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La colomba della pace

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sabato 26 febbraio 2022

La leggenda del toro rosso di Torino

 

Perché Torino si chiama così e perché ha per simbolo un toro rosso?

La leggenda narra che nei boschi, che circondavano il capoluogo piemontese nell'antichità, dimorava un drago terrificante, che seminava morte e distruzione terrorizzando gli abitanti.

Lo sgomento e la paura dilagavano, ma non per questo i torinesi persero la volontà di difendere le loro case e i loro cari.

Purtroppo, ogni loro tentativo di contrastare le fulminee e disastrose sortite del drago fallì miseramente. Nonostante la supremazia numerica degli esseri umani, le forze erano da considerarsi impari, sia per la mole del drago che per la potenza eruttiva delle sue fauci.  La creatura alata era enorme e in grado di emettere vampate di fuoco distruttive anche quando era in volo.

Considerata l’inutilità della loro strenua difesa, i cittadini decisero di inviare in loro difesa un colossale toro dall'indole selvaggia e dal manto rosso e in quell'animale riposero ogni loro speranza di salvezza. Per renderlo ancora più forte e determinato ricorsero a uno stratagemma inducendolo a bere un miscuglio di vino rosso e acqua.

Come previsto il toro divenne ancora più furioso e battagliero e quando lo condussero nel bosco e si ritrovò davanti al drago, senza mostrare nessun tipo di soggezione, vi si scagliò contro deciso a combattere.

Lo scontro tra le due mastodontiche creature fu feroce e avvenne sotto gli occhi spaventati e nel contempo speranzosi degli abitanti.

Dopo una serie infinita e cruenta di colpi, il toro riuscì a ferire il drago con le sue corna imponenti provocandone la rovinosa caduta quindi, prima che il rivale avesse modo di muoversi, sferrò il suo attacco mortale ferendolo nei punti vitali e uccidendolo.

Il popolo acclamò il suo salvatore e decise di inserirne la figura nell'emblema della città, in segno di profonda gratitudine.

Per i torinesi il Toro Rosso divenne una divinità tanto ammirata che pensarono persino di dedicare il nome della loro città  al salvatore dell’intera comunità.

                                             

                         

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martedì 22 febbraio 2022

La lupa mannara di Posillipo

 



Tra le tante leggende campane vi è anche quella di Iolanda Pascucci, una giovane donna che nasce a Roma nel 1921 e a soli dodici anni viene colpita da un male misterioso.

Iolanda trascorre la sua prima infanzia in modo abbastanza sereno e fino alla fatidica notte del plenilunio in cui si manifestano i primi sintomi del Mal di Luna.

In quell’occasione il corpo della ragazzina è pervaso da un tremore incontrollabile, la sua bocca inizia a emettere degli strani e profondi versi di gola, che ricordano molto quelli di un lupo. Iolanda non riesce a controllarsi e quei versi, che quasi certamente erano lamenti di dolore, si trasformano presto in forti ululati. Durante quella terrificante crisi la ragazzina avverte il fuoco ardere nelle sue vene e viene assalita da un bisogno urgente di acqua da bere e per spegnare l’incendio che sembra essere divampato in ogni fibra del suo corpo.

Superata la crisi, sfinita e terrorizzata, Iolanda, credendo di essere vittima di una maledizione, tenta di tenere segreto il suo dramma, ma i genitori lo scoprono ben presto e cercano, a loro volta, di nascondere agli altri quello che ritengono fosse una vergogna.

Il tempo passa e Iolanda, ormai cresciuta, si sposa e mette al mondo due figli. In quel periodo e, soprattutto con la seconda maternità, il male sembra superato e la giovane donna affronta la sua vita di moglie e di madre con grinta e serenità. Ma si tratta soltanto di una tregua. Difatti, i malesseri si ripresentano e la situazione le sfugge di mano. Nelle notti di plenilunio, con il timore e forse anche la consapevolezza di rappresentare un pericolo per il marito e per i figli, Iolanda si sente in dovere di allontanarsi dall’abitazione, per subire in perfetta solitudine le sue crisi.

Quando il marito ne scopre il segreto tenta di aiutarla, sottoponendola a delle cure mediche ma, purtroppo, nessun rimedio farmacologico riesce a mitigare quel male oscuro e alla fine, Iolanda decide di abbandonare per sempre la sua famiglia.

La sua fuga la porterà nel capoluogo campano e più precisamente a Posillipo, perché la donna spera che l’aria di mare le offra un po’ di giovamento e l’aiuti a risolvere il suo problema.

Ma c’è anche un altro motivo che ha spinto Iolanda fino a Napoli ed è la narrazione che farebbe il popolo alle misteriose guarigioni che avvengono in città. I napoletani raccontano di Virgilio Mago, il famoso e antico poeta eletto, dopo la sua morte, a protettore della città. Virgilio sarebbe l’artefice di antichi talismani che proteggerebbero Napoli da alcune calamità e che recherebbero sollievo e soluzione a parecchie malattie.  Iolanda è ormai convinta che non le rimanga altro che affidarsi alle pratiche della magia benevola.

Purtroppo, durante un plenilunio, la giovane donna è soggetta a una crisi violenta   e viene scoperta e bloccata dalla polizia locale, che la costringe a un ricovero presso l’ospedale degli Incurabili.

Le cronache di quei giorni raccontano di una creatura fuori di sé e indemoniata, che sbraita e ulula come un lupo famelico.

Il giorno dopo, però, quando i medici si recano a visitarla, la paziente è misteriosamente scomparsa nel nulla e nessuno sa darne una spiegazione.

Da quel giorno, nel capoluogo campano, si diffonde la voce di una lupa mannara e sono in molti a giurare di averne sentito gli ululati.

La storia di Iolanda Pascucci e della lupa mannara di Posillipo diventa una delle innumerevoli e misteriose leggende metropolitane.

                                       

                        


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giovedì 17 febbraio 2022

La leggenda della Pantafica

     


     

Questa leggenda è originaria dell'Abruzzo, ma ricorda molto quella dello Mazapègul, lo spiritello dispettoso di cui ho narrato in precedenza. Infatti, descrive anch’essa una mitica creatura che disturba il sonno dei dormienti posandosi sul loro petto e impedendogli di respirare e di muoversi. Il malcapitato di turno, nel caso specifico quasi sempre un uomo, si sveglierà di soprassalto col respiro mozzo e il suo sguardo smarrito e terrorizzato si troverà a fissare due pozzi di bracci ardenti.

Quelle braci sono gli occhi della Pantafica, o Pantafeche, spesso descritta come una strega o come lo spettro di una donna che si aggira nel cuore della notte sul luogo della sua morte e, che se trova il modo, si intrufola nelle case e assedia il sonno dello sventurato di turno. 

La Pantafica, oltre ad avere gli occhi iniettati di sangue, indossa una lunga e logora veste bianca ha i capelli candidi come la neve e il viso lungo e appuntito.

Capita a molte persone, di sovente, di svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte con il respiro mozzo e con la raggelante sensazione di paralisi completa. Per la scienza  si tratta di apnee notturne e sarebbero più a rischio gli uomini ma, in Abruzzo, si pensa più a una spiegazione soprannaturale: la causa della paralisi del sonno sarebbe sempre la Pantafica.

Siccome l'incubo è vissuto come un trauma dal protagonista, la tradizione popolare ha escogitato alcuni rimedi per tenere lontana la spettrale creatura. La soluzione più semplice sarebbe quella di evitare di dormire supini, in modo da impedire che la creatura si possa accovacciare sul petto del dormiente, ma la sua efficacia sarebbe limitata fino al momento in cui il soggetto cambia posizione.

Il rimedio più consigliato, invece, sarebbe quello di lasciare sul comodino una fiaschetta di vino. Pare che la molesta visitatrice notturna ne sia ghiotta e in questo modo passerebbe la maggior parte del tempo a sbronzarsi.

Altri rimedi sono quelli di lasciare ai piedi del letto sacchetti colmi di legumi o di sabbia oppure una scopa di saggina. Si narra infatti che, proprio come le streghe, la Pantafica abbia la mania di contare le piccole cose e, con l’ingegnoso stratagemma, rimarrebbe impegnata tutta la notte dimenticandosi di torturare il dormiente.

Un ultimo e importante suggerimento è quello di evitare di lasciare oggetti appuntiti piantati nel legno perché lo spettro si innervosirebbe a tal punto da rivalersi sullo sventurato.


                       


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venerdì 11 febbraio 2022

La leggenda del Mazapégul

 



La leggenda di questa mitica creatura nasce in Emilia-Romagna e parla dell’esistenza di una famiglia di folletti della notte, che si aggira nelle pinete e nei boschi di questa regione.

Il nome del folletto è Mazapégul e si tratterebbe di uno spiritello molto piccolo e dispettoso, che cambia nome secondo la zona e secondo la tribù.  Difatti, è anche conosciuto come Mazapedar, Mazapigur e Calcarel. Il folletto, oltre a essere una creatura minuscola sembrerebbe un mix tra un gatto e uno scimmiotto, con il corpo ricoperto di pelo grigio e con l’unica e originale caratteristica di un buffo cappello sul capo.



Il Mazapégul sarebbe simbolo di sensualità e di passione erotica. Nei racconti popolari lo spiritello si aggirerebbe di notte nelle case abitate da giovani donne, e si trasformerebbe col proposito di conquistarle, assumendo le sembianze di un giovane uomo ardente e appassionato. Qualora la donna ne accettasse le attenzioni, il Mazapégul darebbe sfogo alla passione e al termine, dimostrerebbe la sua gratitudine all’amante con piccoli favori e rassettandole la casa.

Al contrario, se venisse respinto, arriverebbe a vendicarsi strattonandola, mordendo e graffiando e nascondendole gli oggetti più cari.


Lo spiritello è anche conosciuto come Incubus e descritto come “Maestro degli incubi”, difatti, si divertirebbe a entrare nei sonni dei dormienti e, posandosi sul torace del malcapitato di turno, ne renderebbe il respiro affannoso e provocandogli visioni terrificanti.

La leggenda narra che per fermare le malefatte dello spiritello occorre cercare di afferrarne il cappello che, un po' come per i capelli di Sansone, si dice sia la sede di tutti i suoi poteri. Di conseguenza, privandolo del copricapo e gettandolo lontano il Mazapégul perderebbe tutti i suoi poteri e, sconfitto, svanirebbe nel nulla.

                                 



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sabato 11 dicembre 2021

La leggenda dei Krampus

 



 

Il termine Krampus deriva dal bavarese Krampn e significa morto, putrefatto. Il termine deriva anche dal tedesco Kramp che significa artiglio.

Pare che questa leggenda risalga al periodo precristiano e nella zona definita austro-ungarica.

I Krampus sono figure demoniache dai tratti mostruosi, che si aggirano per le vie dei villaggi alla ricerca di ragazzi da punire.  Indossano vesti lacere e lorde ricoperte di pelo e di piume di animali e i loro volti sono nascosti da maschere orripilanti. Durante il solstizio d’inverno, quando le tenebre hanno la meglio sulla luce, si aggirano per vie immerse nel silenzio e nell’oscurità diffondendo nell’aria il rumore inquietante di cupi campanacci, fruste sibilanti e cigolii di catene.



La tradizione vuole che le maschere siano esclusivamente maschili ma esisterebbe anche una versione femminile detta “Krampa”.

La leggenda narra che nei periodi di carestia i giovani montanari si travestissero di pelli e corna di animali e sotto la copertura delle maschere si aggirassero per le strade terrorizzando gli abitanti e derubandoli di tutto ciò che di commestibile avevano immagazzinato per l’inverno.

Dopo un paio di scorrerie, però, i giovani si accorsero che tra loro,  si era infiltrato un demone vero, riconoscibile per le zampe e gli zoccoli caprini, e si rivolsero al vescovo Nicola protettore dei bambini, per esorcizzarlo. Il sant’uomo affrontò con coraggio e perizia il demone e lo sconfisse, riducendolo in schiavitù e riportando la pace nelle case del villaggio.


Nacque allora la tradizione per i giovani di sfilare in parata la vigilia di San Nicola, non più per depredare gli anziani contadini ma per punire i ragazzini più ribelli.

Il corteo, che è volutamente molto rumoroso e si svolge ancora oggi in certe zone dell’Europa e del nord Italia, inizia con il vescovo Nicola che sfila su un carro circondato dalle maschere dei Krampus. Il religioso si sofferma a interrogare i più giovani tra gli spettatori e dispensa dolcetti ai più buoni redarguendo con severità quelli più ribelli.

Il compito del vescovo è anche quello di tenere quieti gli iracondi demoni che, altrimenti, frustrati dalla lunga inattività e bersagliati da ingiurie e provocazioni da parte degli abitanti tenderebbero ad aggredire piccoli, grandi e persino anziani elargendo a destra e a manca energiche vergate o colpi di frusta.

Appena il sole tramonta San Nicola si ritira dal corteo e i demoni rimangono liberi di scorrazzare per le vie del paese inseguendo e terrorizzando i paesani più restii a tornare a casa.

In qualunque paese si svolga la parata vige per tutti un’unica regola: Mai cercare di strappare la maschera a un Krampus perché questo porterebbe disonore alla mostruosa creatura, ma il malsano gesto potrebbe anche riservare una cattiva sorpresa e l’incauto curiosone potrebbe  scoprire di trovarsi davvero davanti a un demone! 

           



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martedì 12 ottobre 2021

La leggenda di Pizzomunno e Cristalda

 

Il Pizzomunno è un imponente monolite alto venticinque metri situato sulla spiaggia detta “del Castello” o del Pizzomunno. Per la sua imponenza sembra ergersi a guardia di Vieste ed è diventata il simbolo stesso della cittadina garganica.

Da suggestivo monolite è nata la seguente leggenda.

Tanto tempo fa Vieste non era altro che un piccolo villaggio formato da poche capanne abitate soltanto da famiglie di pescatori. Tra di loro vi era anche Pizzomunno, un giovane alto e aitante. Nel villaggio abitava anche la bella Cristalda e due giovani finirono, inevitabilmente, a innamorarsi.

Il giovane pescatore usciva ogni giorno in mare con la sua barca e per la sua avvenenza attirò presto l'attenzione di alcune sirene. Le mitiche creature sfoderarono tutto il loro fascino e cercarono di incantare il giovane con lusinghe e con il loro canto ammaliante.



Arrivarono persino a promettergli l'immortalità e gli offrirono di diventare il loro sovrano purché rimanesse tra loro e diventasse il loro amante.

Ma Pizzomunno, essendo perdutamente innamorato della bella Cristalda, resistette a ogni lusinga e a ogni moina e rifiutò le offerte delle sirene.

Folli di rabbia e di gelosia le creature marine decisero di vendicarsi e una notte aggredirono la bella Cristalda incatenandola e trascinandola con loro negli abissi.

Pizzomunno seguì le urla della bella innamorata tentando di strapparla alle sue rapitrici ma inutilmente. I pescatori del villaggio lo ritrovarono il giorno dopo pietrificato dal dolore nel candido scoglio che porta ancora il suo nome.

La leggenda narra che ogni cento anni la bella Cristalda rie- merga dagli abissi per ricongiungersi con il suo bel pescatore e trascorrere con lui un'intera notte d'amore.


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domenica 3 ottobre 2021

La leggenda della Torre del Diavolo

 



Negli Stati Uniti e più precisamente nel Wyoming, si trova un'alta formazione rocciosa che sembra un gigantesco tronco d'albero pietrificato.

Si tratta della Torre del diavolo, ed è una formazione geologica molto antica, formata da centinaia di pilastri di basalto, che per gli esperti rimane tuttora un mistero. Alcuni geologi ipotizzano che la roccia non sia emersa dal terreno come le comuni montagne e che molto più probabilmente si sia formata in seguito a una violenta esplosione vulcanica.

Quello che rende la Torre così particolare è la sua superficie quasi completamente piatta e gli innumerevoli solchi verticali che corrono lungo tutta la circonferenza, talmente profondi e regolari che i nativi, gli indiani Lakota, narravano fossero stati provocati da giganteschi orsi.





Gli indiani Lakota, Cheyenne e Kiowa considerano la Torre un picco sacro, di conseguenza, sacrilego il turismo che vi ruota intorno e la scalata per raggiungerne la vetta.

Un'antica leggenda indiana narra di sette bambine che giocavano nei pressi della roccia raccogliendo fiori e che alcuni orsi si avvicinarono per divorarle.

Le ragazzine trovarono rifugio su quella roccia piatta e urlarono terrorizzate “Roccia, abbi pietà di noi, salvaci! “

Sembra che il Grande Spirito udì le accorate preghiere e impietosito fece innalzare la roccia verso il cielo. Gli orsi cercarono di seguire le loro prede piantando gli artigli lungo tutta la circonferenza della Torre e lasciando solchi tanto profondi da essere evidenti ancora oggi. Ma il dio degli indiani impedì loro di raggiungere le fuggitive spingendo la roccia ancora più in alto e trasformando le ragazzine in stelle.

Pare che fu in questo modo che si formò la costellazione delle Pleiadi detta anche “Le sette sorelle “.

Nel 1977 la Torre del Diavolo colpì l'immaginazione del regista Steven Spielberg che la volle come location per l'ultima scena del film “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.

                                                    

                   

Leggenda rielaborata dall'autrice del blog