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La colomba della pace
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domenica 5 luglio 2020
La leggenda di Dafne
venerdì 3 luglio 2020
La leggenda dell'Araba Fenice
mercoledì 1 luglio 2020
La leggenda di Narciso
Sul mito di
Narciso hanno favoleggiato molti antichi autori ma, la leggenda più famosa e
forse più suggestiva è quella scritta dal poeta romano Plubio Ovidio Nasone,
conosciuto semplicemente come Ovidio.
Il racconto
che, probabilmente, è ispirato alla versione ellenica di Partenio, il poeta lo
arricchisce di particolari per aumentare il fascino e la magia della trama.
Ovidio narra che Narciso, giunto al sedicesimo anno di età, era già un giovane di un'avvenenza tale da affascinare chiunque lo avesse incontrato, rimanendone ammaliato e innamorandosene, a prescindere dal sesso e dall'età.
Ma
Narciso, del tutto indifferente nei riguardi del prossimo, pare respingesse ogni
proposta amorosa.
Un
giorno, mentre era a caccia di cervi, il giovane udì una voce dalla tonalità
argentina, che si esprimeva in modo limitato con molti gorgoglii musicali e
risate.
Quella voce apparteneva alla ninfa Eco che, appena lo vide, rimase ammaliata dal suo fascino. Desiderosa di comunicare con lui ma, del tutto incapace, Eco iniziò a seguire il giovane di nascosto. La leggenda prosegue narrando che la giovane ninfa era stata privata della possibilità di parlare dalla dea Era, per punirla di averla intrattenuta con discorsi fatui mentre Zeus la tradiva con altre ninfe.
Del
tutto ignorata da Narciso, la speranza di Eco di poterlo sedurre,
andò ben presto in fumo e la ninfa dovete arrendersi di fronte alla glacialità
che il giovane le dimostrava.
Delusa
e affranta, Eco si isolò dal resto del mondo lamentandosi e
piangendo fino a consumarsi e fino a che di lei rimase soltanto l'eco della sua
voce nell'aria.
Ma Nemesi, la dea distributrice di giustizia, raccolse i suoi accorati lamenti e commossa e impietosita decise di punire lo sprezzante giovane.
Mentre
passeggiava nel bosco Narciso si imbatté in una polla di acqua cristallina e vi
si accostò per dissetarsi.
L'acqua
gli rifletté l'immagine di un bellissimo giovane che lo fissava a sua volta.
Non essendosi mai specchiato, Narciso non si riconobbe in quell'avvenente figura
e se ne innamorò follemente.
Sarà
soltanto dopo un po' di tempo che si renderà conto della realtà e consapevole
che il suo fosse un amore folle e impossibile si lasciò morire di stenti.
Quando
le ninfe ne prelevarono il corpo per porlo sulla pira funeraria, tra l'erba trovarono un fiore sconosciuto, a cui venne dato lo stesso nome del giovane vanesio.
La
leggenda si conclude con Narciso mentre attraversava lo Stige, il fiume dei
morti. Il giovane si affacciò nelle acque scure, con la speranza di rivedere
ancora una volta il volto e la figura di cui si era tanto innamorato.
immagini Pinterest
lunedì 29 giugno 2020
La favola di Amore e Psiche
Amore e Psiche
sono i due protagonisti della favola narrata nell’opera di Apuleio “Le
Metamorfosi” anche se, sembrerebbe, tramandata da un’epoca antecedente
l'autore.
Nella leggenda
Psiche, mortale dalla bellezza comparabile ad Afrodite, la dea della bellezza e
dell'amore, non riusciva a trovare un marito e vagava di villaggio in villaggio
venerata come fosse stata l'incarnazione della dea e indicata con lo stesso
nome.
Ma, Amore, nello
scagliare la fatidica freccia, sbagliò mira e ferì se stesso a un piede, di
conseguenza fu lui a innamorarsi perdutamente della giovane donna.
Nel frattempo, i
genitori di Psiche, consultarono un oracolo per conoscere il destino che
attendeva la loro figliola e il responso fu questo in rime:
Come a nozze di morte, vesti la tua fanciulla
ed esponila, o re, su un’alta cima brulla.
Non aspettarti un genero da umana stirpe nato
ma un feroce, terribile e malvagio drago alato
che volando per aria ogni cosa funesta
e col ferro e col fuoco ogni essere molesta.
Giove stesso lo teme, tremano gli dei di lui,
orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui.
Di seguito a questa terrificante profezia, Psiche venne abbandonata dai genitori su una rupe, ma fu Amore, con l'aiuto di Zephiro, a salvarla e a condurla nel suo palazzo imponendo però alla giovane che i loro incontri d'amore avvenissero soltanto nelle ore notturne e immersi nella totale oscurità in modo tale che, Psiche non riuscisse mai a rendersi conto della natura divina del suo amante.
Psiche diventò
prigioniera di una passione che la incatenò anima e corpo e che le travolse i
sensi.
Ma una notte,
spinta da un’ardente curiosità di conoscere il volto dell'innamorato e, con la
complicità delle sorelle, la giovane si avvicinò alla figura di lui, che
dormiva profondamente, protendendo una lampada a olio. Ma il destino
era in agguato. Prima che la giovane riuscisse a distinguere il volto
dell'amato, una goccia di olio ardente cadde, ustionando Amore.
“... Colpito il
Dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d'improvviso
silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata
sposa.”
Affranta e scoraggiata la giovane tentò più volte il suicidio ma gli dei glielo impedirono.
Psiche inizierà
un vagabondaggio alla ricerca del suo innamorato, vendicandosi delle sorelle e
addossando loro la colpa di quanto le era accaduto. In seguito, tentò di
conquistarsi il favore degli dei offrendo loro doni e fiori in ogni tempio che
incontrava lungo il cammino. Ma quando arrivò al tempio dedicato ad Afrodite le
si consegnò, confessandole di aver tradito la fiducia del figlio, nella
speranza di rabbonirla.
Per l'ultima
prova, quella più estrema, la giovane avrebbe dovuto scendere fino agli inferi,
alla ricerca della dea Proserpina, per domandarle di cederle un po' della sua
bellezza.
Presa dallo
sconforto per l'immensità della sfida, la giovane tentò il suicidio gettandosi
da una delle torri di roccia ma, di fronte a tanto dolore, la torre stessa si
impietosì e animandosi le impedì di compiere il gesto fatale. In seguito, prese
a consigliarla su come affrontare la prova e di come uscirne indenne.
Secondo le
istruzioni, Psiche doveva recarsi all'ingresso dell’Ade portando con sé due
focacce di miele e due oboli. Una focaccia da offrire a Cerbero, il
terrificante guardiano degli inferi e l’obolo da offrire a Caronte, il
traghettatore delle anime. Le stesse donazioni avrebbe dovuto offrirle al
ritorno per poter uscire dagli inferi. La torre le raccomandò, inoltre, di non
aprire la boccetta contenente gocce di bellezza della infernale regina.
Psiche seguì
diligentemente le indicazioni e riuscì a portare a termine la sua quarta prova
ma, sulla via del ritorno, non seppe resistere e aprì la boccetta con
l’intenzione di rinfrescare la sua avvenenza.
Quel gesto le
costò caro: dalla malefica boccetta fuoriuscì una nuvola soporifera che la
indusse a un sonno profondo, all'apparenza mortale.
Fu ancora una
volta Amore che, spazientito dalla lunga attesa dell'amante, partì alla sua
ricerca e a salvarla, sollecitandola poi di consegnare la boccetta ad Afrodite.
Per perorare la
causa della giovane donna, Amore si recò da Zeus raccontando tutte le vicissitudini
e le dure prove affrontate dall'amata e il signore dell'Olimpo, riconoscendo la
buona volontà e l'amore che intercorreva tra loro, fece salire Psiche
all'Olimpo facendole bere una coppa dell'elisir che donava l'eterna giovinezza
e l'immortalità elevandola tra gli dei.
In seguito, tra
danze e canti e la partecipazione di tutti gli dei, si celebrarono le nozze tra
i due innamorati e da quella divina unione nacque una figlia che
venne chiamata Voluttà.
venerdì 26 giugno 2020
La leggenda di Amaltea e della Cornucopia
La leggenda di Amaltea e della Cornucopia ha origini
molto antiche e riguarda le divinità preolimpiche.
Si narra che Crono, padre di Zeus, divorasse i figli
appena partoriti dalla moglie Rea, perché nessuno degli eredi potesse avanzare
pretese di successione e detronizzarlo.
Tuttavia, la moglie, riuscì tramite uno stratagemma, a
salvare il suo ultimogenito inviandolo sotto scorta dei Cureti, detti anche
Coribanti, sull'isola di Creta.
Il neonato venne chiamato Zeus e, secondo una delle mitiche versioni, venne
allevato in una grotta dalle ninfe Naiadi e allattato da una capra
chiamata Amaltea.
I Cureti, nominati custodi del neonato, per evitare
che il pianto del piccolo giungesse alle orecchie del famelico padre,
improvvisavano danze assai rumorose accompagnate dal battito assordante delle
armi contro gli scudi.
Nella prima infanzia Zeus, ricevette in dono dalla
ninfa Adrastea una palla formata da cerchi d'oro costruita per farlo divertire
e quando fu un po' più grande i Ciclopi gli fornirono le saette per
allenarsi, le stesse che divennero il simbolo del signore dell'Olimpo.
Un giorno mentre Amaltea si prestava a fargli da
cavalcatura, Zeus, attaccandosi con troppo vigore alle corna della sua nutrice,
gliene spezzò una, che gli rimase tra le mani. La povera capretta venne curata
dalla giovane ninfa Melissa e Zeus, grato per le cure prestate alla sua balia,
fece dono alla ninfa del corno, dopo averlo colmato di fiori e di frutta
assicurandole che, da quel momento dall'oggetto miracoloso, sarebbe sortita
ogni cosa che il suo possessore avrebbe desiderato. Nacque così il mito della
Cornucopia o, altrimenti definita, Corno dell'Abbondanza, simbolo appunto di
ricchezza e fertilità del suolo.
In un'altra leggenda Amaltea viene indicata come la
ninfa custode della capra nutrice di Zeus.
Una volta diventato signore dell'Olimpo, Zeus, per
riconoscenza donò il potere straordinario alle corna della capretta e fu allora
che nacque il mito del Corno dell'Abbondanza detto anche corno di Amaltea.
La dea dell'Abbondanza è quella figura mitologica che
incarna la prosperità e la ricchezza, nonché la custode della cornucopia con
cui elargiva viveri, oro e denari.
Secondo una narrazione di Ovidio, la dea, seguì
Saturno quando fu cacciato dall'Olimpo.
Una volta adulto, Zeus ricoprì il suo corpo con la
pelle magica di Amaltea, l’Egida, che lo rese invulnerabile durante la lotta
contro il padre Crono e i suoi fratelli, i Titani.
lunedì 22 giugno 2020
La leggenda del Pomo della Discordia
Eris, sorella di Ares, il dio della
guerra, e figlia illegittima di Zeus e di Era, veniva considerata la dea della
discordia. Una divinità molto violenta e sanguinaria, talmente crudele che,
Omero, nelle sue opere la denominò “la signora del dolore.”
Ad Eris, Zeus affidò il compito di
fomentare gli animi dei guerrieri, in modo da renderli violenti e sanguinari
sul campo di battaglia. In alcune leggende, la dea accompagna spesso suo
fratello Ares durante i combattimenti e si compiacerà per i fiumi di sangue versati
sui campi di battaglia.
Per rivalersi dell’affronto subito, Eris
si recò ugualmente al banchetto sotto mentite spoglie e recando con sé una mela
d'oro che, si narra, fosse stato raccolta da un albero situato nel giardino
delle Esperidi. Frutto sul quale la dea avrebbe inciso “alla più bella”
e che lanciò sul tavolo del banchetto.
Il gesto causò una lite furibonda tra Era,
la regina degli dei, Afrodite, la dea della bellezza e dell'amore, e Atena dea
della saggezza.
Le tre bellezze olimpiche si contesero il pomo e, non riuscendo a risolvere la questione tra di loro, si recarono da Zeus perché decidesse.
Le tre bellissime divinità, per ingraziarsi il giovane, gli fecero promesse allettanti. Atena gli promise onori e gloria in guerra e molta saggezza. Era gli promise il conferimento di poteri immensi, oltre al dominio assoluto dell’Asia Minore.
Paride, però, scelse Afrodite che gli
aveva promesso l'amore di Elena, la donna mortale più bella della terra moglie
di Menelao, re di Sparta.
In seguito, sarà proprio il rapimento della bella Elena da parte del giovane la causa scatenante della guerra di Troia, il catastrofico conflitto a cui furono dedicati svariati poemi epici, tra cui l’Iliade del poeta Omero.
domenica 21 giugno 2020
Creature mitologiche: Licantropo e lupo mannaro
Lupo
mannaro e licantropo non sono necessariamente sinonimi. Il primo viene
descritto come un grosso lupo, muta-forma, con abitudini antropofaghe, che si
trasforma contro il proprio volere e possiede poco discernimento. Il licantropo
si trasforma ogni volta che lo ritiene opportuno mantenendo il suo raziocinio
umano.
In
medicina viene riconosciuta una sindrome psichiatrica rarissima, in cui la persona
colpita assume atteggiamenti da lupo, in particolare durante un plenilunio.
La
figura di questa creatura feroce viene narrata in diverse mitologie antiche, ma
anche nella Bibbia, dove il profeta Daniele narra la storia di Nabucodonosor,
il re di Babilonia, che sarebbe stato maledetto e poi trasformato in lupo
addirittura dall'Altissimo. Il profeta narra l'episodio in questo modo: "Ehi fu
cacciato dal consorzio umano, mangiò l'erba e il suo corpo fu bagnato dalla
rugiada del cielo: il pelo gli crebbe come le penne dell'aquila e le unghie
come agli uccelli."
In
questo brano, però, viene specificato, che dopo sette anni guarì e poté tornare
a governare il suo popolo.
Nel
poema epico l’Epopea di Gilgamesh, si racconta del re sumero che la dea Ishtar,
signora della Bellezza e della Fecondità, avrebbe trasformato un pastore in un
lupo.
Si
tratta dunque dei primi due esempi di metamorfosi indotte, in seguito a
maledizioni, da volontà divine.
Anche
nella nostra penisola, presso l'antico popolo etrusco, si venerava un dio che
incarnava la figura dell'uomo lupo. Si chiamava Aita ed era il signore
dell'oltretomba. Veniva raffigurato con indosso un'intera pelle di lupo e con
la testa della belva a fargli da copricapo.
Figura
analoga, nell'antico Egitto, si può dire che fosse Upuaut. Questa divinità, da
non confondersi con Anubis, il dio dalla testa canina, era la guida per i morti
e veniva raffigurato come un lupo.
La
creatura licantropa più celebre nella mitologia greca era Licaone, figlio di Pelasgo
e re di Arcadia.
Su
questa figura mitologica sono state scritte varie leggende, ma la più nota
narra che Licaone, avendo sacrificato un bambino a Zeus, venne punito e
trasformato in lupo.
Ovidio,
nel suo Libro Primo delle Metamorfosi, narra del signore dell'Olimpo che si era
recato come ospite dal re di Arcadia. Licaone, dubitando dello stato divino di
Zeus, fece uccidere un prigioniero e ne servì le carni al dio. Quando se ne
accorse Zeus si adirò talmente da far crollare la dimora e punì il sovrano mutandolo
in lupo.
Nel leggendario popolare, nei racconti moderni e nel cinema fantastico e dell'orrore, viene narrato che la belva si possa uccidere soltanto con una lama d'argento o, altra ipotesi fantastica, che la creatura possa trasmettere la sua condizione feroce a un altro essere umano attraverso un semplice morso.
Smarrita ha l’anima nel disumano limbo
seppur gli fu culla un materno grembo;
leva in ciel maledetta luna piena,
tossica è la linfa che scorre nella vena.
Zanne, artigli e irto è il pelo
calato sull’ego è sudario di gelo!
Brama di sangue appanna la mente,
artiglia, dilania la carne fremente.
Invoca l’algida luna perché interceda
a trovar ristoro con l'ignara preda.
Bava mannara e fameliche fauci
s’arrossa lo sguardo di ardenti braci.































