Fantasia
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La colomba della pace
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martedì 10 gennaio 2023
venerdì 4 marzo 2022
La leggenda di Virgilio, il mago benefico
Se per l’antica Roma il più grande poeta era
Omero, per gli uomini medievali era Virgilio il più grande tra i Sommi, conosciuto
soprattutto per l’Eneide, le Bucoliche e le Georgiche.
“Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Parthenope; cecini pascua, rura, deces. “
“Mantova mi ha generato, il Salento mi ha rapito la vita, ora Napoli conserva i miei resti; ho cantato pascoli, campi, eroi.”
È questo l’epitaffio che ricorda l’antico poeta, autore dell’Eneide, sul suo monumento funebre situato a Piedigrotta, in provoncia di Napoli.
Ed è risaputo che il Sommo poeta Dante Alighieri lo elesse come suo Vate e nella stesura del suo capolavoro “La Divina Commedia” lo volle porre come guida nel suo onirico e fantasioso viaggio per l’Inferno e il Purgatorio, mentre venne poi sostituito da Beatrice nel libro dedicato al Paradiso.
Ma, forse, non tutti sanno che nel capoluogo campano, Virgilio era anche conosciuto come il Mago benefico per via delle sue conoscenze e pratiche esoteriche.
A
Virgilio, considerato eroe e protettore di Napoli, vennero attribuiti parecchi
manufatti dalle proprietà magiche ideati dal poeta per difendere la città, che
lo aveva amabilmente accolto e adottato, dalle calamità e per proteggere i suoi
cittadini da ogni infausto evento.
Una
leggenda racconta che Virgilio, quando furono poste le prime fondamenta del
Castel dell’Ovo, ordinò che si inserisse all’interno dei mattoni una bottiglia
di cristallo dal collo lunghissimo contenente un uovo e che aveva le funzioni
di un Palladio. Il poeta profetizzò che in caso di rottura del guscio le mura
stesse del monumentale edificio sarebbero crollate e sarebbe seguita la
distruzione dell’intera città.
Quando
però Napoli venne occupata dagli Imperiali si addusse l’invasione a un’incrinatura
del cristallo.
In un’altra
narrazione pare che Virgilio avesse ideato una mosca di bronzo, che venne posta
su uno dei portali fortificati della città e che sembra avesse il potere di
tenere lontana la miriade di insetti molesti e portatori di malattie che
ossessionavano a quei tempi gli abitanti. Si narra inoltre di un cavallo di bronzo
che manteneva in salute gli equini, a quei tempi unico mezzo per potersi spostare da un luogo a un altro. Le cronache narrano anche di un ennesimo prodigio effettuato dal mago che liberò Napoli dalle molte serpi che la infestavano relegandole sotto una porta denominata Ferrea.
Infine, per preservare la città dalla minaccia incombente del Vesuvio, il poeta fece porre un arciere di bronzo con il dardo incoccato in direzione del vulcano ma accadde che un contadino e, si ignora ancora oggi come fosse possibile, fece scoccare la freccia provocando il risveglio del vulcano.
Ma se per Napoli era diventato una specie di idolo, quando le voci del potere del poeta
arrivarono a Roma, le leggende si espansero anche nell’Urbe. Una su tutte fu
proprio quella nota nel Medioevo come “Salvatio Romae”. Si narra che Virgilio
fece costruire un palazzo, all’interno del quale pose delle statue dotate di un
campanello, dedicate alle numerose province
soggette all’Impero. Al minimo segnale di ribellione e sommossa, la statua allertava
con uno scampanellio una copia dell’arciere bronzeo di Napoli che scoccava il
dardo nella direzione segnalata allertando a sua volta l’esercito.
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sabato 26 febbraio 2022
La leggenda del toro rosso di Torino
Perché Torino si chiama così e perché ha per
simbolo un toro rosso?
La leggenda narra che nei boschi, che circondavano
il capoluogo piemontese nell'antichità, dimorava un drago terrificante, che
seminava morte e distruzione terrorizzando gli abitanti.
Lo sgomento e la paura dilagavano, ma non per questo i torinesi persero la volontà di difendere le loro case e i loro cari.
Purtroppo, ogni loro tentativo di contrastare
le fulminee e disastrose sortite del drago fallì miseramente. Nonostante la
supremazia numerica degli esseri umani, le forze erano da considerarsi impari,
sia per la mole del drago che per la potenza eruttiva delle sue fauci. La creatura alata era enorme e in grado di
emettere vampate di fuoco distruttive anche quando era in volo.
Considerata l’inutilità della loro strenua
difesa, i cittadini decisero di inviare in loro difesa un colossale toro dall'indole
selvaggia e dal manto rosso e in quell'animale riposero ogni loro speranza di
salvezza. Per renderlo ancora più forte e determinato ricorsero a uno
stratagemma inducendolo a bere un miscuglio di vino rosso e acqua.
Come previsto il toro divenne ancora più
furioso e battagliero e quando lo condussero nel bosco e si ritrovò davanti al
drago, senza mostrare nessun
tipo di soggezione, vi si scagliò contro deciso a combattere.
Lo scontro tra le due mastodontiche creature fu
feroce e avvenne sotto gli occhi spaventati e nel contempo speranzosi degli abitanti.
Dopo una serie infinita e cruenta di colpi, il toro
riuscì a ferire il drago con le sue corna imponenti provocandone la rovinosa
caduta quindi, prima che il rivale avesse modo di muoversi, sferrò il suo
attacco mortale ferendolo nei punti vitali e uccidendolo.
Il popolo acclamò il suo salvatore e decise di
inserirne la figura nell'emblema della città, in segno di profonda gratitudine.
Per i torinesi il Toro Rosso divenne una
divinità tanto ammirata che pensarono persino di dedicare il nome della loro
città al salvatore dell’intera comunità.
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martedì 22 febbraio 2022
La lupa mannara di Posillipo
Tra le tante leggende campane
vi è anche quella di Iolanda Pascucci, una giovane donna che nasce a Roma nel
1921 e a soli dodici anni viene colpita da un male misterioso.
Iolanda trascorre la sua prima
infanzia in modo abbastanza sereno e fino alla fatidica notte del plenilunio in
cui si manifestano i primi sintomi del Mal di Luna.
In quell’occasione il corpo
della ragazzina è pervaso da un tremore incontrollabile, la sua bocca inizia a
emettere degli strani e profondi versi di gola, che ricordano molto quelli di
un lupo. Iolanda non riesce a controllarsi e quei versi, che quasi certamente
erano lamenti di dolore, si trasformano presto in forti ululati. Durante quella
terrificante crisi la ragazzina avverte il fuoco ardere nelle sue vene e viene
assalita da un bisogno urgente di acqua da bere e per spegnare l’incendio che sembra
essere divampato in ogni fibra del suo corpo.
Superata la crisi, sfinita e
terrorizzata, Iolanda, credendo di essere vittima di una maledizione, tenta di
tenere segreto il suo dramma, ma i genitori lo scoprono ben presto e cercano, a
loro volta, di nascondere agli altri quello che ritengono fosse una vergogna.
Il tempo passa e Iolanda,
ormai cresciuta, si sposa e mette al mondo due figli. In quel periodo e, soprattutto
con la seconda maternità, il male sembra superato e la giovane donna affronta
la sua vita di moglie e di madre con grinta e serenità. Ma si tratta soltanto di
una tregua. Difatti, i malesseri si ripresentano e la situazione le sfugge di
mano. Nelle notti di plenilunio, con il timore e forse anche la consapevolezza
di rappresentare un pericolo per il marito e per i figli, Iolanda si sente in
dovere di allontanarsi dall’abitazione, per subire in perfetta solitudine le
sue crisi.
Quando il marito ne scopre il
segreto tenta di aiutarla, sottoponendola a delle cure mediche ma, purtroppo,
nessun rimedio farmacologico riesce a mitigare quel male oscuro e alla fine,
Iolanda decide di abbandonare per sempre la sua famiglia.
La sua fuga la porterà nel
capoluogo campano e più precisamente a Posillipo, perché la donna spera che l’aria
di mare le offra un po’ di giovamento e l’aiuti a risolvere il suo problema.
Ma c’è anche un altro motivo
che ha spinto Iolanda fino a Napoli ed è la narrazione che farebbe il popolo
alle misteriose guarigioni che avvengono in città. I napoletani raccontano di
Virgilio Mago, il famoso e antico poeta eletto, dopo la sua morte, a protettore
della città. Virgilio sarebbe l’artefice di antichi talismani che proteggerebbero
Napoli da alcune calamità e che recherebbero sollievo e soluzione a parecchie
malattie. Iolanda è ormai convinta che
non le rimanga altro che affidarsi alle pratiche della magia benevola.
Purtroppo, durante un plenilunio,
la giovane donna è soggetta a una crisi violenta e viene
scoperta e bloccata dalla polizia locale, che la costringe a un ricovero presso
l’ospedale degli Incurabili.
Le cronache di quei giorni
raccontano di una creatura fuori di sé e indemoniata, che sbraita e ulula come
un lupo famelico.
Il giorno dopo, però, quando i
medici si recano a visitarla, la paziente è misteriosamente scomparsa nel nulla
e nessuno sa darne una spiegazione.
Da quel giorno, nel capoluogo
campano, si diffonde la voce di una lupa mannara e sono in molti a giurare di
averne sentito gli ululati.
La storia di Iolanda Pascucci
e della lupa mannara di Posillipo diventa una delle innumerevoli e misteriose leggende
metropolitane.
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giovedì 17 febbraio 2022
La leggenda della Pantafica
Questa leggenda è originaria dell'Abruzzo,
ma ricorda molto quella dello Mazapègul, lo spiritello dispettoso di cui ho
narrato in precedenza. Infatti, descrive anch’essa una mitica creatura che
disturba il sonno dei dormienti posandosi sul loro petto e impedendogli di
respirare e di muoversi. Il malcapitato di turno, nel caso specifico quasi sempre
un uomo, si sveglierà di soprassalto col respiro mozzo e il suo sguardo smarrito
e terrorizzato si troverà a fissare due pozzi di bracci ardenti.
Quelle braci sono gli occhi della Pantafica, o Pantafeche, spesso descritta come una strega o come lo spettro di una donna che si aggira nel
cuore della notte sul luogo della sua morte e, che se trova il modo, si intrufola nelle case e assedia il sonno dello sventurato di turno.
La Pantafica, oltre ad avere gli occhi
iniettati di sangue, indossa una lunga e logora veste bianca ha i capelli
candidi come la neve e il viso lungo e appuntito.
Capita a molte persone, di sovente, di svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte con il respiro mozzo e con la raggelante sensazione di paralisi completa. Per la scienza si tratta di apnee notturne e sarebbero più a rischio gli uomini ma, in Abruzzo, si pensa più a una spiegazione soprannaturale: la causa della paralisi del sonno sarebbe sempre la Pantafica.
Siccome l'incubo è vissuto come un
trauma dal protagonista, la tradizione popolare ha escogitato alcuni rimedi per
tenere lontana la spettrale creatura. La soluzione più semplice sarebbe quella
di evitare di dormire supini, in modo da impedire che la creatura si possa
accovacciare sul petto del dormiente, ma la sua efficacia sarebbe limitata fino
al momento in cui il soggetto cambia posizione.
Il rimedio più consigliato, invece,
sarebbe quello di lasciare sul comodino una fiaschetta di vino. Pare che la molesta
visitatrice notturna ne sia ghiotta e in questo modo passerebbe la maggior parte
del tempo a sbronzarsi.
Altri rimedi sono quelli di lasciare ai
piedi del letto sacchetti colmi di legumi o di sabbia oppure una scopa di
saggina. Si narra infatti che, proprio come le streghe, la Pantafica abbia la mania di
contare le piccole cose e, con l’ingegnoso stratagemma, rimarrebbe impegnata
tutta la notte dimenticandosi di torturare il dormiente.
Un ultimo e importante suggerimento è
quello di evitare di lasciare oggetti appuntiti piantati nel legno perché lo
spettro si innervosirebbe a tal punto da rivalersi sullo sventurato.
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venerdì 11 febbraio 2022
La leggenda del Mazapégul
La leggenda di questa mitica creatura
nasce in Emilia-Romagna e parla dell’esistenza di una famiglia di folletti
della notte, che si aggira nelle pinete e nei boschi di questa regione.
Il nome del folletto è Mazapégul e si
tratterebbe di uno spiritello molto piccolo e dispettoso, che cambia nome
secondo la zona e secondo la tribù. Difatti,
è anche conosciuto come Mazapedar, Mazapigur e Calcarel. Il folletto, oltre a
essere una creatura minuscola sembrerebbe un mix tra un gatto e uno scimmiotto,
con il corpo ricoperto di pelo grigio e con l’unica e originale caratteristica
di un buffo cappello sul capo.
Il Mazapégul sarebbe simbolo di
sensualità e di passione erotica. Nei racconti popolari lo spiritello si aggirerebbe
di notte nelle case abitate da giovani donne, e si trasformerebbe col proposito
di conquistarle, assumendo le sembianze di un giovane uomo ardente e
appassionato. Qualora la donna ne accettasse le attenzioni, il Mazapégul
darebbe sfogo alla passione e al termine, dimostrerebbe la sua gratitudine all’amante
con piccoli favori e rassettandole la casa.
Al contrario, se venisse respinto,
arriverebbe a vendicarsi strattonandola, mordendo e graffiando e nascondendole
gli oggetti più cari.
Lo spiritello è anche conosciuto come
Incubus e descritto come “Maestro degli incubi”, difatti, si divertirebbe a
entrare nei sonni dei dormienti e, posandosi sul torace del malcapitato di turno,
ne renderebbe il respiro affannoso e provocandogli visioni terrificanti.
La leggenda narra che per fermare le malefatte dello spiritello occorre cercare di afferrarne il cappello che, un po' come per i capelli di Sansone, si dice sia la sede di tutti i suoi poteri. Di conseguenza, privandolo del copricapo e gettandolo lontano il Mazapégul perderebbe tutti i suoi poteri e, sconfitto, svanirebbe nel nulla.
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sabato 11 dicembre 2021
La leggenda dei Krampus
Il termine Krampus deriva dal bavarese
Krampn e significa morto, putrefatto. Il termine deriva anche dal tedesco Kramp
che significa artiglio.
Pare che questa leggenda risalga al
periodo precristiano e nella zona definita austro-ungarica.
I Krampus sono figure demoniache dai
tratti mostruosi, che si aggirano per le vie dei villaggi alla ricerca di
ragazzi da punire. Indossano vesti
lacere e lorde ricoperte di pelo e di piume di animali e i loro volti sono
nascosti da maschere orripilanti. Durante il solstizio d’inverno, quando le
tenebre hanno la meglio sulla luce, si aggirano per vie immerse nel silenzio e
nell’oscurità diffondendo nell’aria il rumore inquietante di cupi campanacci,
fruste sibilanti e cigolii di catene.
La tradizione vuole che le maschere
siano esclusivamente maschili ma esisterebbe anche una versione femminile detta
“Krampa”.
La leggenda narra che nei periodi di carestia
i giovani montanari si travestissero di pelli e corna di animali e sotto la
copertura delle maschere si aggirassero per le strade terrorizzando gli
abitanti e derubandoli di tutto ciò che di commestibile avevano immagazzinato
per l’inverno.
Dopo un paio di scorrerie, però, i giovani si accorsero che tra loro, si era infiltrato un demone vero, riconoscibile per le zampe e gli zoccoli caprini, e si rivolsero al vescovo Nicola protettore dei bambini, per esorcizzarlo. Il sant’uomo affrontò con coraggio e perizia il demone e lo sconfisse, riducendolo in schiavitù e riportando la pace nelle case del villaggio.
Nacque allora la tradizione per i
giovani di sfilare in parata la vigilia di San Nicola, non più per depredare
gli anziani contadini ma per punire i ragazzini più ribelli.
Il corteo, che è volutamente molto rumoroso e si svolge ancora oggi in certe zone dell’Europa e del nord Italia, inizia con il vescovo Nicola che sfila su un carro circondato dalle maschere dei Krampus. Il religioso si sofferma a interrogare i più giovani tra gli spettatori e dispensa dolcetti ai più buoni redarguendo con severità quelli più ribelli.
Il compito del vescovo è anche quello di
tenere quieti gli iracondi demoni che, altrimenti, frustrati dalla lunga
inattività e bersagliati da ingiurie e provocazioni da parte degli abitanti tenderebbero ad aggredire piccoli, grandi e persino anziani
elargendo a destra e a manca energiche vergate o colpi di frusta.
Appena il sole tramonta San Nicola si
ritira dal corteo e i demoni rimangono liberi di scorrazzare per le vie del
paese inseguendo e terrorizzando i paesani più restii a tornare a casa.
In qualunque paese si svolga la parata vige per tutti un’unica regola: Mai cercare di strappare la maschera a un Krampus perché questo porterebbe disonore alla mostruosa creatura, ma il malsano gesto potrebbe anche riservare una cattiva sorpresa e l’incauto curiosone potrebbe scoprire di trovarsi davvero davanti a un demone!
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