Fantasia

Fantasia
La brama della scrittura arde come una fiamma in un cuor propenso. Vivì

La colomba della pace

La colomba della pace
Vola la colomba della pace di blog in blog e preghiamo perché si posi su tutto il pianeta.

Pages - Menu

Translate

sabato 24 ottobre 2020

La leggenda dei giorni della Merla

 

Mi sono sempre chiesta perché gli ultimi tre giorni del mese di gennaio venissero chiamati i “giorni della merla” e forse, ora che conosco questa leggenda, il mistero è svelato.

Forse! Non è certo, anche perché intorno ai giorni più rigidi dell'inverno di leggende ne sono fiorite molte ma, questa mi pare una delle più romantiche e ve la vorrei narrare.

A Rocca di Stradella, in provincia di Pavia, nel ‘500 viveva una nobile famiglia benestante, appartenente al casato dei Merli.

Tibaldo, uno dei figli più giovani, venne mandato a Pavia affinché proseguisse gli studi e, quando fece ritorno nel contado, conobbe una giovane bellezza, che si chiamava Merla.           

La ragazza era talmente avvenente, che in tutto il villaggio si diceva: “bella come la merla”.

A Tibaldo la giovane parve una dea e perse subito la testa e lei, contraccambiò con la stessa intensità il sentimento dell'innamorato.                  

Per qualche tempo vissero felici la loro relazione ma, un giorno scoprirono di essere cugini e il mondo rovinò loro addosso.

Tibaldo e Merla tentarono di tenere nascosto questo loro sentimento, ma vennero ben presto scoperti e la loro relazione suscitò grande scalpore nel contado.

Le famiglie di entrambi tentarono di soffocare lo scandalo e impedirono ai due di rivedersi, tenendoli separati.  I due giovani, presi dalla disperazione, pensarono che non vi fosse altra soluzione se non quella estrema di un romantico, duplice suicidio.

Per fortuna, la storia d'amore di questi novelli Giulietta e Romeo giunse fino all'arcivescovado di Pavia e finì per impietosire e attirare la benevolenza della chiesa.

Il vescovo decise di domandare la dispensa papale, che permettesse ai due innamorati di unirsi in matrimonio.

La Santa Sede acconsentì e le nozze vennero celebrate alla presenza di tutti gli abitanti del villaggio in pompa magna.                                     

I festeggiamenti durarono tre lunghi giorni. I tre rigidi giorni di fine gennaio.

Ma il destino di entrambi i giovani era scritto con lettere scarlatte e attendeva in agguato e, purtroppo, il grandioso evento terminò in un dramma.

I due sposi decisero di fare un breve viaggio di nozze e noleggiarono una carrozza ma, le strade, rese impraticabili per il fango e per il gelo, li costrinsero a tentare la  traversata sul Po, che in quel periodo era ghiacciato.

Sotto il peso di cavalli e carrozza il ghiaccio si incrinò e alla fine si ruppe, mettendo tragicamente fine alla storia dei due giovani innamorati, precipitati nelle acque gelide fiume.  

Termina così questa drammatica leggenda che colma il cuore e la mente del gelo tipico di questi tre, lunghissimi e malinconici giorni. 

                                                         

                     


Ricerca effettuata sul web

immagini Phoneky

mercoledì 21 ottobre 2020

La leggenda della Mano di Fatima

                                                                             

                                                                             



La Mano di Fatima o Mano di Miriam è conosciuta anche come mano di Hams o di Khamsa. Tradotti dall’arabo, questi due ultimi termini significano “cinque”.

Questo famoso talismano trova origini nell’antichità con i popoli dei Sumeri e dei Babilonesi.

Con il trascorrere del tempo ha acquisito un grande valore simbolico per la religione ebraica e quella mussulmana, fino a diventare oggetto di culto.                             

                       

In genere, l’amuleto viene cesellato in argento, la maggior parte delle volte smaltato e con un occhio centrale che rappresenta lo sguardo divino sul mondo. 

Oggigiorno, in Medio Oriente, l’icona che lo rappresenta è spesso utilizzata per indicare gli spazi riservati alle donne.

La mano di Fatima per l'islam popolare rappresenta più un talismano che tiene lontane le disgrazie. ed è considerato un valido riparo dal malocchio mentre, per le donne arabe, assume una valenza più significativa.

La mano di Miriam è per loro simbolo di femminilità, fertilità e pazienza. Tutta quella che dimostrano nei confronti degli uomini sin dalla più tenera età.


                            

Un'antica leggenda racconta di Fatima, giovanissima sposa moglie di Alì, innamoratissima del suo uomo e molto gelosa.

È risaputo come nella religione islamica all'uomo sia concesso di avere più mogli, ebbene , Fatima non sopportando l'arrivo in casa di una nuova concubina, rodendosi per la rabbia e il dolore, immerse inconsciamente la sua mano nella zuppa che bolliva sul fuoco.

Alì, accortosi del dramma, accorse in soccorso della moglie e ne ascoltò le lamentele ma, alla fine, decise ugualmente di trascorrere la notte insieme alla nuova amante.           

                                                   

Folle di gelosia, Fatima spiò l'alcova nascosta dietro a un paravento ma, alla prima effusione scambiata dagli amanti, una lacrima le scivolò dal viso bagnando la spalla del marito.

Solo allora Alì si rese conto dell'amore profondo che Fatima provava per lui e che li univa e decise di sceglierla come unica sposa.

La giovane donna divenne così famosa come simbolo di amore e di fedeltà. In seguito, la sua figura assunse un’aurea quasi divina e le vennero accreditati molti prodigi, come la pioggia caduta per incanto nel deserto e la capacità di fare sbocciare fiori mediante la preghiera.

                                                     

                         


Ricerca effettuata sul web

immagini Pinterest e Phoneky

lunedì 19 ottobre 2020

Il mistero delle linee di Nazca

 



Colibrì, pesci, scimmie e balene. E ancora condor, fiori, un ragno di quarantacinque metri e una lucertola gigantesca di centoottanta metri.

Sono queste alcune delle misteriose linee di Nazca scoperte su un altopiano tra le città di Palpa e di Nazca, in Perù.

Considerata una grandiosa culla del mistero è stata eletta Patrimonio dell'Umanità ed è composta da oltre 13.000 linee per un totale di 800 disegni stilizzati.

L'ultimo a essere stato scoperto è quello di un misterioso animale dal manto maculato, un numero considerevole di zampe e un enorme lingua penzolante.


Chi ha tracciato questi giganteschi geroglifici datati tra il 300 a.C. e il 500 d.C.?

La questione è tuttora dibattuta e, anche in questo caso, le ipotesi degli scienziati sono molteplici e alcuni in totale disaccordo. C'è chi sostiene che gli autori siano gli stessi antichi abitanti della regione, altri sostengono invece che, essendo la zona considerata sacra e di conseguenza meta di pellegrinaggio, quei disegni siano stati tracciati con metodi scientifici da studiosi e personaggi altolocati dell’antichità.

Che siano stati tracciati da persone esperte lo si può dedurre dalla precisione millimetrica dei disegni, dalle proporzioni armoniose e dal fatto che siano visibili soltanto dall'alto.



In un'altra versione, del tutto fantasiosa, si narra che siano state le creature aliene a tracciare sapientemente queste linee geometriche.

Di questi arcani disegni si parla per la prima volta nel 1547 in un trattato scientifico stilato dal conquistador Pedro Ciezo  de León.

Tra le varie ipotesi vi è quella dei sentieri cerimoniali, di un calendario astronomico e l'ultima, forse la più suggestiva, è che gli abitanti della regione, tracciando quelle linee, volessero mantenere un rapporto armonico con gli dei e scongiurare così ogni disgrazia o calamità.

Pare incredibile come queste linee, nonostante il trascorrere dei secoli, siano rimaste inalterate. Pare che la loro conservazione sarebbe dovuta al clima arido e mai ventoso della zona.


L'ultima ipotesi, più accreditata, sarebbe quella della scienziata italiana del Cnr, Rosa Lasaponara che grazie al satellite, è riuscita ad analizzare il suolo sotto la superficie della zona e ha scoperto un sistema idraulico di canali e di pozzi antichi alcuni millenni.

I Nazca, dunque, erano in grado di trasformare il deserto in un enorme giardino, con un sistema ingegnoso di acquedotti e di canali di irrigazione, da fare invidia ai tempi moderni.

In questo modo sarebbe svelato il mistero dei giganteschi geroglifici che, è quasi certo, fossero il ringraziamento che i Nazca rivolgevano agli dei.

                                              

                           



Ricerca effettuata sul web

immagini Pinterest

mercoledì 14 ottobre 2020

La leggenda di Andromeda


                                                      

 Questa triste leggenda ha un lieto fine e ci fa viaggiare a ritroso nel tempo, fino ad arrivare nella mitica Etiopia.

Si narra che, questa terra africana, fosse il regno di Cefeo e della sua vanitosa consorte Cassiopea la quale, affermando di possedere più fascino persino delle Nereidi, le ninfe del mare, ne avesse provocato l’indignazione e la conseguente brama di rivalsa.

Le vendicative ninfe si rivolsero a Poseidone, il dio del mare, affinché infliggesse una giusta punizione all’arrogante regina e rendesse loro giustizia.

Il dio prese a cuore le preghiere delle ninfe e decise di punire i due regnanti scatenando prima un catastrofico maremoto e, non soddisfatto, inviando un mostro marino, che fece strage dei sudditi etiopi.             

I superstiti, disperati da tanta devastazione e morte, si rivolsero allora all’oracolo Ammone, il cui responso fu tragico e lapidario: il re avrebbe dovuto sacrificare la figlia Andromeda dandola in pasto al mostro. Solo così l'ira del dio e delle ninfe si sarebbe placata e la pace sarebbe tornata nel regno.

Il sovrano accettò a malincuore la terrificante profezia ma, in seguito, fu costretto ad arrendersi alla volontà del popolo, che domandava con forza di mettere fine a quella tragedia. Andromeda venne imprigionata a una roccia in riva al mare, in attesa che il mostro la notasse e se ne cibasse.

                                    

La leggenda narra che Perseo, figlio di Danae e di Zeus, l'eroe che uccise Medusa, sorvolando quelle terre, notasse la bella fanciulla prigioniera.

Pare che Perseo indossasse calzari alati e un elmo che lo rendeva invisibile e che si spostasse in volo  custodendo nella sua bisaccia la testa della gorgone appena uccisa.

Dall’alto, l’eroe confuse Andromeda con una statua, ma poi i lunghi capelli scompigliati dal vento e, soprattutto le lacrime che scivolavano sul quel bel viso, lo convinsero di quanto fosse vera e terrorizzata quella creatura.

Ebbene, impietosito dal terrore della prigioniera e ammaliato dalla sia bellezza, Perseo raggiunse in volo i genitori promettendo di liberarla solo se gliela avessero concessa in sposa.

I due sovrani non avrebbero voluto accettare, perché avevano in mente ben altro matrimonio per la loro figliola, ma messi alle strette dalle circostanze, s’impegnarono, promettendo le nozze.

Ottenuto il loro consenso, l'eroe, sfruttando l'energia dei calzari alati, piombò sul mostro e perpetrando un astuto inganno di luci e ombre sul pelo dell’acqua, riuscì a ucciderlo.                                

Si narra che, esausto per il combattimento, Perseo posò la testa di Medusa sulla sabbia per detergersi le mani sporche di sangue nelle limpide acque del mare. Ma un'onda sommerse la bisaccia contenente il macabro trofeo e a contatto con il sangue ancora fresco della gorgone, alcune alghe si pietrificarono, trasformandosi poi in corallo.

In seguito, l’eroe volò da Andromeda e la liberò, riconducendola   a palazzo reale e ricordando al sovrano la sua promessa.

Narra Ovidio, nelle sue Metamorfosi che la fanciulla fosse già impegnata con Fineo, che non si mostrò affatto disposto a rinunciare alla sua sposa.

Così, durante i festeggiamenti delle nozze, nacque un gran diverbio tra i due. Una contesa che degenerò fino a diventare conflitto perché vide coinvolti molti sostenitori di Fineo e, di conseguenza, il banchetto si trasformò in tragedia.

Pare che fosse proprio Cassiopea a dare il segnale per i combattimenti.

Perseo estrasse la testa di Medusa dalla sua bisaccia, e lo sguardo ancora vivido della gorgone pietrificò il pretendente e tutti quelli che lo sostenevano.

I due sposi decisero poi di far ritorno a Serifo dove, Danae, la madre di Perseo rischiava la vita per mano di re Polidette, che la insidiava pretendendo che lei corrispondesse le sue attenzioni. 

Perseo, per proteggere la madre,  pietrificò il brutale spasimante e la salvò.

Dopo la morte del sovrano, i tre fecero ritorno ad Argo, la terra natia di Perseo e di Danae. 

Molti anni dopo, alla morte dell’eroe, la dea Atena volle dedicargli una porzione del cosmo ponendogli accanto Andromeda e Cassiopea e ancora oggi è possibile, nella volta celeste, ammirare queste costellazioni, in ricordo del grande amore che legò i due protagonisti.




                                                                                                             

                                                                   


Ricerca effettuata sul web

immagini Phoneky

domenica 11 ottobre 2020

Il mistero di Stonehenge

Stonehenge, letteralmente “Pietra sospesa”, deriva dal bretone stone, pietra e hang, sospendere, in riferimento ai grandi megaliti che sembrano sospesi, così posati su altrettante colossali pietre portanti, che fungono da architravi. 

Il famoso sito archeologico è situato nella regione inglese di Wiltshire ed è il più celebre “cromlech”, circolo di pietra esistente.

Alcuni ricercatori sostengono che la funzione del sito, considerato l'allineamento con i punti di solstizio e di equinozio, fosse quella di osservatorio astronomico, nello specifico di un calendario, anche se la questione viene tuttora dibattuta.

Col tempo, Stonehenge, oltre che attrazione turistica, è diventato simbolo e luogo di pellegrinaggio per molti adepti di religioni neopagane, per i seguaci del celtismo e della wicca.     

Oltre la cinta esterna di megaliti, larga trentatré metri, nel sito si trova la pietra dell'altare, un blocco di arenaria verde di cinque metri.

Una leggenda narra di una delle pietre denominata “Tallone del frate” e ne spiega fantasiosamente le origini: “Il diavolo comprò le pietre da una donna in Irlanda, le avvolse e le portò sulla piana di Salisbury. Una delle pietre cadde nel fiume Avon, le altre vennero portate sulla piana. Il diavolo allora gridò: “Nessuno mai scoprirà come queste pietre siano arrivati sin qui!” Ma un frate, appostato nei pressi, rispose con tono di sfida: “Questo è ciò che credi tu!”

Allora il diavolo lanciò una delle pietre contro il frate, colpendolo sul tallone. La pietra finì per incastrarsi nel terreno e così è rimasta fino ai giorni nostri.                                

                                            
Uno dei primi studi documentati sul sito venne condotto nel 1640 dal ricercatore John Aubrey, il quale addusse ai druidi la costruzione del cerchio di pietra assegnandogli, dunque, una valenza religiosa oltre che arcana.

Un'altra leggenda associa il sito archeologico a Merlino, il mago di re Artù e della Tavola rotonda.

Si narra che Merlino viaggiasse per l'Irlanda alla ricerca delle Giant’s Dance, letteralmente “Danza del Gigante”, un cerchio di rocce che, si fantasticava, avesse proprietà curative se l'acqua utilizzata per lavarle, fosse stata poi usata nelle cure di alcune malattie.                             

                          

Dopo una lunga ed estenuante ricerca, il mago le trovò e riuscì a trasportarle sul fiume Avon con una zattera attraversando tutta la Bretagna fino a Salisbury, il sito nel quale sono visibili ancora oggi.

La leggenda di Stonehenge è colma di magia e di mistero; è un tuffo nel passato assai remoto, che risale addirittura al neolitico e ancora oggi rimane un enigma il fatto di come gli antenati siano riusciti a scolpire, a trasportare e posizionare i megaliti in quella forma circolare.                                             

                          


Ricerca effettuata sul web

immagini Phoneky e Pinterest

 

giovedì 8 ottobre 2020

Nel regno di Asgard: il dio Thor

                         


Thor, il dio del tuono, figlio di Odino, il re degli dei nordici e di Jord, una gigantessa considerata la dea della terra, era una delle figure più amate e ammirate della mitologia del nord Europa, ma venerato anche dai Vichinghi, dagli Scandinavi e dalle antiche popolazioni germaniche. Gli Scandinavi, in modo particolare, si definivano “popolo del dio Thor “proprio perché, credevano, avesse molte caratteristiche umane, soprattutto  qualità bellicose e strategiche molto apprezzate e condivise dai guerrieri del Nord.

        

Thor veniva raffigurato con una stazza possente, l'aspetto aitante e muscoloso, l'aria accigliata, con sguardo quasi ferino. La barba e i lunghi capelli, in alcuni casi biondi e in altri rossi, contribuivano a donare un’aria selvaggia a questa figura divina.

Il carattere irruente, bellicoso e sanguinario di Thor, era fonte di grande preoccupazione per suo padre Odino che, molto spesso, affiancava al figlio impegnato in battaglia, Loki, il dio dell' astuzia e dell'inganno, con la speranza che la sua scaltrezza riuscisse a risolvere in modo meno cruento ogni controversia e le situazioni più spinose.

                           

Nella leggenda Thor viene anche descritto come il creatore di fulmini, che ottiene usufruendo della magia contenuta nel suo martello “Mjöllnich”, detto anche “infallibile frantumatore “per la potenza distruttiva della gigantesca arma forgiata, per lui, dal popolo dei nani. Il dio la usava in battaglia e negli scontri scagliandola contro i nemici e provocando un fulmine dall'energia devastatrice. Dopo aver assolto al suo compito, il magico martello tornava sempre dal suo proprietario, proprio come fosse un boomerang.

Il dio possedeva anche un'arcana cintura, in grado di raddoppiare la sua forza e speciali guanti di ferro per afferrare al volo, come fosse calamitato, il suo martello.

                           

Si narra che Thor, forse perché poco propenso al volo, si spostasse su un carro trainato da due caproni neri, considerati anch'essi magici. Le due bestie avevano sguardi malvagi e occhi di fuoco. Sembra che il dio si cibasse delle loro carni che, però, avevano il potere di ricrescere ogni volta.

Thor viveva nel castello di Bilskinir con la sua sposa prediletta che si chiamava Sif e che era considerata la dea della fertilità. Di lei si narra che avesse degli splendidi capelli d'oro, a simboleggiare le messi di grano maturo, donatoli dai nani dopo che i suoi erano stati strappati, per dispetto, da Loki.  

                            

La notorietà di questo dio si è più che centuplicata negli anni ottanta essendo diventato un supereroe dei fumetti della Marvel, insieme ad altre figure divenute leggendarie e anche grazie alla produzione di svariate pellicole cinematografiche.                                





Ricerca effettuata sul web

immagini Phoneky    

domenica 4 ottobre 2020

L'abominevole uomo delle nevi

                                                                            

                                                                               


Di questo essere leggendario si favoleggia da innumerevoli secoli in tanti paesi e villaggi montani, in varie parti del pianeta.

Pare che siano ben poche le persone che hanno incontrato questa creatura, di cui, pare, siano state trovate molte tracce sulla neve, eppure, ogni comunità montana ne parla sempre con rispetto e timore. Un timore che ingigantisce nelle notti di bufera, e che si trasforma in terrore, nel caso, un montanaro fosse costretto a lasciare la sicurezza offerta dalle mura domestiche, per avventurarsi nell'oscurità glaciale della montagna.

Non ci sono testimonianze di attacchi e di aggressività ma, sembra proprio che basti l'aspetto bestiale e la stazza della misteriosa creatura, di cui tanto si favoleggia, a tenere rintanati gli abitanti dei villaggi montani. 

La descrizione dei pochi testimoni è simile in tutte le latitudini e parla di una figura antropomorfa, di un'altezza compresa tra i due e i tre metri, che cammina  in posizione eretta e dal corpo ricoperto completamente da una fitta massa di peli, escluso il volto e le mani.

                                         


Il nome dato a questa creatura varia secondo il luogo degli avvistamenti. In Asia, dal deserto del Gobi del Nord fino ad Assam, prende il nome di Meti,  Skoopa, Migo o Kang-Mi.

Nel Nord Ovest degli Stati Uniti viene chiamato Big Foot, che letteralmente significa Grande Piede. Dalle parti delle Montagne Rocciose, potrebbe capitarci, per nostra sfortuna, di incontrare lo Sasquatch.                             

            

Il più famoso tra questi esemplari fantasiosi di bipedi colossali è quello che avrebbe dimora sulle altissime montagne dell'Himalaya e conosciuto in occidente come Yeti o l'Abominevole Uomo delle nevi, quest'ultima definizione  considerata una traduzione errata del termine nepalese "Metoh-Kangmi" letteralmente "uomo-orso delle nevi". 

Yeti, invece, deriva dal termine "yeh-teh, espressione tipica degli sherpa, le guide nepalesi, che viene tradotto vagamente come "quella cosa là" o più precisamente come "uomo delle rocce". 

Ma Yeti, per alcuni, significa anche “creatura magica” mentre un altro suo appellativo "Rackschasa" derivante dal sanscrito,  significa “demone”.

Di queste creature leggendarie si trova menzione addirittura in alcuni testi risalenti al 4000 a.C.  

                                      

                       

In tutti i casi e, comunque, non essendoci a oggi prove certe della sua esistenza, questa leggendaria creatura ha colpito l'immaginario collettivo e ha fatto sì che intorno a lei nascessero leggende colme di fascino e mistero.                                                      



Ricerca effettuata sul web

Immagini tratte dal web