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La colomba della pace

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venerdì 21 agosto 2020

Creature mitologiche: l'unicorno

 


L'unicorno, detto anche Liocorno o Leocorno, è una creatura sortita dalla fervida fantasia umana, che viene raffigurata con il corpo di un candido cavallo e un lungo corno tortile in mezzo alla fronte, da cui deriva il nome.

La leggenda narra che fosse dotato di poteri magici e in molte descrizioni viene dipinto con una coda da leone e strani zoccoli bipartiti, quasi caprini.

In Europa, si sentì parlare per la prima volta di questa straordinaria creatura grazie ai resoconti di Ctesia, medico viaggiatore e appassionato di storia e di scienze, vissuto nel sesto secolo a.C. Si divulga così nel vecchio continente il mito dell’Unicorno e, purtroppo, nonostante la mancanza di prove effettive sulla sua esistenza, diventa l’ambitissima preda di molti cacciatori e ricercatori di trofei.



L’unicorno era sinonimo di spirito libero e di saggezza; nato selvaggio, si narrava potesse essere ammansito soltanto da una vergine, simbolo lei stessa di purezza. A questo riguardo, si favoleggiava che, in caso d’incontro tra una fanciulla e un unicorno, l’animale le corresse incontro e posata la testa sul suo petto si acquietasse, addormentandosi beatamente.

Nell'immaginario collettivo si fantasticava che, se il suo corno fosse stato rimosso l'animale non sarebbe sopravvissuto, inoltre,  una delle tante credenze popolari attribuiva alla sporgenza un potente potere di antidoto contro qualsiasi tipo di veleno.

L'uso del corno come antivelenifico si diffuse nell’Europa medievale, in realtà, essendo soltanto frutto di fantasia, veniva sostituito da denti di Narvalo, corna di Orici, o addirittura con dei falsi riprodotti finemente.

Di questa superstizione sul corno viene trovata menzione nell'inventario del tesoro di papa Bonifacio, del 1295 anche se, pare, che l'uso fosse già diffuso in alcune delle più rinomate corti europee.



Con l’avvento e il progredire delle moderne scienze naturalistiche si iniziò a mettere in dubbio la reale esistenza dell'unicorno, che uscì in modo graduale dal Bestiario, l’elenco ufficiale degli animali esistenti, fino ad essere del tutto escluso alla fine del secolo scorso.

In araldica, questa mitica creatura, divenne il simbolo di molti casati nobiliari, uno su tanti quello dei Borromeo di Milano e, addirittura, sullo stemma della regina d’Inghilterra. Oggi lo si trova anche sullo stendardo di una contrada del Palio di Siena e sullo stemma del Canada e della Lituania.

                                                                                                                                                       




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sabato 1 agosto 2020

Zeus e gli dei dell’olimpo



Zeus, Giove per i romani, è il signore dell'Olimpo, dio del cielo, del fulmine e dei fenomeni atmosferici. I simboli che più lo rappresentano sono la folgore, lo scettro, la quercia, l'aquila e la bilancia.


Era, Giunone per i romani, è la moglie di Zeus e regina degli dei. È la protettrice della famiglia e del matrimonio, ma anche delle semplici unioni. I suoi simboli sono il pavone, la corona, il melograno e la leonessa.


Poseidone, Nettuno per i romani, è il dio del mare, delle sorgenti, dei cavalli e dei terremoti. I simboli che più lo rappresentano sono il tridente, il toro e il cavallo.


Demetra, Cerere per i romani, è la dea della fertilità, dell'agricoltura e delle piante. I suoi simboli sono il grano, la fiaccola, il papavero e il maiale. Dal suo nome deriva la parola cereale.


Dioniso, Bacco per i romani, è il dio del vino, della ebrezza, delle feste e della follia. I suoi maggiori simboli sono la vite, la coppa e l'edera.


Apollo, per i romani Apollo o Febo. Ereditato dalla leggenda greca è equiparato ad Helios, il dio della luce. È anche il dio delle arti, della musica, della profezia, della medicina. I simboli che più lo rappresentano sono il sole, la lira, e l’arco con le frecce.


Artemide, Diana per i romani. E la dea della caccia, della purezza, del tiro con l'arco e di tutti gli animali del bosco. I simboli principali sono la luna, il cervo e l'arco con le frecce.


Ermes, mercurio per i romani è il messaggero degli dei e dio del commercio, della parola e dei ladri. I suoi simboli principali sono il caduceo, bastone alato con due serpenti attorcigliati, i sandali e l’elmetto alati.


Atena, Minerva per i romani. E la dea vergine della saggezza, dell'ingegno, della guerra e della strategia. I suoi simboli sono l'egida, lo scudo invincibile attribuito a Zeus e ricoperto di pelli di capra, l'ulivo e la lancia appena forgiata.  Atena è anche la protettrice della città di Atene.


Ares, Marte per i romani. È il dio della guerra. Una divinità non molto ben vista e ben voluta a causa del carattere collerico e scontroso. Amava in modo particolare lo scatenarsi dei conflitti più cruenti e violenti. Marte è considerato anche protettore dei soldati e l’amante di Afrodite. I suoi simboli sono l'armatura, la lancia, la quadriga con i cavalli e la fiaccola.


Afrodite, Venere per i romani, è la dea della bellezza e dell'amore. Le leggende sulla sua nascita non sono concordi. In una si narra che era figlia di Zeus e di Dione, mentre in un'altra, molto più suggestiva, si narra che venne generata dalla schiuma del mare quando Crono vi gettò i genitali di Urano. I suoi simboli sono la colomba, il passero e il delfino.


Efesto, Vulcano per i romani, è il dio del fuoco e della lavorazione metallica. Ripudiato alla nascita dai genitori, Zeus ed Era, perché nato con una anomalia fisica. Quando fu adulto si vendicò di sua madre imprigionandola e solo dopo molte insistenze degli altri dei si convinse a liberarla, facendo poi ritorno nell'Olimpo. I suoi simboli sono il fuoco, il ferro, l'incudine e il martello.


Hestia, Vesta per i romani, è la dea del focolare domestico. Le Vestali, sacerdotesse rinchiuse nel tempio a lei dedicato, avevano il compito di custodire il fuoco sacro per impedirne lo spegnimento. La dea viene spesso raffigurata con una lunga stola e uno scettro tra le mani. 




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domenica 26 luglio 2020

Creature mitologiche: Il Fauno


Il Dio Fauno era un'antica divinità nata dalla fantasia italica, considerato un genio dei boschi e protettore dell'agricoltura e dei pascoli, da qui il primo appellativo "Lupercus."

Fauno, da non confondersi con il Dio Silvano, per i greci Pan, anch'esso frutto della fantasia italiana.

Alcune leggende lo descrivono come una divinità minore, dalla forma umana ma dalle gambe ricoperte di pelo e gli zoccoli caprini e con due corna che spuntano sulla fronte.

Spesso dipinto mentre suona un flauto e con in mano una cornucopia, simbolo di abbondanza e prosperità mentre, nell'altra, brandisce una clava da pastore.

Sembra che uno dei suoi passatempi preferiti fosse, oltre la caccia,  il corteggiamento delle ninfe dei boschi, che spesso insidiava con un comportamento a dir poco disdicevole.



Alcune leggende lo descrivono come appartenente al seguito del dio Bacco, Dioniso per i greci.

Le leggende narrano che, come genio dei boschi, amasse spaventare gli uomini apparendo loro all'improvviso, sia che si avventurassero nel folto, sia sotto forma di sogno mentre dormivano, da qui il secondo appellativo affibbiatogli di "Incubus."

Il dio Fauno aveva anche un corrispondente al femminile “Fauna”, non molto rinomata e conosciuta anche come Bona Dea. Questa divinità considerata minore venne presto dimenticata e il suo appellativo assimilato dalla dea greca Damia.


Il detto più famoso di Fauno era “Ogni tipo di saggezza umana è vana”, e forse anche per questo è diventato il simbolo di coloro che agiscono per istinto e senza perdere tempo a valutare le conseguenze.

Fauno era anche denominato Fatus, ovvero colui che svela il futuro interpretando il volo degli uccelli, i rumori naturali del bosco o ancora tramite i sogni. 

Quello che pare certo e che la sua rinomanza divina diminuì ben presto di importanza anche perché, nel frattempo, crebbe la popolarità del dio Silvano. Così che Fauno venne relegato come dio minore e mortale, confondendosi nella schiera di Satiri, Pani e Ninfe. Sopravvissero invece a queste due divinità le feste di Lupercalia celebrate con riti di purificazione e di fecondità.







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martedì 21 luglio 2020

Una favola da sogno o un sogno favoloso?

                          


Se vi dico che da ragazzina sono stata rapita da un Fauno voi non ci credete, vero?

Ebbene, di seguito vi racconto com'è andata e poi starà a voi giudicare se si tratta di realtà o di pura fantasia.

Non so quantificare il tempo in cui la mitica creatura mi trattenne nel regno silvestre, luogo che, evidentemente, considerava di sua proprietà. Forse furono poche ore o forse solo una manciata di minuti, ma quel tempo indefinibile è rimasto impresso nella mia memoria a volte come un bel sogno, altre come un incubo.

A quei tempi avrò avuto una decina d'anni o poco più ed ero molto graziosa con la gaiezza di una farfallina leggiadra e curiosa. 

Con Lulù, la maggiore delle mie sorelle, mi recavo spesso nel nostro bosco preferito alla ricerca di funghi, di cui lei è tuttora molto ghiotta.

Non so proprio come accadde, ma a un certo punto ci perdemmo di vista e io mi ritrovai da sola in una parte del bosco totalmente sconosciuta.

In quel momento non mi resi conto dei pericoli che poteva correre una ragazzina sperduta nel folto, anche perché la mia attenzione venne subito catturata dall'atmosfera idilliaca che mi circondava.

Mi ritrovai in una radura dove gorgogliava l'acqua cristallina di una sorgente che, formando un ruscelletto si tuffava a valle. Intorno alla polla risuonavano i cinguettii e i vari richiami di uccellini del tutto invisibili tra i rami. Ma, il massimo della meraviglia fu lo scorgere di uno sciame di farfalle che mi circondarono, volteggiando intorno a me. Sorpresa e felice iniziai a danzare con loro cercando di accarezzare tutte quelle ali colorate.

A un certo punto, però, avvertii strani bisbigli e alcuni misteriosi  fruscii. Mi fermai perché mi parve di sentire anche delle risatine soffocate. In quel momento sussultai: “Le fate! “mormorai estasiata, ma subito dopo sentii sulla pelle uno sguardo truce e malevolo.

In pochi secondi il sangue mi si gelò nelle vene! Nascosto nel folto c 'era qualcosa di malvagio che mi stava osservando e io ero sola, terrorizzata e del tutto incapace di muovere un passo. 

La paura mi mozzò il respiro in gola così che non potei urlare e nemmeno feci in tempo a fuggire. Come avrei potuto? Una creatura misteriosa era comparsa alle mie spalle, senza che io me ne rendessi conto e con una morsa ferrea mi teneva bloccata per le braccia.


Completamente inebetita dal terrore, mi volsi lentamente e notai subito le orecchie a punta, le corna sulla fronte e la lunga barbetta in un viso scavato, in cui spiccavano due occhi immensi e verdi come acque di lago o come il verde delle fronde. Per fortuna, le gambe ricoperte di pelo e gli zoccoli caprini li notai solo dopo, altrimenti, credo proprio che sarei svenuta.

La creatura mi scrutava con aria sorpresa, poi mi parlò: “Da dove vieni bella fanciulla? Non ti ho mai vista da queste parti! Sei forse la nuova ninfa della fonte?”

La sua voce era tanto cavernosa da mettermi i brividi, la sua forza impressionante. Iniziai a tremare come una foglia e balbettai una risposta:

“No ... no, signore! Io… mi chiamo Vi...vì!”

Lui sorrise. Per la verità un sorriso un po’ sghembo: “Sei tanto carina e leggiadra! Danzi così bene, che devi essere per forza una ninfa!” Poi aggiunse, indicando con un flauto che teneva nell'altro mano pelosa, (o era una zampa?) un punto tra gli alberi: “Dai, unisciti a noi! Vedrai che ti divertirai.”

In quel momento si udirono dei nuovi fruscii e altre risatine ma, nonostante aguzzassi lo sguardo nel punto indicato, intravvidi soltanto lo svolazzare d’impalpabili vesti colorate.

“Le fate!” esclamai ancora estasiata e lui scosse il capo cornuto: “Le fate? No, no! Sono le tue sorelline, le ninfe!”

Sorelline? In quel momento mi ricordai di Lù e immaginai  quanto fosse disperata non trovandomi.  Cercai di liberarmi dalla stretta e fu allora che sentii il richiamo accorato di mia sorella: “Vivì! Dove sei?”

Anche quella creatura sentì la voce e, rinforzando la presa su di me, mi si rivolse con tono roboante: “E quell'umana chi è? Da dove viene? “

Ormai in preda al terrore iniziai a piangere: “Mia... sorella! Mi sta... cercando! Lasciami!”

Mi divincolai, o meglio, cercai di farlo, ma lui mi teneva saldamente con sguardo che era ghiaccio e fuoco nello stesso tempo. Ne avvertivo gli strali dolorosi sulla pelle.

“Tua sorella? Come... allora non sei una ninfa?"

Non riuscii a rispondere e scossi più volte la testa. Le labbra mi tremavano, forse ancor più delle gambe e del corpo. 

Ero sul punto di strillare e lui implacabile mi domandò." Cosa ci fai nel mio regno? Vattene e non farti più vedere se non vuoi che ti mangi viva!” terminò, con quel tono terrificante, ma lasciandomi libera.

Non me lo feci ripetere e scappai a gambe levate da quella radura, più veloce di una gazzella.

La mia corsa terminò nelle braccia di mia sorella e lì, al sicuro, singhiozzai come una disperata per alcuni minuti.

Solo quando mi calmai le raccontai quanto mi era accaduto, ma lei non mi credette anzi, mi sgridò per essermi allontanata e per aver inventato quella storia.

E voi, mi credete?

                               

                                                                                                          


Racconto pubblicato sul sito Scrivere

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lunedì 20 luglio 2020

Creature mitologiche: Pegaso


Da bambina avevo un animo sognatore e nei momenti in cui il mondo reale svaniva intorno a me, mi ritrovavo per incanto in groppa a un cavallo alato, a cui avevo dato addirittura un nome: Candido Sogno. Il mio pegaso era docile e ubbidiente e mi portava in volo nel mondo onirico, ovunque io desiderassi.
In una di queste magiche cavalcate mi raccontò la sua storia, la stessa che ora mi appresto a narrare a voi e che a quei tempi, mi era sembrata una bellissima fiaba.
Ditemi voi che ne pensate.
                                     
Secondo la leggenda più famosa Pegaso nacque nel momento stesso in cui Perseo staccò la testa della gorgone chiamata Medusa e, dall'impetuoso zampillo di sangue che fuoriuscì dall'orrenda ferita, nacque Pegaso. Ma un altro mito narra che il cavallo alato venne generato dall'unione di Poseidone con Medusa.
Comunque fosse, Pegaso nacque libero e selvaggio e solo di rado Zeus gli ordinava di trasportare per lui le sue folgori fino al Monte Olimpo.
Non esisteva nessuno sul pianeta che fosse in grado di catturare e addomesticare il selvaggio Pegaso, una creatura considerata troppo forte, agile e astuta per essere assoggettata facilmente.
Allora la dea Atena comparve in sogno a Bellerofonte, principe di Corinto ed eroe famoso per aver sconfitto la Chimera. Nel sogno, la dea gli fece dono delle briglie d'oro indicandogli anche la sorgente dove era solito abbeverarsi Pegaso e dandogli anche preziosi suggerimenti per la cattura del mitico cavallo alato.
“Dormi, principe della casa di Aiolo? Vieni, prendi questo incantesimo per il destriero e mostralo al Domatore tuo padre e come sacrificio ponigli un toro bianco.”
                                                             
Le parole risuonarono a lungo nella mente intorpidita dal sonno di Bellerofonte, fino a quando l'eroe si svegliò e trovò al suo fianco le briglie. Nonostante l’impresa apparisse assai difficile, ma certo di avere l’appoggio della dea, l’umano decise di tentare, appostandosi nei pressi della fonte.
L’attesa fu lunga ma, nel momento stesso in cui il cavallo alato chinò il lungo collo per abbeverarsi, il principe lo imbrigliò e la magia contenuta nei finimenti donati dalla dea gli permisero di imprigionarlo.
Secondo questa versione fu il signore dell'Olimpo ad addomesticare Pegaso, qualcun altro ha scritto che fu Bellerofonte stesso.
Comunque, fu proprio con l'aiuto del cavallo alato che l'eroe greco riuscì a prevalere sul mostro chiamato Chimera e a ucciderlo e, in seguito, fu sempre con il supporto di Pegaso che riuscì a sconfiggere le guerriere Amazzoni.
Ma il principe di Corinto era una persona molto orgogliosa e molto ambiziosa e un giorno sognò di giungere con il suo cavallo alato fino all'Olimpo, certo che, per i propri meriti, un posto tra gli dèi gli spettasse di diritto.
Bellerofonte si mise a galoppare nel cielo deciso a raggiungere la dimora degli dei, suscitando così la collera e l’indignazione degli abitanti dell’Olimpo.  

Zeus venne avvertito dei propositi ambiziosi e avventati dell'umano e decise di punire la sua superbia inviando un tafano, che punse Pegaso in volo. Il cavallo alato sgroppò tanto violentemente da disarcionare il suo cavaliere e provocarne la caduta nel vuoto.
In seguito alla morte di Bellerofonte, Pegaso fece ritorno nell'Olimpo per trainare il carro del tuono.
Si narra anche che Aurora, la dea dell'alba, amasse cavalcare Pegaso tendendo nel cielo la sua mitica fiaccola per scacciare le ombre e l'oscurità, in modo che la luce del giorno inondasse la terra.
Tutte le leggende sono concordi nel dire che Pegaso era ben voluto da tutti gli dei e che Zeus, per ripagarlo dei tanti servigi, lo trasformò in una costellazione, ben visibile dal pianeta terra nelle ore notturne.

                                                                                                       


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sabato 18 luglio 2020

La leggenda di Scilla e Cariddi



Scilla, figlia di Tifone e di Echidna, per alcuni di Forco e di Crateis, era una ninfa dalla grazia ineguagliabile, che amava passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nel limpidissimo mar  Tirreno.

Una sera, mentre era sulla spiaggia a contemplare la bellezza e l’immensità del mare, vide una piccola onda all'orizzonte gonfiarsi fino a trasformarsi in un mostruoso maroso, che sembrava correre verso di lei e che minacciava di sommergerla.

Impietrita dal terrore e del tutto incapace di muoversi, la ninfa vide l'onda assumere le sembianze di una creatura per metà uomo e per metà pesce, di colore azzurro come il cielo e con il volto incorniciato da una folta barba verde, così come i lunghi capelli simili a filamenti di alghe.

Scilla si riprese dalla sorpresa e dallo sgomento e, prima di essere raggiunta, tentò la fuga per cercare riparo sulle cime di un monte nelle vicinanze.

Come presa da un incantesimo, la ninfa non riuscì ad allontanarsi molto e così fu costretta ad ascoltare l’ammaliante voce della creatura marina che le confessò il proprio amore e che, per impietosirla, iniziò a raccontarle la storia della sua vita.



L’essere  che l'aveva tanto spaventata si chiamava Glauco e  un tempo era stato un semplice pescatore proveniente da Antidone, città situata nella regione Beozia nella antica Grecia.

A quei tempi Glauco era un semplice pescatore che amava passare le sue giornate in barca dedicando la sua vita alla pesca.

Un giorno, mentre riparava una rete su un prato adiacente alla spiaggia, con tutto il pescato allineato  e pronto per essere scelto e conteggiato, i pesci ripresero vita sotto i suoi occhi e, in branco saltellando e guizzando, ritornarono in mare.

Allibito e sconvolto da quell'evento prodigioso, Glauco pensò al capriccio e al divertimento di qualche divinità ma, scartando subito l'idea, sospettò che il bizzarro fenomeno fosse dovuto a qualche proprietà prodigiosa contenuta nell'erba del prato.

Il pescatore non perse tempo e, spinto dalla curiosità, ne assaggiò qualche filo.

Mentre ingoiava, avvertì la strana sensazione che qualcosa si muovesse nelle sue viscere e, che quel qualcosa, si dibattesse nella sua coscienza per prendere il sopravvento.

L'uomo iniziò a muoversi contro la sua volontà e inutilmente cercò di contrastare l'istinto che guidava i suoi passi verso le onde del mare.

Solo quando fu totalmente sommerso dalle acque si rese conto che la parte inferiore del suo corpo si era trasformata in quella di una creatura marina. Il tronco era rimasto quello di un essere umano mentre, dalla vita in giù aveva assunto le sembianze di un tritone.

La leggenda narra che gli dei lo accolsero benevolmente tra loro, tanto da intercedere per lui presso Oceano e Teti, pregandoli di togliergli ogni altra caratteristica umana rendendolo una creatura divina.

Dopo averne ascoltato le vicissitudini, Scilla, incurante del tormento e del sentimento che la creatura le aveva confessato, se ne andò, lasciandolo nella disperazione.

Per nulla rassegnato, Glauco pensò di recarsi sull'isola di Era e di domandare consiglio alla maga Circe pregandola di preparare un incantesimo affinché la ninfa si innamorasse di lui.

Allibita e sconcertata da tanta devozione di un dio verso una mortale, la maga gli fece presente che una divinità non aveva affatto bisogno di ricorrere a simili espedienti per farsi amare da una creatura terrena e, per dimostrare a Glauco la sua ammirazione, gli propose di accoppiarsi con lei.

Il dio rifiutò con tanta veemenza e trasporto da farla infuriare e meditare un’opportuna vendetta. Non appena fu sola la maga preparò una pozione magica, quindi si recò sulla spiaggia dove era solita passeggiare Scilla, versò il contenuto dell'ampolla in quella parte di mare e tornò sulla sua isola.

Quello stesso giorno la ninfa si immerse nelle acque limpide ma, all'improvviso, si accorse di essere circondata da alcune teste mostruose e ghignanti di cani.

Il suo orrore fu immenso è incontenibile quando si rese conto che quei musi e quelle teste erano attaccati alle sue gambe tramite un lungo collo da serpente.

                         

Scilla aveva subito una terrificante mutazione rimanendo dalla testa al tronco una ninfa e dalle anche fino ai piedi l'orribile mostro con sei teste di cane.

Per disperazione e vergogna la creatura si inabissò e prese dimora nei pressi della grotta di Cariddi, il mostro generato da Zeus per aver rubato i buoi di Gerione a Eracle. Il signore dell’Olimpo condannò il ladro a ingoiare e a rigettare l'acqua del mare per tre volte al giorno.

Glauco pianse disperatamente per la sorte toccata alla sua amata ninfa ricordandone in eterno la figura di grazia e dolcezza di cui si era tanto innamorato.

La leggenda narra che i due mostri marini Scilla e Cariddi abbiano tuttora dimora nello Stretto di Messina e, mentre Cariddi tre volte al giorno provoca dei gorghi giganteschi minacciando di rovesciare e ingurgitare le imbarcazioni di passaggio,  dall'altra parte dello Stretto, Scilla attenta alla vita dei naviganti, che cerca di ghermire con le sue sei teste.



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mercoledì 15 luglio 2020

Creature mitologiche: la Chimera



Chimera! Quante volte ognuno di noi ha pronunciato questa parola! Personalmente molte volte nella vita.
Chimera è sinonimo di sogno, ambizione irraggiungibile e vera utopia e, chissà per quale motivo, la si associa all'onirico quando invece raffigura un mostro leggendario.
Prima di dare una risposta plausibile a questo legittimo dubbio, vediamo insieme di scoprire di che specie di creatura si trattava.
La Chimera è una creatura mitologica, alcune volte descritta con la testa di leone, la coda lunga a scaglie di drago, o simile a quella di un serpente, il corpo di una capra, o in alternativa la testa caprina sopra un corpo del felino, in grado di sputare fuoco dalle fauci.


C'è da domandarsi davvero come possa una creatura così irreale essere diventata metafora di un sogno, un'utopia un’illusione.
L'antico poeta greco Omero, nella sua Iliade, narra che il re della Licia, Iobate, impartì l'ordine all'ardimentoso Bellerofonte, figlio di Glauco, re di Corinto, di uccidere la creatura mostruosa artefice di orrende scorrerie e della devastazione di alcuni villaggi appartenenti al suo regno.
Con l'aiuto del mitico cavallo alato chiamato Pegaso, Bellerofonte riuscì a compiere la leggendaria impresa galoppando incontro al mostro e trafiggendolo con una lancia con la punta di piombo. La Chimera venne ferita nelle fauci ardenti, di conseguenza il piombo  si sciolse, inondando la sua gola e causandone la morte per soffocamento.
Tornando all'introduzione del post, la Chimera rappresentava qualcosa di molto strano, bizzarro, quasi uno scherzo della natura. Una creatura immaginaria composta da un miscuglio di animali diversi, per cui un essere del tutto irreale.
Così che nel linguaggio moderno inseguire una Chimera sta a significare perdere tempo in fantasticherie e ambizioni assurde e pericolose.


                                                                                                                                             




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