posava su Mark era vacuo, senza alcuno sprazzo di discernimento. Possibile che
quell’individuo fosse totalmente privo di senno e di volontà?
La sua
osservazione durò per giorni interi, finché un’idea ben precisa si fece strada
tra le tante vagliate e già scartate: e se avesse tentato d’imitare il
comportamento del gigante? Certo, non poteva sperare che Taresh arrivasse a
credere che un prigioniero, finora orgoglioso e indomabile, fosse
all’improvviso rimbecillito, ma forse, se fosse riuscito a simulare la
rassegnazione e l’abulia di un animo provato da infinite angherie allora, forse,
sarebbe riuscito a convincere il suo carceriere e persino il sovrano.
“Cosa ho
da perdere? Vale la pena vivere una vita senza mai vedere la luce del sole o
senza mai respirare l’aria pura a pieni polmoni?”
«Mark» il
suo nome aleggiò nella cella ancor prima che apparisse la silfide.
«Ti porto
buone notizie. Gylldor sta bene e ti manda un messaggio.»
La gioia che gli procurò quell’annuncio era
pari all’emozione che provò nel risentire la sua voce.
Fu la sensazione
travolgente a indurlo a correre incontro alla giovane, che nel frattempo si era
materializzata.
Chrisell
arretrò spaventata, ma lui l’afferrò per la vita sottilissima e la sollevò in
aria, come non avesse peso. «Sei più leggera di una piuma!» esclamò ridendo e
roteando su se stesso. «Oh come sono felice!» continuò ignorando gli occhi
sgranati e l’espressione di lei, tra il timoroso e l’incredulo.
Mark non
smise mai di girare, piroettando con la fanciulla stretta tra le braccia, fino
a che la stanza iniziò a roteare vorticosamente e lui perse l’equilibrio
barcollando e crollando poi, insieme a lei, sul mucchio di fieno.
Entrambi
distesi per terra in una posizione scomposta, si guardarono allibiti, poi
scoppiarono a ridere a crepapelle.
«Sei matto!»
riuscì a dire Chrisell tra un respiro e un singulto, «Sei proprio tutto matto!»
ma, nel frattempo, non riusciva a smettere di ridere.
Quando il
respiro si normalizzò, Mark le si avvicinò e le tolse alcune pagliuzze dai
capelli: «Qual è il messaggio di Gylldor?»
«Ha detto
di stare tranquillo e che presto vi ritroverete. Ma Mark ascolta» lo ammonì con
tono tornato serio «non abbiamo più molto tempo e dobbiamo trovare un modo per
farti uscire da qui.»
«Io un
piano lo avrei già elaborato. Ma non sono sicuro. Se vuoi te ne parlo, così mi
dici cosa ne pensi.»
Il
ragazzo iniziò a spiegare delle sue osservazioni e della sua idea di simulare arrendevolezza,
rassegnazione, disponibilità a collaborare, con l’intento di migliorare la
propria situazione.
«Forse,
con questo cambiamento, quel demone si convincerà che non rappresento più un
problema e allenterà le maglie della sorveglianza. Forse arriverà anche a darmi
fiducia e a liberarmi. È solo questo il mio scopo: voglio tornare libero per
aiutare Gylldor e magari trovare una via di fuga da questo regno malefico. Che
ne dici, Chrisell?»
«Ti
aiuterò, Mark, perché la tua mi sembra una buona idea. Ma secondo me occorre
perfezionarla. Bisogna indurli a credere che la prigionia, le privazioni e i maltrattamenti
subiti abbiano condizionato in modo tale la tua mente e il tuo cuore da
portarti alla follia. Io posso rendere più credibile la tua sceneggiata.»
«Come?»
gli domandò lui con un pizzico di preoccupazione.
«Ti fidi
di me?»
«Tu sei
l’unica amica che ho, oltre a Gylldor naturalmente. Certo che mi fido!»
«E allora
avvicinati e guardami, Mark. Lasciati andare, guarda le mie mani e guarda nei
miei occhi.»

Mark
ascoltò con piacere quella voce e quell’invito, si rilassò e seguì con
attenzione i movimenti aggraziati delle manine, che sembrava eseguissero una
danza davanti al volto delicato della silfide. Chrisell accompagnò i gesti con
una nenia dolcissima.
Quella
melodia lo indusse a chiudere gli occhi, e Mark si sentì accarezzare la pelle,
la mente e il cuore, ma subito dopo e in modo anacronistico nella sua memoria
apparve l’immagine di Norok, il gigante dallo sguardo vacuo, e s’immedesimò in
quella figura atona.
«Ora e
solo ora la tua volontà è sopita. Il tuo sguardo diventa vuoto e si fissa
intorno, sfiora appena gli oggetti che lo circondano senza vederli, come se non
esistessero. Eseguirai tutti gli ordini che ti verranno impartiti dagli altri,
a meno che non compromettano la tua sicurezza e fino a quando sentirai la mia
voce ordinarti di risvegliarti. Solo allora tornerai a essere l’individuo che
sei sempre stato. Mi hai inteso, Mark?»
Il
ragazzo riaprì gli occhi, senza peraltro rendersi conto di dove era e cosa ci
fosse intorno a lui. Chrisell agitò una mano davanti al suo volto e constatò
che il suo sguardo rimaneva fisso. Allora la silfide annuì, poi d’istinto
accostò il suo viso a quello del giovane e con le labbra pose un bacio
lievissimo sulla sua bocca socchiusa.
Certa
dell’incoscienza di lui, Chrisell si lasciò andare in una risata argentina e
maliziosa, quindi la sua immagine sfumò lentamente.
«Che le
stelle illuminino la tua strada, Mark!»