Fantasia

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La colomba della pace

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venerdì 4 giugno 2021

Il Monastero del Canto del Vento (5a parte)

 


Mi maledissi per la mia stupidità e con i miei compagni saggiammo la consistenza dell’enorme tappo venutosi a creare, usando le lame delle nostre spade, ma capimmo subito quanto quella barriera fosse insuperabile.

La nostra speranza di salvezza si infranse in quel terribile, tragico momento. Non avevamo nessuna possibilità di uscire da quella prigione di ghiaccio.

«Che facciamo?» mi domandò con aria lugubre il mio amico Tien.

Cercai di non farmi suggestionare dal tono e mi guardai intorno.

I bambini e l’imperatrice erano svegli e a causa del gelo tremavano come foglie al vento cercando di scaldarsi restando abbracciati. Le loro labbra erano già livide e mi guardavano, domandando con occhi speranzosi di trovare una soluzione.

Dovevamo accendere un fuoco se non volevamo che morissero di freddo.

Che importanza aveva se le fiamme avessero consumato l’ossigeno nella caverna? Il nostro destino era ormai segnato. Senza viveri quanto avremmo potuto resistere tutti quanti?

Le fiamme avvamparono subito, e noi ci sedemmo tutti attorno al fuocherello ottenuto, cercando un po’ di calore. Il mio sguardo venne catturato dal gioco di luci e ombre che si riflettevano lungo le pareti rocciose, e all’improvviso mi avvidi della direzione che prendevano le lingue di fuoco.

I miei compagni notarono lo stesso fenomeno: «Guarda Hui! La fiamma si muove verso il fondo!»

Balzai in piedi: «C’è una corrente d’aria!»

Le nostre speranze rinacquero come il fuoco che stavo guardando.

«Vieni con me, Tien!» ordinai, lasciando gli altri guerrieri a badare ai bambini.

Accesi una torcia di fortuna e cominciammo ad esplorarla, facendo sempre attenzione al movimento della fiamma.

La caverna era molto grande e s’inerpicava in salita. Il percorso era irto di stalagmiti che spuntavano all’improvviso ostacolando il nostro cammino mentre, dall'alto, pendevano stalattiti del tutto calcificate o cristalline e trasparenti. Uno spettacolo mozzafiato, da apprezzare e ammirare in situazioni meno drammatiche.

Camminammo a lungo, stando bene attenti a non scivolare su quel terreno insidioso.  

E finalmente cominciammo ad avvertire il sibilo del vento. Quando infine, superata una curva nella roccia sentii l'aria gelida ghiacciarmi la pelle, capii che non saremmo morti come tanti topi in trappola.

E quando poco dopo uscimmo tutti all'aria aperta, l'alba rischiarava appena con un chiarore rosato a oriente. Respirammo a pieni polmoni l'aria pulita.

Della valanga, da quella parte del versante, non c’era traccia.

Rifacemmo il percorso a ritroso con lo spirito più sollevato, tornando a riprendere la famiglia reale per scortarla in salvo.

 

 

 

Monastero Del Canto Del Vento

 

Smisi di raccontare la storia di mio padre e mi guardai attorno. Il mio sguardo sfiorò a uno a uno gli astanti. Mi accorsi che nell’aria aleggiava un senso d’incredulità misto a stupore. Mi venne naturale chiedermi quanti di loro credevano effettivamente a tutto ciò che stavo narrando, quando vidi il Gran Maestro alzarsi e venirmi accanto.

Aveva indovinato chissà come i miei pensieri, raccogliendo tutti i miei timori, per questo prese la parola.

«Tutte queste disavventure le ho vissute di persona. Su alcune degli eventi narrati questa sera, nella mia memoria era sceso il velo dell’oblio. Ma sono rimaste sempre lì sopite, forse, ma pronte a risorgere in modo fulgido nella mia mente. Rielaborare le nostre avventure narrate in modo così avvincente da questo giovane aspirante guerriero, mi ha colmato il cuore di profondo trasporto e commozione. Credo che dovremmo essergli grati tutti quanti, perché ci sta rendendo partecipi dei ricordi di un eroe, dei ricordi di suo padre.»

Fui profondamente grato al Venerando, per il suo intervento in mio favore, poiché quando guardai nuovamente i presenti, mi accorsi che una nuova luce brillava nei loro occhi. Con gran dispiacere di tutti, ripresi il mio racconto solo la sera dopo.

 


Montagna Sacra 20 anni prima

 

“Ci incamminammo ancora una volta gli uni legati agli altri, tenendo i piccoli al centro della colonna. La neve era caduta abbondantemente quella notte, e noi affondavamo fino alle ginocchia. Per i piccoli principi il cammino risultò estenuante, eppure, ebbi modo di ammirare il loro coraggio, perché seppure esausti, non diedero mai segnali di debolezza.

La nostra faticosa marcia nella neve durò per buona parte della mattinata, ma quando riuscimmo a venirne fuori, decisi che era ora di andare a caccia. Lasciammo dei compagni di guardia alla famiglia reale e ci avviammo. Tutti quanti noi avevamo bisogno urgente di cibo.

In quelle condizioni così estreme, non era certo facile trovare qualche preda da cacciare. Per questo una volta individuata, non potevamo permetterci di fallire il colpo.

Eravamo in tre armati di archi e lance. La nostra mira era considerata da tutti infallibile.

Ognuno di noi, grazie all’addestramento durissimo e selettivo, aveva la capacità di amalgamarsi perfettamente alla natura che ci circondava. Ognuno di noi era in grado di diventare parte della natura stessa scomparendo, mimetizzato in una macchia boschiva, un tronco d’albero, o addirittura un animale della stessa specie cacciata, grazie a un provvidenziale camuffamento.

Avevamo avvistato un alce di montagna dal grande palco palmato. La carne di quell’esemplare adulto sarebbe risultata sicuramente troppo coriacea per i nostri piccoli, ma mi dissi che essendo la stagione degli amori, quel grande maschio ci avrebbe condotto dalle femmine e dagli esemplari più giovani dalle carni tenere e succulente. Decisi così di seguirlo, non prima però di esserci messi controvento, e non prima di aver mimetizzato il nostro aspetto, con fronde e piccole corna legate sulla testa. Le stesse corna che il maschio era abituato a vedere nel branco e che noi avevamo recuperato dai resti scheletrici di animali morti da parecchio tempo. Dopo aver coperto il pallore dei nostri visi sporcandoli con il fango guardai i miei compagni. Con le coperte di lana grezza legate sui dorsi, il travestimento era perfetto, e anche se l’alce si fosse accorto di noi, in mezzo alle ombre naturali del sottobosco, sarebbe risultato difficile non scambiarci per qualche creatura silvestre.

Così iniziammo a seguire l’animale.

L’alce venne allarmato parecchie volte da qualche rumore sospetto provocato da noi, e ogni volta aveva smesso di brucare, drizzando all’improvviso il testone e, allungando poi il lungo collo elegante, cercava di captare ogni segnale di pericolo. Ma noi eravamo entrati a far parte della natura circostante risultando pressoché invisibili, cosicché il maschio ogni volta era tornato tranquillamente a brucare, e a dirigersi con il piccolo trotto verso il resto del branco.

Lo seguimmo in silenzio finché non arrivammo a una piccola radura dove ci apparve improvvisa un’immagine paradisiaca. Una piccola mandria, formata dalle femmine con le corna aggraziate e dai manti color caramello, con accanto i piccoli voracemente attaccati alle mammelle gonfie di latte.

Immagini di quiete e di serenità dopo tante travagliate vicissitudini. Incoccai una freccia nel piccolo arco da combattimento, non senza chiedermi se fosse veramente giusto quello che stavo per fare.

Scacciai quel pensiero molesto adducendo che se non l’avessi fatto le persone che mi era state affidate avrebbero patito gli stenti. I più piccoli avevano bisogno di nutrimento al più presto. Fu così che adocchiata una giovane femmina senza cerbiatto accanto, presi la mira.

La freccia partì con un sibilo, che risuonò nel silenzio e fece allarmare il resto del branco, ma era troppo tardi. L’alce da me colpita stramazzò al suolo e io le corsi accanto.

Era ancora viva e commisi l’errore di soffermarmi a guardarla negli occhi lacrimanti.

Ero consapevole, sin da piccolo, di possedere un dono naturale. Ero in grado di percepire le emozioni degli animali e di tutto ciò che riguardava il mondo vegetale. Questo perché ero convinto che persino gli alberi, i fiori e addirittura un filo d’erba, avessero cognizione del mondo in cui esistevano, fossero cioè, a loro modo, creature senzienti. Nello sfiorare una pianta captavo le vibrazioni che emanava e percepivo il piacere o il dispiacere che essa avvertiva al mio tocco.

Non avrei mai immaginato, però, quello che mi accadde nel momento in cui la femmina, ormai agonizzante, sollevò il lungo collo ferito verso di me e mi scrutò come se volesse raggiungere la mia anima. In quell’istante ebbi la sensazione che mi domandasse il motivo della mia ferocia.

Quei pozzi scuri e liquidi, colmi di lacrime e di dolore, mi fecero stringere il cuore in una morsa.

Ero un guerriero duro, addestrato all’autodifesa ma, soprattutto, a infliggere la morte durante i combattimenti ma, in quel momento il mio cuore era senza corazza, privo di ogni elementare difesa e i miei occhi si velarono di pianto.  

Non avrei voluto, ma avevo sei piccole vite che mi attendevano, affamate e speranzose.

Distolsi lo sguardo con l’animo in subbuglio e preso il coltello la finii, non senza essere dilaniato dal naturale rimorso che coglie una parte dei cacciatori quando infierisce sulla preda con il colpo mortale... e io ancor di più.

I miei compagni si accorsero del mio disagio e forse lo compresero o forse no. Non lo so! So soltanto che ognuno evitò di parlare e proseguimmo la caccia.

Tornammo all’accampamento con due animali legati sui dorsi. Con quella scorta di carne la nostra compagnia poteva sfamarsi per lungo tempo.

Il nostro ritorno fu salutato da urla di giubilo, e la festa improvvisata si prolungò davanti a un falò approntato per tenerci al caldo e per arrostire la carne.

I bambini mangiarono a sazietà, e si ripresero un po’ dalle fatiche del lungo viaggio ma, sul far della sera, ricevemmo l'ennesima doccia gelata.

continua...

                 


Racconto pubblicato nel 2012 da Garcia edizioni 
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martedì 1 giugno 2021

Il monastero del Canto del Vento (4a parte)

 


Istintivamente, cercai con lo sguardo quello dell'imperatrice e lo ritrovai, puntato su di me, leggendovi un’inquietudine senza fine. Strinse a sé i piccoli, avvolgendoli il più possibile nel suo caloroso abbraccio.

I lupi apparvero all'improvviso, come materializzati dal nulla. I nostri archi erano già tesi con le frecce incoccate e diedi l'ordine di lanciare.

Tutto quello che accadde dopo lo vissi come al rallentatore. Sotto la prima raffica di frecce, caddero almeno cinque lupi, ma con una sola occhiata mi resi conto che non si trattava di un piccolo branco, bensì di un'intera orda famelica.

Dopo il primo tiro, nessuno di noi ebbe il tempo di incoccare, per cui sfoderammo le spade.

Ma se noi sguainavamo le temibili spade ricurve, le belve sfoggiavano zanne altrettanto spaventose. E dopo il primo attimo di sbandamento dovuto al nostro tiro micidiale, l'audacia dei lupi aumentò e iniziarono ad avanzare con cupi brontolii.

Uno dei miei compagni fu aggredito da tre belve contemporaneamente, creando un vuoto nella nostra difesa. Sentii l'urlo unanime dei principi terrorizzati e quello altrettanto angosciante dell'imperatrice.

Accecato dalla neve sferzante e dal furore della battaglia, la vidi di sottecchi mentre balzava in avanti, come fosse stata lei stessa una belva, ma in quel momento non realizzai cosa stesse facendo. Poi, il mio sguardo cadde davanti a lei e constatai con orrore cosa fosse accaduto. Un lupo era riuscito ad afferrare tra i denti un lembo della tunica di uno dei bambini e stava trascinando via il piccolo terrorizzato, mentre la madre, alla pari di una leonessa che difende i suoi cuccioli, tentava in tutti i modi di strapparglielo dalle fauci.

             

        

Quella scena mi ghiacciò il sangue nelle vene. Reagii in un battibaleno, gettandomi con la spada sulla famelica belva.  Sferrai   un colpo netto e violento con la mia lama e la sentii affondare nelle carni della bestiaccia ringhiosa. La sentii guaire e capii che aveva abbandonato la presa sul piccolo, che trovai abbandonato sulla neve con gli occhi sbarrati dall'orrore, e con l'urlo rimasto strozzato nella gola. Perlomeno era incolume.

Lo sollevai velocemente, e senza nemmeno porre il caso alla delicatezza, lo restituii alla madre, scortandoli al centro del cerchio difensivo.

Ricevetti in cambio un mesto cenno del capo e tornai a combattere, trovandomi ancora una volta, spalla a spalla con i miei compagni, ad affrontare zanne e artigli e fauci bavose.

Se fosse stato solo per la mia vita, non mi sarei preoccupato più di tanto, ero stato addestrato ad affrontare ogni tipo di situazione e di pericolo. Era piuttosto il pensiero di lei e dei bambini che in quel momento mi angosciava.

Scrollai la testa da inutili dubbi. Non potevo fare altro che combattere e mi preparai, ergendomi in modo imponente, molto simile a un grande orso furioso. Se avessero prevalso, a quei lupi sarebbe costata molto cara la vittoria. Incitai i miei compagni a fare altrettanto, urlando per sovrastare gli ululi del vento e i ringhi del branco.

Sconcertati dal tono e dall’improvviso cambiamento in atto, le belve esitarono. Vi fu qualche attimo di stasi e ne approfittai per studiare la situazione. Altri lupi si erano aggiunti a quelli già presenti ed erano tanti, da non riuscire nemmeno a contarli. 

In quel momento il capobranco emise un lugubre ululato, che preannunciava un nuovo attacco.  

 Eravamo giunti alla resa dei conti e mancava poco alla fine. Alla nostra fine! Non esisteva possibilità di salvezza, perché loro erano in troppi. Ed evidentemente il branco lo presagiva, pregustando la vittoria e la ormai prossima scorpacciata di carne.

La rabbia e la frustrazione mi accecarono e fui il primo a lanciarmi contro il capobranco, che si protendeva, ringhiando e sbavando proprio davanti a me. Le sue dimensioni e la sua ferocia mi sorpresero. Per un istante ci eravamo squadrati, ed entrambi avevamo compreso di essere noi i capi e che dovevamo sfidarci. Per noi sarebbe stata vita o morte e la vittoria dell’uno o dell’altro avrebbe comportato la resa immediata del suo seguito. Durante i lunghi anni di addestramento al monastero, avevo imparato che, se privato di una guida decisa e coraggiosa, un intero esercito può finire allo sbando. Evidentemente, era una nozione che, per istinto, conosceva bene anche il mio avversario a quattro zampe.  

Con uno scatto possente la belva divorò la distanza che ci separava ma, proprio in quel momento, un cupo e profondo boato esplose, come cento tuoni fragorosi nell'aria.

Quel rumore assordante ci paralizzò sul posto, lasciandoci basiti. Non avevo mai sentito nulla di simile! I lupi volsero il loro sguardo atterrito alla cima della montagna e dopo solo un attimo di esitazione, scattarono, fuggendo come tanti demoni e dileguandosi nel marasma della bufera.

L’urlo mi salì dal cuore: «Una valanga! Presto! Dobbiamo toglierci da qui!»

Senza badare ai modi abbrancammo sotto le nostre braccia i ragazzini e iniziammo la nostra folle corsa verso la salvezza seguendo la direzione dei lupi, sapendo che gli animali, per istinto, ci avrebbero guidati in salvo.

Fu la disperazione e l’istinto di sopravvivenza a darmi la forza e la velocità necessaria a sfuggire alla valanga di neve che si stava riversando dal pendio. Affondavamo sì nella neve ormai alta, ma niente e nessuno sembrava in grado di fermarci.

Sentivo la slavina dietro le mie spalle come fosse stata una belva mostruosa e famelica. Ero in grado di capire, quasi contare ogni masso e ogni tronco divelto e raccolto dal suo abbraccio mortale e trascinato con violenza verso valle. Ero in grado di intuire dal fragore, quanti metri ci separavano da essa. Pochi! Troppo pochi! Con uno sforzo sovrumano urlai, spronando i miei compagni, e cercando di non perdere contatto con coloro che avevo mandato alla ricerca del rifugio. Purtroppo, mi accorsi ben presto che non potevano sentirmi per il marasma causato dalla tempesta e perché l’ansia della salvezza ci aveva distanziati di parecchi metri.

Per fortuna, però, avevano raggiunto un punto abbastanza al riparo dalla valanga e quella constatazione mi donò un po’ di sollievo, poi fui costretto a guardare in avanti e li persi di vista.

In certi momenti di quella folle discesa mi ritrovavo accecato dal turbinio della neve, ansante e disperato, senza la possibilità di scansare eventuali e improvvisi ostacoli. Trasportavo i due ragazzini come fossero fantocci senza peso e loro non reagivano. Non ne avevano più la forza, poverini!

A un certo punto, però, mi sembrò persino che qualcuno mi avesse sollevato e che stessi volando e con un brivido mi resi conto che, nonostante tutti i miei sforzi, il grosso della slavina ci aveva raggiunto e io mi ritrovai di nuovo nei guai.

Alle mie spalle un mostro dalle dimensioni immani ruggiva, protendeva le sue fauci e tentava di ingoiarmi. Per un attimo sentii venir meno il mio spirito battagliero. Ero di nuovo allo stremo e sarebbe stato facile lasciarsi andare cercando l’oblio, ma ero responsabile della vita dei bambini e se avessi ceduto, anche solo per un attimo, sarebbe stata la fine. Scacciai quel dubbio e mi schiarii le idee ponendo più attenzione a quello che accadeva intorno.

La neve che precipitava dal colle mi aveva sollevato da terra e rischiavo di cadere da un momento all’altro. Mi concentrai. Nulla mi doveva distrarre, né la miriade di tronchi divelti né i massi che mi rotolavano intorno rischiando di investirmi. Cosa potevo fare se non cercare di evitarli?

All’improvviso mi venne un’idea. L’unica possibilità era adattarsi alla complicata situazione come l’acqua che si adatta al suo contenitore. E allora mi allacciai entrambi i miei fardelli al collo raccomandando loro di tenersi forte, poi allargai le braccia e seguii il montare dell’onda nevosa che si gonfiava sempre di più ritrovandomi al suo apice e cavalcandola come fosse quella del mare. 

Non era affatto semplice mantenere l’equilibrio con i due bambini avvinghiati ma, mi lasciai trasportare, scivolando e cercando in tutti i modi di non affondare. Per qualche momento, addirittura, la sensazione provata fu esaltante. Nonostante il fragore terrificante provocato dalle tonnellate di neve che precipitavano a valle insieme a me, io riuscivo a volare. In quella sciagurata situazione riuscii anche a sorridere.

Non so come, ma ce la feci a deviare e a uscire dalla traiettoria della slavina e, a un certo punto, me ne ritrovai fuori.  

Mi fermai senza fiato, con i bambini abbarbicati tenacemente alla mia persona. Poveri piccoli! Mi guardavano con occhi sgranati senza un lamento e senza una lacrima. Poi, il più piccolo mi sorrise e per me fu come un raggio di sole che si fa largo tra le nuvole.

Era un sorriso birichino, incredulo, come solo i bimbi sanno fare quando ricevono un regalo insperato.  Posai per terra entrambi e li guardai. L’altro strizzò gli occhi e li sgranò, poi scoppiarono a ridere e allora compresi che i due si erano divertiti. Per loro si era trattato di un gioco!

Sorrisi a mia volta ringraziando gli dei perché i piccoli non avevano compreso l’entità della catastrofe che li aveva visti protagonisti e per non averli fatti penare durante la rocambolesca discesa.

In un moto di tenerezza li strinsi ancor di più a me e poi li guidai nella risalita alla ricerca degli altri compagni.

Li trovai a poche centinaia di metri che mi stavano aspettando.

Tien mi venne incontro facendosi carico dei bambini e poi ci riunimmo al gruppo.

Feci la conta con un nodo alla gola. Eravamo rimasti in pochi. Una decina di guerrieri e l’imperatrice, più i bambini.

Cercai lo sguardo di Maylin e questa volta lo trovai colmo di lacrime di sollievo. Abbracciò i suoi figli con trasporto e i monelli presero a raccontare, saltellando gioiosamente, quanto era avvenuto.

Il mio amico mi diede una pacca sulla spalla: «Credevamo di avervi perso! Ma tu sei stato in gamba, come sempre!»

Gli risposi con un cenno e quasi caddi sulla neve per la stanchezza. Mi tremavano le gambe. L’adrenalina fluita nelle mie vene per tutto il tempo della fuga aveva lasciato uno strascico di grave paralisi nella mia fibra. I muscoli dei polpacci mi bruciavano per il grande sforzo subito e mi cedettero. Tien mi afferrò e mi costrinse ad appoggiarmi a lui, poi mi sostenne fino a quando arrivammo alla caverna.

Ci sistemammo come meglio potevamo e io mi lasciai cadere avvolto in una coperta, lasciando agli altri il compito di provvedere ai bambini.

Sentii il fragore della slavina scemare lentamente, finché nell’aria rimase solo il sibilo del vento, quindi un terribile silenzio avvolse il mondo all’esterno del nostro rifugio.

Avrei voluto dormire per recuperare un po’ di energie, come del resto facevano gli altri,  ma ero troppo stanco e irrequieto. Pensavo alla discesa che dovevamo affrontare l’indomani.

E inevitabilmente la cercai con lo sguardo.

La vidi supina, con i piccoli stretti al suo corpo. Il suo volto era tanto pallido da apparire diafano. Aveva gli occhi chiusi, e il pensiero che stesse male o, peggio ancora, che fosse morta, mi colpì come uno schiaffo e il mio cuore perse un battito.

Dimenticando la spossatezza mi trascinai vicino a lei. Non dava segni di vita.  

Le cercai le pulsazioni sul bianco collo esile e le trovai. Seppur in modo appena percettibile, il suo cuore batteva. Era svenuta, forse per la stanchezza o per il troppo stress subito a causa della morte del marito e a tutte le disavventure vissute da quel momento.

Provai una grande pena per lei e il suo futuro ma, nel contempo, tirai un sospiro di sollievo e mi apprestai a rianimarla con piccoli schiaffetti gentili sulla sua mano.

Per qualche secondo ne studiai la reazione e percepii il mio cuore carambolare nel petto.  Avendo l’opportunità di guardarla da vicino potei rendermi conto di quanto fosse giovane, di quanto fosse indifesa in quel momento e di quanto fossero fini e delicati i suoi lineamenti. Aveva una pelle di porcellana e labbra ben delineate, rosee…labbra da baciare.

Solo allora realizzai la profondità del sentimento che in quei giorni, era maturato per lei nel mio cuore. Non me ne resi nemmeno conto, ma il mio volto si avvicinò pericolosamente al suo e mancò un soffio che la mia bocca sfiorasse la sua.

In quel momento i suoi occhi si aprirono con un battito di ciglia, come il frullo di ali di farfalla, e a me parve di annegarvi dentro.

I suoi occhi mi parlavano con una dolcezza infinita e io, in quei brevi istanti persi la mia anima in quella soave della splendida creatura.

Lei, percepì tutta la mia emozione perché arrossì, scostandosi, quindi nascose il suo sguardo in un gesto discreto abbassando il bel volto.

«Come ti senti, mia signora?» le domandai con premura.

Lei sorrise dolcemente: «Molto meglio, comandante» sussurrò, con un filo di voce «Dev’essere stata la stanchezza.» 

Annuii. Le sue guance stavano riprendendo colore e, rassicurato, ricambiai il suo sorriso. Poi mi ricomposi, tornando a essere il guerriero che ero ma, in una tacita promessa, le dedicai la mia devozione per sempre.

Tornai al mio posto e questa volta mi addormentai con il suo sorriso impresso nella mente.

Con la notte l’oscurità piombò nella caverna. Il fuoco che avevamo acceso per tenerci al caldo andò a smorzarsi lentamente, senza che nessuno fosse in grado di ravvivarlo. Era come se ognuno di noi avesse dovuto sostenere un furioso combattimento per un’intera giornata. Dormivamo tutti e non ci rendemmo conto di quello che accedeva fuori.

All’esterno la bufera infuriò per molte ore e solo al mattino smise di nevicare. 

Purtroppo, quando ci svegliammo, trovammo una brutta sorpresa.

Per proteggerci dalla bufera e dal vento gelido, ci eravamo rifugiati in un anfratto, il più lontano possibile dall’ingresso. Come capo spedizione avevo anche ritenuto inutile mettere un uomo di guardia, anche perché eravamo tutti esausti e non era il caso.

Di conseguenza nessuno di noi si accorse che i rumori della tempesta si attutivano perché l’ingresso veniva lentamente ostruito da tonnellate di neve ghiacciata, fino a rimanere del tutto sigillato.

Eravamo prigionieri e quel ghiaccio era la nostra lastra tombale.

continua...

                                                                      


Racconto pubblicato nel 2012 da Garcia edizioni

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sabato 29 maggio 2021

Il monastero del Canto del Vento (3a parte)










Il ciglio del baratro si trovava a una decina di metri sulla mia testa e io ero ormai esausto. 

Dovevo riprendere fiato, ma non ne avevo il tempo. Mi volsi verso l’altra sponda e vidi gli inseguitori che mi guardavano sghignazzando. Dovevo affrettarmi. Prima o poi si sarebbero resi conto che ero un facile bersaglio per le loro frecce.

Urlai ai compagni di portare in salvo la famigliola, ma solo uno di loro ubbidì all’ordine. Gli altri si sdraiarono sull’orlo dell’abisso e incoccarono a loro volta i dardi ai loro archi.   Avevano formato una barriera difensiva e chiunque dall’altra parte avesse tentato di colpirmi, avrebbe a sua volta offerto un valido bersaglio. Li ringraziai mentalmente e iniziai la faticosa arrampicata.

I bicipiti, rimasti troppo a lungo sotto sforzo, mi cedettero e dovetti lottare per rimanere appeso. Sentii chiaramente i miei compagni urlare ma fu solo per un soffio e, per pura fortuna, che non precipitai.

Emisi un sospiro di sollievo e ringraziai mentalmente la mia buona sorte ma, in quel momento, iniziai anche a temere di non farcela! Ero rimasto privo di energie e forse anche della volontà di rimanere appeso. I muscoli delle braccia mi bruciavano per lo sforzo e tremavo in ogni fibra del mio essere. Guardai all’insù. La distanza da coprire non era molta ma a me sembrava enorme. Eppure, scrollai la testa da ogni cattivo pensiero cercando di attingere all’istinto di sopravvivenza le ultime stille di energia. Non dovevo cedere alla disperazione. La salvezza era lì in alto, a pochi metri dalle mie mani.

Tesi disperatamente le braccia riuscendo ad aggrapparmi e ritrovandomi a oscillare come un pendolo, con le mani appese alla parete a strapiombo.

Il cuore mi martellava alle tempie ed ero ormai a corto di ossigeno; cercai un appoggio con i piedi senza trovarlo, ma le mie mani scivolavano lentamente e perdevano la presa.

Sapevo di non poter resistere ancora per molto in quella posizione.

Sebbene fossi riuscito a raggiungere la cima del burrone ero a un passo dalla morte!

Nessuno poteva aiutarmi. Risi amaramente dentro di me e, forse, dissi anche addio a tutte le cose belle, gli eventi e le avventure vissute durante la mia breve esistenza.

Fu proprio il mio amico Tien Wong ad accorrere in mio soccorso con un altro compagno.  Tien tese le braccia al massimo pur di raggiungere le mie mani, ma nonostante tutti i suoi sforzi riuscì soltanto a sfiorarmi le dita.  Eravamo ancora troppo lontani. Scossi la testa, ringraziandolo mentalmente per la sua generosità, ma lui non si arrese. Allora compì un gesto eroico mettendo a repentaglio anche la sua incolumità pur di salvarmi la vita. Un gesto che avrei ricordato in eterno.  Tien chiese al compagno di afferrarlo per le caviglie e si fece calare lungo la parete dell’orrido a testa in giù. In quel modo riuscì ad afferrarmi per le braccia e ci ritrovammo a scrutarci negli occhi.

«Pazzo!» lo rimproverai, pur provando un immenso sollievo per i miei poveri muscoli e per la mia stessa vita. In quel momento, però, le nostre esistenze erano affidate alla forza, al coraggio e alla resistenza del compagno che, sdraiato sul ciglio, sosteneva il peso di entrambi. Quel giorno, comunque, le stelle erano con noi! Non solo ci difesero dalla pioggia di frecce che ci cadeva intorno, ma diedero anche le energie necessarie al nostro compagno affinché riuscisse a sollevarci entrambi.

Quando finalmente mi ritrovai in salvo, li guardai con il cuore colmo di ammirazione e di gratitudine. Come avevo potuto dubitare?

Il terrore del precipizio mi aveva annebbiato la mente, e fatto sottovalutare la solidarietà dei compagni, il loro sprezzo del pericolo e la prontezza di spirito. Avevano sfidato un nugolo di frecce per aiutarmi e io gliene ero grato.

I dardi piovevano intorno a noi, ma io mi reggevo a stento sulle gambe. Mi ripararono con il loro corpo e mi sostennero mentre correvamo al riparo.

Quando arrivammo mi lasciai cadere a terra, esausto e stressato dalle tante emozioni vissute. I bambini mi circondarono, salutandomi con urla e salti di gioia mentre, l’imperatrice, socchiuse gli occhi e annuì dolcemente con il capo.

Non disse una parola, ma nei suoi occhi lessi il sollievo e la contentezza.

Volsi ancora uno sguardo ai nemici al di là del burrone. Tra noi e loro c’era l’abisso e se non rinunciavano a inseguirci, erano costretti a fare un lungo giro per raggiungerci. Almeno per il momento, eravamo in salvo.

Resisi conto che la loro preda era sfuggita, erano lividi di rabbia. Inveivano e continuavano inutilmente a bersagliare la nostra sponda di frecce. I miei compagni li derisero e per qualche istante, mentre riprendevo fiato, li lasciai fare, quindi ordinai di riprendere il cammino.

La notte, scesa improvvisa, era troppo oscura senza la perlacea luce della luna, coperta da un cumulo di nuvole ma, in compenso, c’era una distesa di stelle occhieggianti da lasciare senza fiato.

Trovammo un riparo tra le rocce, perché i bambini mostravano segni di stanchezza e, sinceramente, anche noi eravamo esausti.  Dopo essermi assicurato che la famiglia reale avesse abbastanza agio, mi rilassai. Finalmente potevamo riposare tranquilli. Non sussistendo nemmeno più il timore di essere individuati da lontano, accendemmo dei falò per riscaldarci dal vento gelido della notte, e per cuocere un po' di carne sulla brace. Le nostre riserve di cibo erano poche e furono in molti quelli tra noi adulti a rinunciare alla loro porzione di carne per nutrire i piccoli. Ben presto avremmo dovuto tornare a cacciare.

Intorno al fuoco ringraziai i miei compagni per il loro pronto intervento e in modo particolare Tien Wong: «Rimango in debito con te, amico mio! Hai rischiato la vita per salvare la mia.»

Lui scosse la testa in modo modesto: «Scommetto che avresti fatto altrettanto per me, Hui!»

Annuii, ma avvertivo l’emozione crescere nel mio petto e per evitare i lucciconi agli occhi, li abbassai e gli protesi il pugno. Lui fece altrettanto e ci toccammo: «Non lo dimenticherò mai, Tien!»

«Lo so!» concluse, sorridendo.

Dopo aver disposto per precauzione i turni di guardia, mi abbandonai finalmente a un sonno ristoratore. 

Monastero Del Canto del Vento

 

I miei compagni mi avevano permesso di sospendere il racconto di mio padre e delle sue avventure con la famiglia reale solo dopo che ebbi promesso che avrei continuato la sera dopo. Così ci addormentammo, fantasticando sulle imprese dei grandiosi monaci guerrieri. Io, in particolar modo, avevo impressa nella mente la figura di mio padre mentre affrontava le innumerevoli insidie della montagna, e quell’immagine mi accompagnò anche dopo aver oltrepassato la soglia del regno onirico.

Il mattino dopo il Venerabile Padre mi mandò a chiamare. Mi affrettai a raggiungerlo e mi inchinai nell’antico saluto, così come ci era stato insegnato e sentivamo doveroso fare noi tutti davanti al sommo capo del monastero. Mi portai la mano aperta sul cuore, quindi sulla fronte e attesi a capo chino che parlasse.

Si trattava di una personalità carismatica, dal passato glorioso, che aveva vissuto un’esistenza avventurosa, combattuto innumerevoli battaglie con una serie infinita di vittorie. Oltre a essere in soggezione ero talmente emozionato, che sentivo il cuore battere forte nel petto.

«Salute a te, Hui Ling! Ho avuto il privilegio di conoscere tuo padre, e anche quello di combattere al suo fianco» mi salutò il santo uomo, dopo avermi studiato per qualche secondo.

Ora potevo parlare. Cercai di dare alla mia voce un’intonazione umile, poiché mi trovavo davanti a una persona la cui aurea mistica suggestionava tutti noi giovani aspiranti monaci.  La sua fama incuteva un grande timore reverenziale.

«Mio padre mi ha parlato di te, venerabile padre!  Sono onorato di fare la tua conoscenza e di far parte di questo onorevole gruppo!» risposi, rivolgendomi alla sua persona con il temine più appropriato.

Il Gran Maestro non rispose subito, ma per lunghi istanti si limitò a scrutarmi con attenzione. Mentre lui squadrava ogni centimetro del mio corpo, valutandone la solidità e la prestanza, approfittai di quei momenti e studiai il suo volto con altrettanta curiosità. Non so con quale temerarietà lo feci. Forse fu l’ardore giovanile, che mi spingeva a desiderare di essere come lui e riuscire un giorno a emularne la personalità e le gesta.

Poi, inevitabilmente, i nostri sguardi si incrociarono e io avvertii il mio volto in fiamme. Chinai il capo e percepii che mi stava sondando l’animo.

«Guardami, Hui!» mi disse, mentre un lieve sorriso gli increspava le labbra.

«Trovo che assomigli molto a tuo padre e ne sono lieto, inoltre, i tuoi insegnanti mi hanno parlato bene di te e dei progressi da te acquisiti ogni giorno di più in questa nobile arte. So che stai raccontando la storia di tuo padre e della famiglia imperiale ai tuoi compagni.  Io ero al suo fianco in quei giorni e ne sono testimone. Ricordo con grande orgoglio le traversie vissute da noi tutti durante quella terribile traversata del passo e della discesa dalla montagna. Non serve che ti dica che tuo padre si è comportato eroicamente, salvando la vita a tutti noi.  Quando è stato costretto a lasciare il monastero, dopo aver subito la mutilazione, tanti di noi hanno versato lacrime di amarezza.»

Le sue parole mi avevano sorpreso e commosso. Ignoravo il fatto che conoscesse mio padre e che addirittura avessero vissuto insieme quell’avventura.

«Venerabile padre, forse sarebbe più giusto che raccontaste voi ai miei compagni ciò che accadde in quei giorni!»

«No, mio caro ragazzo! Penso che sia più giusto che lo faccia tu! Solo una cosa ti domando. D’ora in poi dovrai farlo nella sala delle udienze, in modo che la storia gloriosa dei monaci guerrieri, venga sentita da tutti gli abitanti del monastero. Te la senti di farlo, figliolo?»

«Ci proverò, maestro!» risposi all’onorevole decano.

Il saggio uomo mi congedò, ma mi parve di sentire il suo sguardo accompagnarmi benevolmente al di fuori di quella stanza.

Quella sera, subito dopo cena, fummo convocati tutti nella sala delle udienze. Mi fecero salire nel pulpito situato al centro di quella grande sala cerimoniale, e lì con voce rotta dall’emozione, dapprima tentennante e poi sempre più decisa, ricominciai il mio racconto. Erano presenti molte decine di persone, tutte pronte ad ascoltarmi e per me fu assai difficile concentrarmi.

 

Montagna Sacra 20 anni prima

 

“Avevamo dovuto abbandonare i cavalli al di là del burrone e passata la prima euforia per aver superato il terrificante ostacolo, noi adulti fummo di nuovo presi dall’ansia nel constatare la reale drammaticità delle nostre condizioni.

Eravamo sperduti in mezzo alle montagne con temperature rigidissime, il tempo che non prometteva nulla di buono e, per finire, senza acqua e senza viveri di scorta.

La mia maggiore preoccupazione erano i bambini. Mi domandavo quanto fossero in grado di resistere in condizioni talmente estreme, da minare anche la resistenza di uomini temprati.

Nonostante l’inquietudine che cresceva di ora in ora, cercai di scacciare ogni pensiero importuno e impegnarmi ancora di più al fine di limitare al massimo i loro disagi e le sofferenze.  Dovevamo ringraziare gli dei tutti quanti se eravamo ancora vivi e solo il fatto di essere ancora tutti insieme e in buona salute doveva bastarci.

Mi addormentai comunque, pensando ai problemi che avrei dovuto affrontare l'indomani, senza presagire che quello che ci attendeva era ancor peggio di quanto era già avvenuto.

Quando vennero a svegliarmi per il mio turno di guardia, aveva appena iniziato a nevicare. Perlomeno, avevamo risolto il problema dell’acqua, considerato che si poteva sciogliere la neve e bollirla.

Ma ero altresì consapevole che una semplice nevicata a quell'altezza, in pochi minuti poteva trasformarsi in una tormenta, che avrebbe potuto continuare per giorni e giorni, ininterrotta. Se ciò fosse accaduto, saremmo rimasti isolati e bloccati. Non potevo permetterlo, non con i bambini al seguito e privi di scorte di cibo. Dovevamo assolutamente andare a caccia.              

Ognuno di noi era un abile cacciatore. Eravamo stati addestrati al tiro con l’arco, e a quello della lancia, e con quelle armi, ben poche prede potevano sfuggirci.

Il solo dubbio che condividevo con i miei compagni era: dove trovare le prede a quell’altezza e con quel tempo?

Nessuno ebbe il coraggio di palesare il problema davanti ai bambini e ognuno di noi tacque, mostrando invece sicurezza.

Ci prese la smania di scendere di quota e ci preparammo a ripartire. Senza più cavalcature, ognuno degli adulti si fece carico di assicurarsi uno dei piccoli sulla schiena, e ci avviammo sul sentiero in discesa.

Mai decisione si rivelò più azzardata!

Come avevo paventato, dopo nemmeno un'ora arrancavamo in mezzo a una tormenta spaventosa. Non potevamo proseguire e nemmeno tornare indietro. I piccoli ricominciarono a piangere per il freddo.

Il rischio più grande, pensai, era che qualcuno cadesse in un crepaccio. Per questo decisi di fermarci, dovevamo assolutamente trovare un rifugio.

Liberai tre miei compagni dal fardello che portavano sulla schiena mandandoli in esplorazione. Non prima di aver segnalato loro, tramite un pezzo di stoffa rossa attaccata a un ramo, il punto preciso in cui ci eravamo fermati, cosicché avrebbero potuto ritrovarci anche in mezzo alla bufera.

Con gli altri miei compagni mi diedi da fare per costruire un riparo provvisorio, che seppur precario, ci avrebbe aiutato, sin quando gli altri non avessero trovato un rifugio più sicuro.

Legai saldamente le nostre coperte l'una all'altra a dei pali di fortuna, e sotto quella tenda improvvisata cominciammo l'attesa.

Solo due di loro fecero ritorno. Uno era ferito, mentre del terzo non si seppe più nulla.

Perlomeno i due avevano trovato un possibile ricovero in una caverna, dove ci dirigemmo subito.

Legammo di nuovo i principi l’uno all'altro per il timore che si smarrissero in mezzo al turbinio della fitta nevicata, e assicurammo ancora una volta i più piccoli sulla nostra schiena, affinché non sprofondassero nella coltre nevosa già alta.

Anche l'imperatrice avrebbe voluto farsi carico di un piccolo ma io glielo negai. Già si proseguiva a stento sulla neve alta e nella bufera e se glielo avessi concesso si sarebbe trovata presto in grande difficoltà. «No, mia signora. Ci pensiamo noi a portare i bambini.» le dissi, in modo deciso. Lei annuì, anche se le lessi nello sguardo che non era d’accordo.

Misi Tien ad aprire la marcia, e un altro in retroguardia. Eravamo tutti con i sensi all'erta, poiché il pericolo che qualcuno cadesse in una voragine era altissimo. Fu allora che avvertii il lugubre richiamo.

In principio, mi parve il sibilo del vento che soffiava impetuoso sferzandoci la pelle con le sue carezze gelide, ma poi tesi le orecchie e questa volta non potei fare a meno di rabbrividire. Non era il freddo! Erano ululati, e anche abbastanza vicini.

Lupi, tanti! Percepii, più che vederla, la manovra di accerchiamento. In quel momento eravamo vicini al rifugio, ma davo per scontato che avremmo dovuto difenderci in mezzo alla tormenta.

Sentivo gli ululati e i ringhi molto vicini, e ordinai di fermare la colonna disponendoci in un cerchio difensivo attorno ai bambini.

continua...


                                                                            



Racconto pubblicato nel 2012 da Garcia edizioni
immagi Phoneky e Pinterest


venerdì 28 maggio 2021

Il mito di Giacinto e di Apollo

 


Chi dice che l’amore sia lecito e naturale solo se nasce tra persone di sesso diverso? L’amore per me è come un fiore scaldato dai raggi del sole o, illuminato indifferentemente, da quelli della luna. Forse che quel fiore è meno bello, colorato o profumato?  Ebbene, io credo di no! L'amore, in tutte le due forme e direzioni, è il sentimento più bello e importante del mondo e penso proprio che questo nostro, bistrattato pianeta avrebbe bisogno che ce ne fosse molto di più.

La leggenda che vorrei narrarvi oggi vede tre protagonisti maschili: Giacinto, il dio Apollo e Zefiro e narra la storia di un amore intenso e colmo di passione.

Pare che Giacinto fosse un giovane principe di Sparta, talmente bello e avvenente che di lui si innamorarono il dio Apollo, Zefiro il dio del vento e Tamiri, leggendario poeta e cantore greco, che si vantava di saper cantare molto meglio delle Muse.

Apollo non considerò mai Tamiri un rivale veramente pericoloso e nemmeno un ostacolo insormontabile tra lui e il giovane principe ma, per eliminare senza fatica l’eventuale antagonista in amore, riferì alle Muse il vanto del poeta. Le figlie di Zeus non presero molto bene la spacconata del cantore greco e lo punirono accecandolo e privandolo delle sue virtù canore.

In seguito Giacinto accettò la corte serrata del dio Apollo, ma Zefiro, geloso del sentimento sbocciato tra i due, decise di mettere fine alla loro bella storia d'amore.

Durante un allenamento di lancio del disco organizzato per impressionare l'amante, Apollo si esibì per primo in un lancio spettacolare del disco, che saettò nel cielo ad una velocità impressionante. Il dio del Vento, che non aspettava altro che l'occasione giusta, spirò una violenta folata facendo deviare il disco lanciato da Apollo e scaraventandolo sulla fronte di Giacinto. Il colpo fu talmente violento da risultare fatale al giovane principe.

Apollo si disperò per la perdita immatura del suo bel innamorato e dal sangue che sgorgò dalla ferita fece nascere il fiore che porta ancora il nome dell'amato.

Ovidio narra che, Apollo, prima di tornare nell'Olimpo, contemplando il fiore appena creato, volle compiere un ultimo significativo gesto incidendo sui petali  le lettere" ai" a simboleggiare i suoi divini lamenti per l'immenso dolore provato. 

                                                   

                   


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giovedì 27 maggio 2021

Il Monastero del Canto del Vento (2a parte)

 


In quel momento i nostri avversari si trovarono in svantaggio numerico, e volsero le spalle per fuggire. Non potevo permetterlo e urlai: «Inseguiteli! Non permettete che quegli assassini rimangano impuniti!» ordinai, mentre mi facevo carico della salvaguardia della famiglia reale.

«Vi prego di seguirmi, maestà.» la sollecitai, con la massima premura ma anche il dovuto rispetto.

Lei scosse la testa mestamente gettando un’occhiata stralunata al corpo del marito, che giaceva in una pozza di sangue. Fece il gesto di lanciarsi, ma io la trattenni per un braccio con gentilezza.

«Non c’è tempo, mia signora. Occorre portare in salvo i principini.»

I suoi occhi erano colmi di lacrime e smarrimento ma annuì e ricacciò indietro il pianto stringendo a sé i suoi figli.

Con il suo aiuto e con quello di due compagni, cercai in tutti i modi di evitare loro la visione terrificante del cadavere del padre. Non so quanto riuscimmo nell’intento, ma quando lasciammo la stanza tirai un sospiro di sollievo, poi con le dovute cautele, li scortammo per un passaggio segreto fino alle scuderie.

Nelle stalle regnava tanta confusione, anche per via dei cavalli che i nemici avevano lasciato liberi e che intralciavano i locali, abbandonati a loro stessi. Per fortuna, i guerrieri erano tutti impegnati a occupare il palazzo e in giro non si vedeva nessuno.

Dovemmo aiutare i più piccoli a montare in sella. Ne feci salire due per volta su ognuna delle cavalcature, e quando infine ci avviammo, volsi il mio sguardo al palazzo.

La residenza era completamente avvolta dalle fiamme e le lingue di fuoco erano talmente alte, che mi parve arrivassero a lambire il cielo. Percepii il dolore dell’imperatrice e mi parve di avvertire anche un sospiro soffocato, allora volsi discretamente il mio sguardo da un'altra parte. Non volevo si sentisse a disagio. Quel giorno, lei e i suoi bambini avevano già subito troppo dolore e troppe umiliazioni.

Cavalcammo a pelo per più di un'ora prima di essere raggiunti dai pochi compagni superstiti.

Li salutai con gratitudine. Avevano speso tutte le loro energie per coprire la nostra fuga e li ringraziai.  Nei loro occhi ravvisai la mia stessa inquietudine.


Il nostro cuore era oppresso da un macigno doloroso. La stirpe del Drago Azzurro aveva subito una grossa perdita con la morte del sovrano e quello che rimaneva era in estremo pericolo. Per il bene dell’Impero occorreva portare in salvo i bambini, eredi naturali del seggio rimasto vacante. Il pensiero dell’imperatore e dei nostri compagni caduti ci accompagnò per buona parte di quella notte tragica.

I dubbi e le domande iniziarono ad assillarmi:” Chi e quale potere oscuro desidera l’annientamento della stirpe reale? Qualcuno molto vicino al trono o qualche straniero ansioso di ampliare il suo potere?”

Iniziai a vagliare alcune possibilità, in quel momento senza venire a capo dell’enigma.

L'alba che sorse grigia e nebulosa, ci trovò ancora a cavallo. Essendo il più anziano del gruppo avevo preso naturalmente la guida di quel manipolo di fuggitivi e ordinai una sosta.

«Fermiamoci qui. I piccoli hanno bisogno di essere rifocillati e di riposo.»

Li aiutammo a scendere dai cavalli, alle cui criniere erano rimasti aggrappati con tutte le loro forze. Il loro sguardo attonito si spalancò su di me. Quella notte avevano perso tutto, e io ero la prima persona che era intervenuta e che aveva salvato loro la vita. Capivo chiaramente che ero diventato il loro eroe e il loro nuovo punto di riferimento. Si affidavano guardandomi con speranza e fiducia.

 Accarezzai quelle testoline indifese, giurando a me stesso che non avrei lasciato nulla di intentato per portarli in salvo.

Trovammo rifugio in una caverna nei pressi, e la maggior parte dei principi crollò in un sonno agitato, mentre disponevo i primi turni di guardia.

L’imperatrice si chiamava Maylin, Giada Preziosa, ed era giovane e bella. La sua pelle era di porcellana e i capelli nerissimi, che non aveva avuto il tempo di raccogliere a causa del brusco risveglio, le si inanellavano in lunghe ciocche intorno al viso mettendone in risalto la perfezione dei lineamenti.  Gli occhi a mandorla, neri come l’ematite, brillavano di intelligenza e di profonda tristezza.

Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono e la sua bocca si increspò in un sorriso mesto e dolcissimo. Il mio cuore accelerò i battiti e la ringraziai chinando poi modestamente il capo.

Ma la nostra sosta non durò a lungo. Dopo nemmeno un paio d’ore, il verso del cuculo, ripetuto tre volte, ruppe il silenzio e ci mise in allarme. Era il segnale delle sentinelle. Gli inseguitori erano vicini.

A malincuore mi affrettai a svegliare l’imperatrice e i principini.

Maylin non dormiva. Se ne stava appoggiata con la schiena alla roccia e quando la raggiunsi mi accorsi che aveva pianto.

Lei tentò di nascondermi la sua profonda malinconia, ma gli occhi rossi e l’umidore delle sue guance denunciavano il grande dolore per il lutto che aveva nel cuore.

«Perdona, mia signora. Dobbiamo andarcene. Gli inseguitori sono vicini.»

Senza nemmeno la forza o la voglia di parlare, emise un sospiro ed annuì, sollevandosi agilmente con la grazia di un felino.

La veste di seta che indossava, frusciò e io guardai con apprensione il lussuoso e colorato kimono. Non era certo una veste adatta a un viaggio e in caso di pericolo le avrebbe impedito ogni movimento.

Lei intercettò il mio sguardo e allargò le braccia scuotendo la testa: «Purtroppo non posseggo altro.»

«Se permetti, mia signora, posso fornirti un equipaggiamento più consono al viaggio che ci aspetta.»

«La nostra salvezza è nelle tue mani e farò come credi sia meglio, comandante.»

La ringraziai con un inchino e corsi all’esterno alla ricerca del guerriero più esile del mio gruppo.

Recuperai un paio di braghe comode e lunghe e una tunica che le avrebbero semplificato la cavalcata e gliele portai.

Quell’abbigliamento spartano non era certo indicato a una sovrana ma lei lo prese, ringraziandomi, poi si ritirò in un angolo e li indossò.

Quando fu pronta svegliammo i bambini, e in pochi minuti eravamo già tutti a cavallo. Mi misi un'altra volta alla guida del gruppo e ci avviammo per un sentiero scosceso verso le montagne.


La nostra, disperata fuga ricominciò. Avevo lasciato alcuni dei guerrieri a proteggerci le spalle e le urla di un feroce combattimento risuonarono presto nella gola. Pensai che finché si fossero sentite le urla, gli eredi al trono non erano in pericolo.

Continuammo a risalire su per l’erta che avrebbe dovuto portarci al valico, con i cavalli al passo, ma dopo poco che era sorta l’alba, ci trovammo di fronte a un burrone attraversato da una passerella che oscillava in modo inquietante sferzata com’era dalle folate decise del vento.  Probabilmente per via dell’oscurità e pressati dagli inseguitori, avevamo imboccato un sentiero sbagliato.  

Senza dire una parola studiai il panorama scambiando poi un'occhiata preoccupata con i miei compagni e cercando di nascondere all’imperatrice i miei timori.

Il ponte che congiungeva le due sponde dell’abisso e che eravamo obbligati a percorrere, aveva un aspetto fatiscente. Probabilmente erano anni che nessuno lo attraversava.

Maylin, rimasta indietro con i bambini ci raggiunse e scrutò con aria smarrita il vuoto.

«Non abbiamo altra via, vero?» domandò con espressione preoccupata.

«No, mia signora. Non abbiamo alternative.» risposi con amarezza. «Ma dobbiamo comunque provarci.» terminai.

Del resto, per aggirarlo ci sarebbero voluti giorni e con gli assassini che ci premevano alle spalle, non avremmo avuto tutto quel tempo.

Difatti, il suono di zoccoli di cavallo giunse fino a noi, anche se lontano, amplificato dalle roccaforti rocciose che cadevano a strapiombo.

Mi prese l’ansia e la brama di trovare presto una soluzione. Lei dovette percepire la mia inquietudine, perché posò uno sguardo colmo di pena sui bambini.  Intercettai per un attimo quegli occhi limpidi e miti, e per pochi, interminabili secondi rimanemmo incatenati l’uno all’altra.

Forse fu proprio il suo sguardo a ispirarmi una possibile via di uscita.

«Troverò il modo!» affermai, ostentando più sicurezza di quel che in realtà provassi. Riuscii a strapparle un debole sorriso, che mi gratificò. «Ne sono certa! Ho molta fiducia in te, comandante e so che farai di tutto per portarci in salvo!»

Quella sua dolcezza era disarmante. Prima dell’attacco al Palazzo reale non avevo mai avuto occasione di avvicinarla e di parlarle. Non ne avevo il diritto, non ne avevo il permesso. Però l’avevo sempre ammirata da lontano per la sua bellezza e il suo comportamento esemplare. A corte l’imperatrice era ammirata per la sua semplicità, eleganza e raffinatezza di modi ed era per queste sue qualità che si era conquistata la stima e il rispetto di tutti i nobili, dei guerrieri e persino la servitù.

Ora che avevo avuto occasione di conoscerla meglio e da vicino, l’ammiravo ancor di più.

La vidi arrossire sotto il mio sguardo attento. Non mi ero accorto di essermi soffermato troppo a scrutarla e mi biasimai per questo. L’avevo messa a disagio. «Grazie per la fiducia, mia signora!» balbettai, imbarazzato come uno scolaretto.

La mia attenzione ritornò a fatica sul ponte sospeso. L’aspetto non ispirava grande fiducia, tuttavia essendo la nostra sola via di salvezza, decisi che avremmo cercato di attraversarlo con infinite cautele, e che, molto probabilmente, avremmo dovuto abbandonare i cavalli.

«Stai attento!» mi suggerì il mio amico e compagno di avventure Tien Wong, offrendomi il capo di una lunga fune da legarmi in vita e tenendone l’altro capo saldamente arrotolato alla sua spalla. Lo ringraziai con un cenno e mi avviai con cautela a sondare con i piedi, e poi con tutto il mio peso, la solidità delle assi, che costituivano la traballante base del ponte.

Purtroppo, quello che potei accertare non mi rassicurò. La maggior parte delle tavole erano sconnesse, e alcune addirittura mancavano, formando degli spazi pericolosi al di sopra dell'orrido. Tastai anche la robustezza delle   corde che lo reggevano sospeso, simile a un lunghissimo serpentone traballante.  Con mio grande disappunto constatai che non erano in condizioni migliori della base, essendo logore e sfilacciate, usurate dal tempo passato alle intemperie.

Venni distolto dalle mie tetre considerazioni da un’eco e tesi le orecchie cercando di distinguere i suoni che le pareti rocciose rimandavano fino a noi. Erano voci. Anche i miei compagni le avevano udite, come anche i bambini. In quel momento, mi parvero minacciosamente vicine. Non c’era un attimo da perdere, dovevamo attraversare.

Presi la mia decisione risoluto, avrei aiutato gli altri a superare l’insidioso ostacolo.  

Mi concessi solo qualche minuto per concentrarmi, poi mi diressi decisamente sul primo spazio vuoto e mi sdraiai col ventre rivolto verso il burrone. Il mio corpo bastava appena a coprire il vuoto che affacciava sul baratro, ma riuscii a tendermi fino ad afferrare con forza le assi distanziate, con lo sforzo sovrumano delle braccia e delle gambe.

Con quel sistema feci passare dapprima un mio compagno, che teneva tra le mani uno dei capi della lunghissima corda che adoperammo per assicurare i bambini a uno a uno.  

Non cercai di affrettare i principini perché erano già troppo impauriti, sebbene la madre li esortasse a essere coraggiosi e ad avanzare. Sulla passerella ripetei quella operazione parecchie volte e seppure con una lentezza esasperante i bambini passarono tutti.

Dopo di loro fu la volta dell’imperatrice. La vidi esitare e tentai di rassicurala: «Non temere, mia signora. Sono forte come un toro e qualunque cosa possa accadere non ti lascerò cadere nel burrone.»

Percepii tutta la sua ansia dal respiro affannoso e dallo sguardo che saettava su entrambe le sponde e la sollecitai ancora sussurrandole: «Non c’è più tempo, Maylin. Tra poco il nemico sarà qui.» L’avevo chiamata per nome, forse per spronarla a reagire e mi domandai se, in seguito, mi avrebbe mai perdonato per la mia sfrontatezza. Ma ci sarebbe mai stato un seguito a quel giorno?

Avvertii il suo timore a posare il peso sul mio corpo, ciò nonostante mi meravigliai: era fragile e minuta e quando posò il minuscolo piedino sulle mie gambe prima, sulla schiena e sulle braccia tese allo spasimo, mi diede l’impressione del tocco lieve di una farfalla che si posa su un ramo.

Maylin superò tremante il primo ostacolo e subito dopo mi spostai con cautela per ripetere l’operazione. Solo quando fu in salvo stirai più volte i muscoli che mi bruciavano per lo sforzo fatto.

Dovetti poi affrontare il passaggio dei miei compagni dal fisico possente, ma prima chiesi qualche minuto per riprendere fiato e rilassarmi, quindi con un ultimo sforzo sovrumano, li feci passare.

Quando anche l’ultimo dei guerrieri passò, non ebbi il tempo di raggiungere l’altra sponda e alcune tavole marce, già messe a dura prova dai precedenti passaggi, si spaccarono, lasciando ampi spazi vuoti nella finale.  

Mi ritrovai a un passo dall’altra sponda e dalla salvezza, ma per me la situazione si era complicata.  Guardai con apprensione il ponte davanti a me; gli scricchiolii che sentivo non mi rassicuravano affatto, ma cercai di non pensare all’abisso che si spalancava sotto i miei piedi. Non avrei potuto oltrepassare quei vuoti nemmeno saltando e dalla parte opposta il rimbombo degli zoccoli dei cavalli era diventato assordante.

Dovevo rilassarmi e concentrarmi per trovare una soluzione. Chiusi gli occhi e convogliai la mia mente sulla mossa dell'airone quando sta per spiccare il volo e su quella della pantera nel momento in cui balza addosso alla sua preda. Avrei dovuto librarmi con la leggerezza propria del volatile, e percorrere gli ultimi venti metri con il balzo dell’elegante e agile felino.

Raccolsi tutte le mie energie nelle gambe e nella schiena e spiccai un balzo acrobatico. Per qualche breve, interminabile istante mi parve davvero di avere le ali e guadagnai un bel po’ di metri, ma quando mancava pochissimo al mio atterraggio sull’altra sponda, la spinta che mi ero dato esaurì la sua potenza e atterrai di nuovo sul legno.  Sentii il ponte cedere sotto il mio peso e i bambini e l'imperatrice urlare dall’angoscia.

Le corde si spezzarono, così come la traballante passerella e io mi aggrappai a una delle tavole. Ormai senza fiato, mi ritrovai a penzolare appeso al moncone che pendeva nell’orrido.

Anche la corda che avevo legato alla vita penzolava nel vuoto. Con il balzo che avevo compiuto per evitare di precipitare, avevo strattonato violentemente l’altro capo dalle mani del mio compagno e lui, per mantenere l’equilibrio sul ciglio dell’abisso, era stato costretto a mollare la presa.  

Ero nei guai!

continua...

                                              


 Racconto pubblicato dalla Garcia edizioni nel 2012

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