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La colomba della pace
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lunedì 20 luglio 2020
Creature mitologiche: Pegaso

sabato 18 luglio 2020
La leggenda di Scilla e Cariddi

Scilla, figlia di Tifone e
di Echidna, per alcuni di Forco e di Crateis, era una ninfa dalla grazia
ineguagliabile, che amava passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il
bagno nel limpidissimo mar Tirreno.
Una sera, mentre era sulla spiaggia a contemplare la bellezza e l’immensità del mare, vide una piccola onda all'orizzonte gonfiarsi fino a trasformarsi in un mostruoso maroso, che sembrava correre verso di lei e che minacciava di sommergerla.
Impietrita
dal terrore e del tutto incapace di muoversi, la ninfa vide l'onda assumere le
sembianze di una creatura per metà uomo e per metà pesce, di colore azzurro
come il cielo e con il volto incorniciato da una folta barba verde, così come i
lunghi capelli simili a filamenti di alghe.
Scilla si riprese dalla sorpresa e dallo sgomento e, prima di essere raggiunta, tentò la fuga per cercare riparo sulle cime di un monte nelle vicinanze.
Come presa
da un incantesimo, la ninfa non riuscì ad allontanarsi molto e così fu
costretta ad ascoltare l’ammaliante voce della creatura marina che le confessò
il proprio amore e che, per impietosirla, iniziò a raccontarle la storia della
sua vita.

L’essere che l'aveva tanto spaventata si chiamava Glauco e un tempo era stato un semplice pescatore proveniente da Antidone, città situata nella regione Beozia nella antica Grecia.
A quei tempi Glauco era un semplice pescatore che amava passare le sue giornate in barca dedicando la sua vita alla pesca.
Un giorno,
mentre riparava una rete su un prato adiacente alla spiaggia, con tutto il
pescato allineato e
pronto per essere scelto e conteggiato, i pesci ripresero vita sotto i suoi
occhi e, in branco saltellando e guizzando, ritornarono in mare.
Allibito e sconvolto da quell'evento prodigioso, Glauco pensò al capriccio e al divertimento di qualche divinità ma, scartando subito l'idea, sospettò che il bizzarro fenomeno fosse dovuto a qualche proprietà prodigiosa contenuta nell'erba del prato.
Il pescatore non perse tempo e, spinto dalla curiosità, ne assaggiò qualche filo.
Mentre
ingoiava, avvertì la strana sensazione che qualcosa si muovesse nelle sue
viscere e, che quel qualcosa, si dibattesse nella sua coscienza per prendere il
sopravvento.
L'uomo iniziò a muoversi contro la sua volontà e inutilmente cercò di contrastare l'istinto che guidava i suoi passi verso le onde del mare.
Solo quando fu totalmente sommerso dalle acque si rese conto che la parte inferiore del suo corpo si era trasformata in quella di una creatura marina. Il tronco era rimasto quello di un essere umano mentre, dalla vita in giù aveva assunto le sembianze di un tritone.
La leggenda narra che gli dei lo accolsero benevolmente tra loro, tanto da intercedere per lui presso Oceano e Teti, pregandoli di togliergli ogni altra caratteristica umana rendendolo una creatura divina.
Dopo averne ascoltato le vicissitudini, Scilla, incurante del tormento e del sentimento che la creatura le aveva confessato, se ne andò, lasciandolo nella disperazione.
Per nulla rassegnato, Glauco pensò di recarsi sull'isola di Era e di domandare consiglio alla maga Circe pregandola di preparare un incantesimo affinché la ninfa si innamorasse di lui.
Allibita e sconcertata da tanta devozione di un dio verso una mortale, la maga gli fece presente che una divinità non aveva affatto bisogno di ricorrere a simili espedienti per farsi amare da una creatura terrena e, per dimostrare a Glauco la sua ammirazione, gli propose di accoppiarsi con lei.
Il dio rifiutò con tanta veemenza e trasporto da farla infuriare e meditare un’opportuna vendetta. Non appena fu sola la maga preparò una pozione magica, quindi si recò sulla spiaggia dove era solita passeggiare Scilla, versò il contenuto dell'ampolla in quella parte di mare e tornò sulla sua isola.
Quello stesso giorno la ninfa si immerse nelle acque limpide ma, all'improvviso, si accorse di essere circondata da alcune teste mostruose e ghignanti di cani.
Il suo orrore fu immenso è incontenibile quando si rese conto che quei musi e quelle teste erano attaccati alle sue gambe tramite un lungo collo da serpente.
Scilla aveva subito una terrificante mutazione rimanendo dalla testa al tronco una ninfa e dalle anche fino ai piedi l'orribile mostro con sei teste di cane.
Per
disperazione e vergogna la creatura si inabissò e prese dimora nei pressi della
grotta di Cariddi, il mostro generato da Zeus per aver rubato i buoi di Gerione
a Eracle. Il signore dell’Olimpo condannò il ladro a ingoiare e a rigettare
l'acqua del mare per tre volte al giorno.
Glauco
pianse disperatamente per la sorte toccata alla sua amata ninfa ricordandone in
eterno la figura di grazia e dolcezza di cui si era tanto innamorato.
La leggenda narra che i due mostri marini Scilla e Cariddi abbiano tuttora dimora nello Stretto di Messina e, mentre Cariddi tre volte al giorno provoca dei gorghi giganteschi minacciando di rovesciare e ingurgitare le imbarcazioni di passaggio, dall'altra parte dello Stretto, Scilla attenta alla vita dei naviganti, che cerca di ghermire con le sue sei teste.
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La leggenda di Orfeo ed Euridice
In una leggenda Orfeo viene descritto come
un poeta e un musicista cantore, le cui doti erano da considerarsi
sovrannaturali. Si narra che con la lira e con il canto riuscisse a superare la
potenza ammaliante delle sirene, riuscisse a condizionare il comportamento di
uomini e animali e addirittura riuscisse a placare la collera dei morti.
La leggenda di Orfeo è conosciuta
soprattutto per la tragica storia d'amore condivisa con la driade Euridice, la
ninfa delle querce, che tra l'altro era sua moglie.
La tragedia dei due innamorati iniziò il giorno in cui Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo, che si era invaghito alla follia della giovane driade, pur avendo ricevuto dalla ninfa vari rifiuti e determinato a conquistarla, iniziò a tormentarla con una corte spietata. Lei, per sfuggire alle ossessionanti attenzioni finì per calpestare un serpente, che reagì con un morso letale.
Lacerato per la
perdita dell'amata, Orfeo decise di recarsi negli inferi per tentare di
riportare in vita la sua sposa.
Una volta
raggiunto lo Stige, il poeta venne fermato da Caronte, il traghettatore
infernale e, lui, per convincerlo a farlo passare, prese il magico strumento e
intonò una melodia che lo ammaliò.
Sempre con la
musica e il canto, Orfeo riuscì a sedurre anche Cerbero, il mostruoso guardiano
dell'Ade.
Superati i primi
due ostacoli il poeta cantore si trovò davanti la prigione di Issione, re dei
Lapiti, punito da Zeus per aver tentato di usare violenza alla divina Era. Il
condannato era legato a una ruota in perenne movimento.
Impietosito
dalle sue accorate preghiere, Orfeo suonò la sua lira e la ruota smise di
girare. Ma si trattava di un effetto momentaneo poiché appena la melodia
cessava la ruota riprendeva a girare.
Conscio
dell’inutilità del suo intervento il musico, seppure a malincuore, riprese il
cammino trovando davanti a sé la prigione di Tantalo, il feroce semidio, che
aveva ucciso il proprio figlio per offrirne la carne agli dei e che aveva poi
rubato l'ambrosia, il nettare divino, per donarla agli uomini.
Tantalo fu così
punito dal signore dell'Olimpo al terribile supplizio della fame e della sete.
Il condannato avrebbe avuto a sua disposizione sia l'acqua per dissetarsi che
il cibo per nutrirsi ma, essendo legato non avrebbe mai potuto alimentarsi e
dissetarsi. Orfeo tentò di aiutarlo con la sua musica e con il canto, ma
inutilmente perché il tormento del condannato era destinato a durare in eterno.
Dopo aver
disceso mille gradini, il poeta si ritrovò nella sala del trono e finalmente
incontrò Ade, il signore degli Inferi e sua moglie Persefone. Mentre il sovrano
dormiva profondamente, la regina lo fissò a lungo senza proferire parola.
Il poeta
distolse il suo sguardo e non indugiò oltre. Prese la lira e intonò
un dolce canto, con l’intenzione di indurre Persefone a rammentarsi della sua
vita, prima che lei venisse rapita da Ade e costretta a sposarlo.
La voce
melodiosa del cantore sortì l’effetto voluto, facendo riaffiorare ricordi della
gioventù di Persefone e di un suo amore perduto, accomunando la sofferenza che
ne derivò nel suo animo, con lo straziante dolore provocato a lui stesso dalla
morte della dolce Euridice.
Infine, per
tentare di convincere la regina dell'Ade a riportare in vita la sua amata,
Orfeo le promise persino il ritorno di entrambi negli inferi al momento della
loro morte.
La dea, commossa
da tanta devozione si convinse. Approfittando del sonno del marito concesse a
Euridice di tornare in vita e ai due sposi di lasciare gli inferi ma, solo a
una condizione: Orfeo avrebbe dovuto abbandonare quel luogo di pena portando
con sé la sua sposa, ma senza mai girarsi a guardarla fino all'uscita.
Il poeta accettò e s’incamminò. Per evitare di guardarla, la guidò mano nella mano e sempre badando bene di averla alle spalle ma, una volta arrivati alla soglia dell'Ade, convinto di essere ormai fuori, non seppe resistere alla tentazione di ammirare il volto dell'amata. Persefone, purtroppo, si trovava ancora all'interno e, nel momento stesso in cui lui si volse, vide la figura della giovane moglie svanire e tornare in eterno nell'oscurità.
Straziato dal
rinnovato dolore e consapevole che non l’avrebbe mai più rivista, Orfeo pianse
per sette lunghi mesi suonando la sua lira.
Del finale di
questa drammatica leggenda esistono diverse versioni. Secondo Virgilio, il
poeta venne dilaniato dalle Ciconi, in collera per la troppa devozione del
poeta alla sua defunta moglie, secondo Ovidio, invece, venne dilaniato dalle
Menadi perché pare che Orfeo avesse sviluppato una passione per gli uomini.
In tutti i casi,
si narra che la testa del poeta avesse continuato a cantare le sue melodie,
benché fosse stata separata dal corpo e gettata nel fiume Ebro.



























