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La colomba della pace
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lunedì 13 luglio 2020
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venerdì 10 luglio 2020
La leggenda del vaso di Pandora
mercoledì 8 luglio 2020
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lunedì 6 luglio 2020
La leggenda di Orfeo ed Euridice
In una leggenda Orfeo viene descritto come
un poeta e un musicista cantore, le cui doti erano da considerarsi
sovrannaturali. Si narra che con la lira e con il canto riuscisse a superare la
potenza ammaliante delle sirene, riuscisse a condizionare il comportamento di
uomini e animali e addirittura riuscisse a placare la collera dei morti.
La leggenda di Orfeo è conosciuta
soprattutto per la tragica storia d'amore condivisa con la driade Euridice, la
ninfa delle querce, che tra l'altro era sua moglie.
La tragedia dei due innamorati iniziò il giorno in cui Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo, che si era invaghito alla follia della giovane driade, pur avendo ricevuto dalla ninfa vari rifiuti e determinato a conquistarla, iniziò a tormentarla con una corte spietata. Lei, per sfuggire alle ossessionanti attenzioni finì per calpestare un serpente, che reagì con un morso letale.
Lacerato per la
perdita dell'amata, Orfeo decise di recarsi negli inferi per tentare di
riportare in vita la sua sposa.
Una volta
raggiunto lo Stige, il poeta venne fermato da Caronte, il traghettatore
infernale e, lui, per convincerlo a farlo passare, prese il magico strumento e
intonò una melodia che lo ammaliò.
Sempre con la
musica e il canto, Orfeo riuscì a sedurre anche Cerbero, il mostruoso guardiano
dell'Ade.
Superati i primi
due ostacoli il poeta cantore si trovò davanti la prigione di Issione, re dei
Lapiti, punito da Zeus per aver tentato di usare violenza alla divina Era. Il
condannato era legato a una ruota in perenne movimento.
Impietosito
dalle sue accorate preghiere, Orfeo suonò la sua lira e la ruota smise di
girare. Ma si trattava di un effetto momentaneo poiché appena la melodia
cessava la ruota riprendeva a girare.
Conscio
dell’inutilità del suo intervento il musico, seppure a malincuore, riprese il
cammino trovando davanti a sé la prigione di Tantalo, il feroce semidio, che
aveva ucciso il proprio figlio per offrirne la carne agli dei e che aveva poi
rubato l'ambrosia, il nettare divino, per donarla agli uomini.
Tantalo fu così
punito dal signore dell'Olimpo al terribile supplizio della fame e della sete.
Il condannato avrebbe avuto a sua disposizione sia l'acqua per dissetarsi che
il cibo per nutrirsi ma, essendo legato non avrebbe mai potuto alimentarsi e
dissetarsi. Orfeo tentò di aiutarlo con la sua musica e con il canto, ma
inutilmente perché il tormento del condannato era destinato a durare in eterno.
Dopo aver
disceso mille gradini, il poeta si ritrovò nella sala del trono e finalmente
incontrò Ade, il signore degli Inferi e sua moglie Persefone. Mentre il sovrano
dormiva profondamente, la regina lo fissò a lungo senza proferire parola.
Il poeta
distolse il suo sguardo e non indugiò oltre. Prese la lira e intonò
un dolce canto, con l’intenzione di indurre Persefone a rammentarsi della sua
vita, prima che lei venisse rapita da Ade e costretta a sposarlo.
La voce
melodiosa del cantore sortì l’effetto voluto, facendo riaffiorare ricordi della
gioventù di Persefone e di un suo amore perduto, accomunando la sofferenza che
ne derivò nel suo animo, con lo straziante dolore provocato a lui stesso dalla
morte della dolce Euridice.
Infine, per
tentare di convincere la regina dell'Ade a riportare in vita la sua amata,
Orfeo le promise persino il ritorno di entrambi negli inferi al momento della
loro morte.
La dea, commossa
da tanta devozione si convinse. Approfittando del sonno del marito concesse a
Euridice di tornare in vita e ai due sposi di lasciare gli inferi ma, solo a
una condizione: Orfeo avrebbe dovuto abbandonare quel luogo di pena portando
con sé la sua sposa, ma senza mai girarsi a guardarla fino all'uscita.
Il poeta accettò e s’incamminò. Per evitare di guardarla, la guidò mano nella mano e sempre badando bene di averla alle spalle ma, una volta arrivati alla soglia dell'Ade, convinto di essere ormai fuori, non seppe resistere alla tentazione di ammirare il volto dell'amata. Persefone, purtroppo, si trovava ancora all'interno e, nel momento stesso in cui lui si volse, vide la figura della giovane moglie svanire e tornare in eterno nell'oscurità.
Straziato dal
rinnovato dolore e consapevole che non l’avrebbe mai più rivista, Orfeo pianse
per sette lunghi mesi suonando la sua lira.
Del finale di
questa drammatica leggenda esistono diverse versioni. Secondo Virgilio, il
poeta venne dilaniato dalle Ciconi, in collera per la troppa devozione del
poeta alla sua defunta moglie, secondo Ovidio, invece, venne dilaniato dalle
Menadi perché pare che Orfeo avesse sviluppato una passione per gli uomini.
In tutti i casi,
si narra che la testa del poeta avesse continuato a cantare le sue melodie,
benché fosse stata separata dal corpo e gettata nel fiume Ebro.
domenica 5 luglio 2020
La leggenda di Dafne
venerdì 3 luglio 2020
La leggenda dell'Araba Fenice
mercoledì 1 luglio 2020
La leggenda di Narciso
Sul mito di
Narciso hanno favoleggiato molti antichi autori ma, la leggenda più famosa e
forse più suggestiva è quella scritta dal poeta romano Plubio Ovidio Nasone,
conosciuto semplicemente come Ovidio.
Il racconto
che, probabilmente, è ispirato alla versione ellenica di Partenio, il poeta lo
arricchisce di particolari per aumentare il fascino e la magia della trama.
Ovidio narra che Narciso, giunto al sedicesimo anno di età, era già un giovane di un'avvenenza tale da affascinare chiunque lo avesse incontrato, rimanendone ammaliato e innamorandosene, a prescindere dal sesso e dall'età.
Ma
Narciso, del tutto indifferente nei riguardi del prossimo, pare respingesse ogni
proposta amorosa.
Un
giorno, mentre era a caccia di cervi, il giovane udì una voce dalla tonalità
argentina, che si esprimeva in modo limitato con molti gorgoglii musicali e
risate.
Quella voce apparteneva alla ninfa Eco che, appena lo vide, rimase ammaliata dal suo fascino. Desiderosa di comunicare con lui ma, del tutto incapace, Eco iniziò a seguire il giovane di nascosto. La leggenda prosegue narrando che la giovane ninfa era stata privata della possibilità di parlare dalla dea Era, per punirla di averla intrattenuta con discorsi fatui mentre Zeus la tradiva con altre ninfe.
Del
tutto ignorata da Narciso, la speranza di Eco di poterlo sedurre,
andò ben presto in fumo e la ninfa dovete arrendersi di fronte alla glacialità
che il giovane le dimostrava.
Delusa
e affranta, Eco si isolò dal resto del mondo lamentandosi e
piangendo fino a consumarsi e fino a che di lei rimase soltanto l'eco della sua
voce nell'aria.
Ma Nemesi, la dea distributrice di giustizia, raccolse i suoi accorati lamenti e commossa e impietosita decise di punire lo sprezzante giovane.
Mentre
passeggiava nel bosco Narciso si imbatté in una polla di acqua cristallina e vi
si accostò per dissetarsi.
L'acqua
gli rifletté l'immagine di un bellissimo giovane che lo fissava a sua volta.
Non essendosi mai specchiato, Narciso non si riconobbe in quell'avvenente figura
e se ne innamorò follemente.
Sarà
soltanto dopo un po' di tempo che si renderà conto della realtà e consapevole
che il suo fosse un amore folle e impossibile si lasciò morire di stenti.
Quando
le ninfe ne prelevarono il corpo per porlo sulla pira funeraria, tra l'erba trovarono un fiore sconosciuto, a cui venne dato lo stesso nome del giovane vanesio.
La
leggenda si conclude con Narciso mentre attraversava lo Stige, il fiume dei
morti. Il giovane si affacciò nelle acque scure, con la speranza di rivedere
ancora una volta il volto e la figura di cui si era tanto innamorato.
immagini Pinterest
































