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La colomba della pace
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lunedì 18 maggio 2020
domenica 17 maggio 2020
L'emblema del lupo (4a parte)
30 ottobre
1847
Quello che
ancora ignoravo, purtroppo, era che il presentimento avuto dalla Sharez, stava
per verificarsi e che ormai, mi trovavo sull’orlo di un baratro.
Avendo
avuto, davanti a tutta la corte, la benedizione dell’imperatore potevo avere
libero accesso a tutti i locali del palazzo; potevo permettermi di parlare e
porre domande al personale indaffarato nelle varie incombenze e persino
curiosare tra i vari documenti della biblioteca e della segreteria.
Fu allora
che mi capitò tra le mani la ricevuta di un bizzarro pagamento effettuato a
favore del mercante di stoffe, trovato ucciso qualche giorno prima. Mi saltò
all’occhio come una coincidenza sin troppo casuale.
Inoltre, si
trattava della fornitura di una notevole quantità di seta di vari colori. A chi
poteva servire quel quantitativo ingente di stoffe pregiate, se non alla
sartoria del palazzo?
Per i
chiarimenti, decisi di recarmi dal sarto dell’imperatore, dei cui servigi sapevo
approfittassero anche alcuni alti dignitari di corte, molto vicini al trono.
«Mastro
Akinori. Posso entrare?» gli domandai sulla porta del suo laboratorio. Si
trattava di un omino piccolo di statura, che si muoveva veloce, indaffarato
com’era a dare ordini ai suoi giovani collaboratori che scattavano, a loro
volta, come tante molle ogni volta che Akinori impartiva un ordine.
Al suono
della mia voce il sarto si voltò stupito, poi mi venne incontro e s’inchinò,
salutandomi.
«Con questa
visita mi concedi un grande onore, comandante Hamamoto.»
Ricambiai
il saluto: «Il piacere è anche mio, mastro Akinori. Ma sono qui per un motivo
ben preciso. Dimmi, saresti disposto a rispondere a qualche domanda?»
Lui mi
guardò, sorpreso da quella strana richiesta, ma non fece obiezioni, anzi, si
mostrò disponibile: «In cosa posso esserti utile, comandante?»
«Ho
trovato la ricevuta di un ingente pagamento di stoffe eseguito a favore di un
mercante. Mi sai dire chi ha effettuato l’ordine?»
«Gli ordini
della sartoria vengono emessi dietro mia specifica richiesta. Ma non capisco,
hai trovato qualcosa che non va in quella ricevuta?»
Quel suo
sguardo preoccupato m’indusse alla prudenza.
«No, mastro
Akinori. Nulla di strano, se non che il quantitativo di stoffe ordinato mi
sembrava esagerato. Ti ricordi per conto di chi lo hai effettuato?»
«Certo!
Buona parte della seta doveva essere impiegata per le vesti di Hiroshito
Katamura, uno dei cugini dell’imperatore.»
Cercai di
rimanere impassibile anche se, in cuor mio, quella rivelazione mi aveva basito.
«Devo
dedurre che il sovrano sappia della conclusione dell’affare. Giusto?»
Il sarto
rimase un attimo sconcertato, quindi rispose, dubbioso: «Presumo di sì,
comandante. Ma permettimi comunque di chiarire che eseguo sempre gli ordini di
qualche dignitario di corte confidando nella buona fede di tutti.»
Sorrisi,
rassicurandolo: «Non ho mai dubitato della tua onestà, mastro Akinori.» quindi,
con un lieve inchino mi congedai, seguito dal suo sguardo intento.
Mi misi
subito alla ricerca di Hiroshito e lo trovai nelle stalle. Stava sellando il
suo cavallo e trasalì appena mi vide. Il mio arrivo lo aveva messo in allarme.
«Stavo
cercando proprio te, Hiroshito Katamura.» lo interpellai in modo brusco.
Continuò a
sistemare i finimenti della sua cavalcatura, ma mi accorsi che la sua
espressione e il suo colorito mutarono in modo repentino.
Non poteva
evitare di rispondere, per cui tornò a guardarmi: «Perdona, comandante
Hamamoto, ma vado di fretta. Devo portare a termine un compito affidatomi dall’imperatore.»
Gli
stallieri erano impegnati nei recinti esterni e in quel momento eravamo soli.
Decisi che era arrivato il momento di conoscere tutta la verità: «Non ti
lascerò andare se non mi saranno chiari i motivi della morte improvvisa dei
miei genitori.»
Smise di
fingere la sistemazione delle briglie e mi affrontò «Sono forse accusato di
qualcosa al riguardo, comandante?»
Estrassi la
ricevuta da una tasca sventolandogliela davanti al viso.
«Mi
piacerebbe sapere fino a che punto intrattenevi affari con questo losco
individuo.»
Lui diede
un’occhiata sommaria al documento, poi, in modo seccato rispose: «Non capisco a
cosa ti riferisci e ora ti pregherei di spostarti, mi stai impedendo di
partire.»
Era montato
in sella e da quell’altezza mi dominava. Afferrai con forza le redini e piantai
i piedi sull’impiantito, in quel modo, se avesse spronato il cavallo sarei
riuscito a trattenerlo.
«Il tuo
comportamento va fuori da ogni regola. All’imperatore non piacerà il
trattamento riservato a un suo caro cugino.»
Strattonai
il cavallo che iniziava a dare segni d’insofferenza. La velata minaccia di
Hiroshito, non mi colpì più di tanto. Ero sempre stato pronto ad affrontare le
conseguenze delle mie azioni e qualunque risvolto avesse avuto quella faccenda,
non mi sarei sottratto alle mie responsabilità.
«Scendi da
cavallo e affrontiamo la questione come due uomini d’onore. Sempre che tu sappia
cos’è l’onore.»
Hiroshito
ignorò l’ingiuria e cercò di resistere alla trazione che imponevo al suo
cavallo bersagliandogli i fianchi di sproni. La povera bestia, avvertendo
dolore, s’imbizzarrì e iniziò a impennarsi.
La
situazione per me diventava pericolosa; stavo rischiando di rimanere colpito
dagli zoccoli e Hiroshito, vedendomi in difficoltà, continuò a infierire
sull’animale anche con il frustino.
«Ora basta!
Hai eluso per troppo tempo la mia brama di giustizia!» esclamai, afferrandolo
per uno stivale e torcendogli la caviglia. Lui emise un grugnito di dolore e
cercò invano di resistere, scalciando come un forsennato, ma poi fu costretto a
smontare.
Aveva una
corporatura molto più esile della mia, così mi fu facile scaraventarlo sul
terreno e immobilizzarlo con le cosce strette intorno al suo torace.
Lo afferrai
per il bavero attirandone il volto a pochi centimetri dal mio. Aveva gli occhi
sbarrati per il terrore e tremava come una foglia.
«Non puoi
mettermi le mani addosso. Sei un samurai e non è onorevole per un guerriero
tuo pari confrontarsi con una persona che non è avvezza a combattere!»
Gli risposi
con disprezzo: «Ti considero solo un vigliacco, Hiroshito e, comunque, voglio
soltanto sapere per quale motivo hai ordinato l’uccisione di mio padre.»
Dimenticando la sua paura, i suoi occhi si colmarono d’odio.
« Non credo proprio ti farà
piacere saperlo!»
Era
un’ingenua ammissione di colpa e, in quel momento, avvertii la collera che
montava dentro di me: «Prova a spiegarmi e forse avrai salva la vita!» gli
sibilai sulla faccia.
Lui tacque
per qualche istante e io lessi sul suo viso l’indecisione. Stava ponderando le
eventuali conseguenze di una confessione. Lo vidi sbirciare intorno.
Evidentemente voleva sincerarsi che nessuno fosse in ascolto, in caso contrario
la sua parola sarebbe valsa quanto la mia. Allora lo scrollai con forza: «Parla
maledetto! Dimmi perché l’hai fatto!»
I suoi
occhi si ridussero a due fessure; la sua voce era colma di rancore:
«L' odiavo
con tutta la mia anima e volevo vendicarmi! Non solo mi aveva portato via la
donna che amavo, tempo fa, ma l’imperatore lo aveva anche nominato shogun e gli
aveva assegnato il territorio e il titolo che erano miei di diritto.»
Finalmente
era tutto chiaro.
«Allora sei
stato tu a violentare mia madre!»
«Ci siamo
divertiti molto quel giorno. Tu non puoi nemmeno immaginare quanto urlava e
quanto piacere traessi da quelle urla.» rispose con un ghigno diabolico.
Era troppo.
La collera a lungo repressa esplose nella mia testa accecandomi.
Lo afferrai
e mi sollevai, trascinandolo in piedi, poi, lo scaraventai con violenza contro
la parete della stalla.
Non ebbi
nemmeno la soddisfazione di assestare un pugno, perché il destino di quel
vigliacco era già segnato.
Il corpo di
Hiroshito volò nell'aria come un fantoccio senza vita e la sua schiena si
piantò nelle punte acuminate di un forcone appeso alla parete e usato dagli stallieri
per rimuovere la paglia.
Hiroshito
non emise un grido, ma sul suo volto rimase stampata una smorfia incredula di
indicibile orrore.
8 maggio
1902
Strizzai
gli occhi sul diario del nonno. Fuori si era ormai fatto buio e gli ideogrammi
iniziavano a confondersi l’uno con l’altro.
Mi stavo
stirando quando la paratia iniziò a scorrere, lasciando intravedere il volto
preoccupato di mia zia.
Se ne stava
sull’uscio con le ginocchia posate sul cuscino di seta e mi preparava una
ciotola di riso condito con una crema deliziosa, di cui solo lei conosceva la
ricetta.
«Adesso
basta, Aiashi. Si è fatto tardi. Riprenderai la lettura domani, quando tornerai
da scuola.»
Continuai a
stirarmi, soddisfatto come un gatto che abbia appena catturato un topo. Ero
stanco, un po’ per via della lunga permanenza nella stessa posizione e un po’
perché eravamo a fine giornata.
«Hai
ragione zia. Ma dimmi, posso fermarmi qui da te per la notte?»
«Per me va
bene. Ma occorre avvertire tua madre affinché non stia in pena.» disse alzandosi.
Ne ammirai l’ineccepibile portamento, mentre avanzava nella stanza. Poi,
dispose il cibo sul tavolino basso e m’invitò a sedermi. Con grazia
infinita prese posto di fronte a me porgendomi la ciotola fumante.
«Appena
finito di gustare questa prelibatezza farò una corsa, zia.»
Le sfuggì
un sorriso. Era una donna molto discreta nei modi e difficilmente lasciava
trapelare i suoi stati d’animo, tuttavia, sapevo quanto piacere provasse nel
ricevere i complimenti e non lesinavo di farglieli, quando lo ritenevo
opportuno.
Mangiai di
gusto, sotto il suo sguardo divertito, mentre lei masticava con pacatezza i suoi
bocconi.
Ammiravo
mia zia. Oltre a essere molto bella era la classica donna giapponese, educata
fin da piccola a occuparsi del benessere della famiglia, senza mai trascurare
la sua persona, la cultura e l’arte. Era considerata un’eccellente pittrice, con
un senso del colore che, oltre a essere un pregio assai raro, era anche
caratteristico del suo stile.
«Zia» le
dissi, tornando al diario del nonno «hai interrotto la mia lettura proprio in
un punto interessante e sono molto curioso di sapere cosa accade adesso. Mi
puoi anticipare qualcosa?»
Lei mi
guardò, ma aveva un’espressione talmente indecifrabile, che non riuscii a
intuirne i pensieri.
«Credo che
non sarebbe giusto. Non pensi sia più interessante scoprirlo da te?»
Aveva
ragione, quindi, non insistetti.
Quella
sera, avvolto dal tepore dalle coltri, mi addormentai presto e, nel cuore della
notte, ritornò il mio incubo.
Arrancavo in una fitta
bufera di neve. I fiocchi erano esageratamente grandi, forse quanto un mio
pugno e cadevano provocando un sonoro tonfo.
Il mio passo affondava nel
manto candido e assai soffice, lasciando profonde orme del mio passaggio.
Mi voltai a osservarle,
sempre uguali, distanziate in un modo regolare, come ogni passo fosse misurato,
per poi perdersi all’infinito alle mie spalle.
Da dove venivo? Ma
soprattutto, dove mi stavo recando con quel tempo? Che motivo avevo
d’affannarmi in quel modo?
Il vento sibilava in modo
lugubre sferzandomi la pelle del viso, l’unica parte del mio corpo rimasta
scoperta.
Ma come ero vestito? Sotto a
un ampio mantello, indossavo una corazza di cuoio, con in testa un elmo e una
maschera che rappresentava il muso di un lupo, mentre sulla schiena sentivo
gravare il peso di uno scudo rettangolare.
In una mano impugnavo un
grande arco da combattimento che, in quel frangente, mi serviva anche da
appoggio.
I pensieri vagavano confusi
nella mia mente, come la danza dei fiocchi intorno a me.
Ero consapevole di essere
Aiashi Hamamoto, il discendente di Vento che sibila tra le montagne e, nello
stesso tempo, sentivo di essere l’eroico samurai.
Il mio respiro si era fatto
affannoso, difatti, ero conscio che il mio fisico era quello di un adolescente
mentre il cuore, che pompava il sangue con gran vigore, avvertivo essere quello
di un guerriero.
All’improvviso mi parve che
il vento mi portasse un richiamo, così tesi i sensi e le orecchie in modo da
poter discernere la provenienza.
Era una richiesta di
soccorso? Qualcuno, folle e avventato almeno quanto me, si era avventurato nel
corso della tempesta e si era smarrito?
Il richiamo si ripeté più
volte, inspirandomi un’angoscia senza fine.
La visibilità era scarsa e
limitata a pochi metri e, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a captare da
dove provenisse il suono. In quelle condizioni, sarebbe stato difficile prestare
soccorso alla persona in difficoltà.
Poi, all’improvviso, la
danza fino allora fitta dei fiocchi si diradò e mi apparve, distintamente, la
figura imponente di un lupo grigio.
«Vieni da me, Vento che
sibila tra le montagne, ho bisogno del tuo aiuto!»
Mi fermai basito. Mi ero
sbagliato confondendo un ululato per il lamento di una persona in cerca di
soccorso. Ma anche il lupo aveva commesso un errore, scambiandomi per il mio
antenato. Dovevo chiarire subito la questione.
«Non sono affatto chi credi che io sia!»
Il lupo si avvicinò e il
sangue mi si gelò nelle vene, più per la paura che per il freddo. Iniziò ad
annusarmi con dovizia le gambe e il kimono che indossavo sotto l’armatura, poi
emise un ringhio sonoro e guardandomi fisso negli occhi, esclamò: «Eppure indossi
la sua corazza e porti il suo elmo e il tuo volto è identico al suo. Vuoi forse
ingannarmi, umano? Vuoi venire meno al patto millenario che esiste tra le
nostre due specie?»
Il tono, nella mia mente,
risuonò minaccioso. Il lupo ringhiò ancora una volta e io d’istinto arretrai di
un passo.
«Forse hai ragione. Forse
non sei tu il fido alleato di tante battaglie. Un vero samurai non avrebbe reagito
con la tua stessa codardia.»
Quell’offesa mi sferzò la
pelle pari a uno schiaffo e con uno scatto d’orgoglio obiettai: «Non sono di
certo un guerriero, ma non mi tiro indietro in caso di bisogno!»
Gli occhi del lupo si
ridussero a due fessure in cui balenò una luce sinistra: «Sei disposto a
seguirmi ovunque io vada e ad aiutarmi a risolvere il mio problema?»
Per un attimo tentennai.
Sentivo che stavo per cacciarmi in un mare di guai, ma non potevo tirarmi
indietro.
La mia voce tremò più di
quanto avessi voluto, quando con ostentata fierezza risposi: «La tua stirpe ha
aiutato mio nonno molto tempo prima che io nascessi, non posso esimermi dal
contraccambiare.»
Il muso del lupo si aprì in
un ghigno diabolico, poi si volse e come era apparso, si dileguò. Mi ritrovai
solo, confuso e infreddolito, mentre la bufera tornava a intensificarsi.
Dov’è finito? pensai, mentre
cercavo di ripararmi col mantello dalle gelide folate di vento.
Un lugubre ululato si
espanse, guidandomi verso un’unica direzione.
Dove mi voleva condurre
quella belva?
La risposta arrivò un
centinaio di metri più avanti, quando all’improvviso, mi ritrovai sull’orlo di
un pendio scosceso.
Il lupo era lì, sul ciglio,
fermo e in attesa.
«Perché mi hai condotto qui?
Cosa posso fare per te?»
«Poco fa è caduta una
valanga che ha travolto il rifugio in cui si trovava la mia famiglia. Io e miei
compagni li abbiamo cercati scavando a lungo, ma l’albero cavo in cui si erano
riparati è stato trascinato giù per questo pendio e per noi è impossibile
scendere per riprendere le ricerche. Ho bisogno del tuo aiuto per questo,
umano.»
«Devo calarmi in questo
baratro?» domandai con voce incerta, soprattutto perché solo in quel momento mi
ero reso conto di essere circondato da un’orda di lupi che mi studiavano, emettendo
profondi brontolii di gola.
«Non temere! Finché
dimostrerai amicizia non ti aggrediranno.»
Seppure quelle parole non mi
rassicurassero molto, tornai comunque a studiare con attenzione il pendio.
«Se tentassimo noi la
discesa, ci sfracelleremmo sul fondo. Solo tu puoi aiutarmi a salvare i miei
cuccioli e la loro madre.»
Non risposi. Non potevo. La
mia mente analitica era proiettata a trovare una possibile soluzione. Per
scendere, forse, avevo già ideato un modo, seppur impegnativo e pericoloso, ma
anche ammesso che fossi riuscito a raggiungere il fondo e a salvare la
cucciolata, come avrei fatto a risalire?
«Mi occorrerebbero delle
corde.» rimuginai a voce alta.
«In questo non posso esserti
utile. Devi trovare un’altra soluzione.» rispose il lupo.
Allora dovevo per forza
cercare un’altra via d’uscita. Il mio sguardo si concentrò sul fondo del
precipizio, ma la valanga aveva travolto e coperto con un copioso strato di
neve e detriti sia il pendio che la vallata sottostante. Tronchi d’alberi,
sterpaglie e massi erano disseminati lungo tutto il fronte della slavina e
formavano irti e pericolosi ostacoli. Inoltre, dalla mia posizione, non era
possibile capire se esisteva un modo di risalire o di scendere.
Guardai il lupo per dirgli
che non vi era possibilità di riuscita e che non me la sentivo di rischiare la
vita in quella folle impresa. Lui mi fissò a sua volta e forse indovinò quello
che mi apprestavo a comunicargli, tuttavia, non ravvisai ostilità nel suo
portamento, al contrario, nei suoi occhi lessi una muta preghiera.
Fu quella sua tacita,
accorata richiesta che m’indusse a rivedere la mia decisione. « Va bene!
Tenterò!»
Il lupo annuii: «Te ne sarò
grato!»
Sotto lo sguardo attento del
branco, slacciai lo scudo che portavo di traverso sulla schiena e lo posi,
dalla parte più levigata, sulla neve ghiacciata.
Era abbastanza grande e
robusto da potervi salire sopra e servire da scivolo per facilitarmi la discesa.
Prima di avviarmi, raccomandai la mia salute alle stelle, quindi, mi lasciai
scivolare lungo il pendio.
Come avevo previsto, oltre
alla difficoltà della ripida discesa, non fu affatto semplice evitare gli
ostacoli che mi si presentavano all’improvviso davanti. Non potevo distrarmi un
secondo e né perdere la concentrazione necessaria. Ogni momento rischiavo di
rovinare giù per il pendio e rompermi l’osso del collo. Fu terribile la
sensazione del vento che mi spingeva, facendo gonfiare il mantello alle mie
spalle e dandomi la sensazione di volare. Avevo trovato un minimo di equilibrio
tenendo le braccia larghe e le ginocchia divaricate in una determinata
posizione, ma il vento, mi contrastava, sospingendomi da una parte all’altra e
costringendomi a lottare per rimanere in piedi.
Non so quanto perdurò quella
che vissi come un’interminabile odissea. So soltanto che il mio fiato era corto
quando, finalmente, mi trovai sul fondo. Ringraziai il cielo e le stelle per
avermi assistito e protetto e quando guardai su in alto, al ciglio, compresi di
aver compiuto un’impresa pazzesca.
Non persi tempo a rimuginare
e avviai subito le ricerche della cucciolata. Per fortuna, gli uggiolii dei
piccoli e i lamenti della madre, mi guidarono verso di loro. L’albero in cui
era la tana, era semisepolto dalla neve, ma era servito anche da riparo e la
paglia e le foglie che erano state utilizzate per il nido, avevano attutito la
rovinosa caduta. Mi diedi da fare per liberare ed estrarre il tronco, un
po’ scavando con la spada e un po’ con le mani. I cuccioli, che dovevano
avere poco più di un mese, vennero fuori a uno a uno, uggiolando e
scodinzolando, felici di essere liberi, mentre la madre rimaneva ancora
rannicchiata all’ interno.
Mi chinai per capirne il
motivo e solo allora mi accorsi che era ferita. Perdeva sangue da una brutta
ferita alla testa e teneva gli occhi socchiusi. Cosa potevo fare? Si trattava
di un animale selvatico e se avessi allungato la mano per aiutarla a uscire,
probabilmente mi avrebbe morso.
Tuttavia, l’atteggiamento
tranquillo della femmina, m’ indusse ad agire. Tesi le braccia, e con le mani,
la invitai a strisciare avanti. Per un attimo mi guardò negli occhi, poi
sospirò e si acciambellò di nuovo. Forse aveva compreso che ero lì solo per
aiutarla. Nella speranza che avesse davvero capito, mi feci coraggio,
l’afferrai con delicatezza e iniziai a tirare. Evidentemente sofferente e
debilitata dalla perdita di sangue, lei si oppose ringhiando e lasciandomi capire
che non aveva intenzione di uscire dal rifugio.
Nell’osservarla meglio, le
sue condizioni si rivelarono peggiori di quanto mi erano apparse in un primo
momento. Infatti, subito dopo iniziò a rantolare, non reagendo più alle mie
sollecitazioni. La lupa doveva avere freddo, perché il suo corpo era scosso da
tremiti incontrollabili. Capii che per lei non c’era più nulla da fare. Decisi
allora di lasciarla morire in pace e per donarle un minimo di sollievo,
accostai al suo corpo tutto il materiale soffice e caldo che lei stessa si era
procurata per rendere più confortevole la tana per i suoi cuccioli.
Poi, posi una carezza sul
dorso della femmina ormai in stato letargico e, con sommo rammarico, la lasciai
al suo triste destino.
Mi riposai un attimo,
guardandomi intorno. Ora il problema era come uscire da quella trappola
infernale.
Non era proprio il caso di
pensare di risalire a mani nude quella china così ripida. Nemmeno un provetto
scalatore avrebbe tentato l’impresa senza gli attrezzi idonei, per cui, l’unico
modo era la discesa. Dovevo solo trovare un sentiero.
Feci la conta dei cuccioli:
otto in tutto e si reggevano a malapena sulle corte zampette. Non erano certo
in grado di camminare da soli sul manto nevoso. Come fare? Poi, mi ricordai del
mantello e mi balenò l’idea di utilizzarlo come un sacco. Così mi apprestai a
unire i due lembi dell’orlo annodandoli insieme, quindi, dopo avervi sistemato
quattro dei cuccioli, lo ripiegai come fosse un sacco, fermandolo sulla
schiena, gli ultimi quattro li sistemai tra le pieghe capaci del kimono e nelle
tasche interne.
I cuccioli si accoccolarono
gli uni sugli altri e si acquietarono. Ora potevo avventurarmi nuovamente sulla
neve ghiacciata.
Mentre mi avviavo sul mio
improvvisato scivolo, sperai che da lassù il grande lupo grigio stesse seguendo
ogni mio movimento e che non mi perdesse di vista, anche se la cosa mi sembrava
assai improbabile.
Per fortuna, quello che
dall’alto mi era sembrato un abisso senza alcuna via d’uscita, finì per
sboccare in uno stretto canalone sinuoso, così continuai a scivolare, con la
speranza di non finire in qualche crepaccio.
Ma così non avvenne e,
accompagnato da un silenzio spettrale rotto soltanto dal sibilo del vento che
mi sospingeva alle spalle, in pochi minuti mi ritrovai in una grande radura e
lì mi fermai.
Il branco era già lì, in mia
attesa. Evidentemente, avevano trovato una via alternativa che girava intorno
al pendio e che gli aveva permesso di precedermi.
Il lupo grigio mi si
avvicinò, guardandomi fisso. Scrollai la testa e lui capì che per la sua
compagna non avevo potuto fare nulla.
Prelevai i cuccioli dalle
tasche e liberai quelli che avevo riposto nel mantello consegnandoli al padre.
Mi venne ancor più vicino e
solo allora notai che stringeva qualcosa tra i denti. Me la depose ai piedi e
disse:
«Sei stato coraggioso Aiashi
Hamamoto e questo tuo gesto non lo dimenticherò mai.»
Mi aveva riconosciuto per la
persona che ero, non più per il mio antenato e questo mi fece piacere.
Annuii, poi mi chinai per
raccogliere l’oggetto.
«Cos’è?» domandai,
rigirandolo tra le mani.
«Un potentissimo amuleto.
Portalo sempre con te. Si tratta di un dono prezioso, che potrà esserti utile in
caso tu ti trovi in difficoltà.»
L’osservai con attenzione e
mi avvidi che era una zanna. Una lunga zanna incisa con misteriosi ideogrammi.
«Apparteneva al primo lupo
che stipulò l’accordo con un tuo antenato, migliaia e migliaia di anni fa,
mentre l’incisione è stata portata a termine e poi consacrata, proprio dal tuo
avo. Ricorda, se ti trovassi in pericolo e ti occorresse aiuto, basterà che tu
strofini la formula arcana incisa e il talismano si accenderà per prestarti
soccorso.»
Mentre m’inchinavo per ringraziarlo, sentii una voce in lontananza scandire il mio nome: «Aiashi… Aiashi, svegliati»
Riaprii gli
occhi confuso, avevo la vista annebbiata e impiegai qualche secondo per
distinguere il volto di mia zia chino su di me. Mi stava guardando con espressione
angosciata:
«Hai avuto
un incubo! Era un po’ che cercavo di svegliarti, senza riuscirci. Ti agitavi e
borbottavi, a volte urlavi. Mi hai spaventata!»
«Scusami
zia.» mormorai imbarazzato, guardandomi intorno. Ero al sicuro, nella mia
stanza e il battito del mio cuore si stava normalizzando. Con
quell’incubo avevo vissuto un’esperienza terrificante. L’intera vicenda era
stata talmente chiara, da sembrarmi reale.
La zia
continuava a scrutarmi con ansia, allora cercai di rassicurarla: «Stai tranquilla
e torna a dormire, zia. Ora sto bene.» le dissi, adagiandomi nel tepore delle
coltri.
Lei mi
sorrise: «Se hai bisogno, chiamami.» poi, col suo fare pacato, uscì silenziosamente
dalla mia stanza.
Mi
concentrai su ogni particolare del sogno. Rivissi l’incredibile discesa
effettuata sullo scudo a mo’ di surf e solo allora mi avvidi di stringere
un’oggetto tra le mani. Con estrema lentezza aprii il pugno e riconobbi un’antica
zanna di lupo.
Il mio cuore perse qualche battito. Allora non era stato un sogno?
continua...
venerdì 15 maggio 2020
L'emblema del lupo (3a parte)
I lupi, invece, non si vedevano. Fino allora, il capobranco, aveva
rispettato gli accordi tenendosi in disparte. Quei lupi sarebbero diventati la
nostra risorsa segreta. Anche il branco si sarebbe diviso e, una parte avrebbe
aggirato la cavalleria attaccandoli poi alle spalle e seminando il terrore e lo
scompiglio tra i frisoni da guerra, mentre l’altra, avrebbe dilagato con
ferocia attaccando sui fianchi la fanteria.
Ci catapultammo sulla linea del fronte, galoppando come forsennati e,
la terra di nessuno, venne divorata dai ventri e dalle zampe dei nostri cavalli
in una manciata di secondi.
L’afrore di tanti corpi sudati, misto a quello dei cavalli e al sentore
delle zolle umide sollevate dal nostro passaggio, mi salì alle narici.
Il cuore prese a battermi all’ impazzata, scandendo il tonfare degli
zoccoli sul terreno. Avvertivo l’adrenalina scorrere a fior di pelle. La
macchina da guerra che era in me, si era avviata e nessuno avrebbe potuto
smorzarne l’ardore.
L’impatto sulle prime linee nemiche fu irruente e catastrofico per i
fanti nemici. La selva di giavellotti issati a mo’ di palizzata difensiva,
sembrava il dorso di un istrice con gli aculei irti, ma non resse alla carica e
si ruppe in pochi secondi. Avevamo sfondato la prima linea, senza riportare
grossi danni e ciò era già una cosa positiva.
Venni preso dalla frenesia del combattimento e, in poco tempo, la mia
spada era lorda del sangue nemico.
Nel bel mezzo della battaglia mi trovai, all’ improvviso, circondato da un nugolo di nemici armati di lance. Ne avevo già abbattuti tre, ma altri quattro si facevano avanti, forti della superiorità numerica. Mi accorsi di trovarmi in difficoltà sebbene combattessi e mi difendessi con furia selvaggia, quando risuonò nell’ aria un ululato rabbioso.
Non ebbi subito modo di girarmi, ma due dei nemici caddero nella polvere e quando infine con la coda dell’occhio osai sbirciare alle mie spalle, mi accorsi che c’ era lei che combatteva con me.
Hashiko mi fece un cenno d’ assenso, incoraggiandomi a non indugiare
con le domande e io tornai a combattere con nuovo vigore. Quel giorno la Sharez
mi aveva salvato la vita.
8 maggio 1902
Mia zia fece scorrere l’anta della porta e mi sorrise, chinando il
capo. Indossava il tradizionale kimono e se ne stava inginocchiata sull’
ingresso, con accanto il vassoio del tè e tante altre prelibatezze. «Sono ore
che sei chiuso qui dentro. Ho pensato che volessi mangiare qualcosa.»
Le sorrisi. Fino a quel momento ero rimasto tanto immerso nella
lettura, da non avvertire il languorino che mi assalì, invece, alla vista del
contenuto del vassoio.
«Tu pensi sempre a tutto. Grazie zia.»
Lei entrò, chiudendo la paratia alle sue spalle, poi, proprio come un’impeccabile
geisha, mi servì la bevanda calda.
«Vedo che trovi interessante la storia dei tuoi antenati.»
«La trovo affascinante, zia.» risposi, con la visione vivida della
battaglia. Nella mia mente risuonavano alti gli ululati dei lupi e il clangore
delle armi che cozzavano. Rivedevo Hashiko, mia nonna, cavalcare al galoppo
mentre accorreva in aiuto del nonno, facendo salire alto il suo urlo da
battaglia.
In quel momento pensai che dovessi essere fiero di loro.
«Zia, la mamma è al corrente di questa storia?»
«Sono io la custode di queste memorie. Tua madre non sa nulla del
passato della nostra famiglia. Solo alcuni di noi sono votati a custodirne la
leggenda e tu sarai il prossimo, Aiashi Hamamoto.»
«Io…?» la mia voce tremò, incerta.
«Io sono vecchia ormai. Toccherà a te tramandare la storia di questi
gloriosi guerrieri.»
«Perché proprio io, zia?»
«Perché tu, ancora non lo sai, Aiashi, ma il tuo è un cuore da
samurai.»
La sua risposta mi lasciò interdetto. In realtà, ho sempre creduto di
essere un ragazzino timido, non molto coraggioso, ligio agli studi e
all’allenamento della mente, più che del corpo. Non ero avvezzo alle arti
marziali e alla lotta e, in un eventuale combattimento, avrei perso di sicuro.
La zia si sbagliava sul mio conto. Non meritavo quella nomina e glielo
avrei fatto presente quando fosse tornata.
«Cuor di leone!» mi presi in giro da me, sbocconcellando il cibo e riprendendo
la mia lettura.
18 ottobre 1847
Erano trascorse alcune ore dalla fine della battaglia. Ero esausto e il
mio sguardo vagava sullo scenario apocalittico che si stendeva ai piedi della
collina.
Con l’aiuto dei lupi e il supporto dei samurai della Sharez avevamo
vinto quella prima battaglia. Non ci illudevamo che fosse anche l’ultima, la
maggior parte dei ribelli si era ritirata, ma appena avessero radunato le forze
e la ragione, sarebbero tornati al contrattacco.
Lo sapevo, me lo aspettavo, ma per il momento potevo assaporare il
gusto amaro dal calice della vittoria.
A quale prezzo avevamo prevalso!
Era stata una carneficina. Guardavo con amarezza i corpi riversi di
tanti giovani guerrieri, le cui vite erano state sacrificate sull’ altare
della brama del potere e dall’avidità.
Quanta miseria e superficialità potevano albergare nel cuore di un essere
umano? Quanto poteva essere dissennato?
Per un vero samurai non aveva senso quello spreco di vite umane.
Eravamo addestrati per uccidere, è vero! Perfette macchine da guerra! Ma un
vero samurai possedeva anche un grande cuore e non toglieva la vita per il solo
gusto di farlo, ma al contrario, cercava di evitarlo finché gli era possibile.
Un vero samurai sublimava il mistero della vita e l’osannava ogni giorno,
in ogni sorgere dell’alba e in ogni tramonto di sole.
Era il rispetto per ogni forma di vita che ci veniva insegnato e
inculcato, fin dal primo giorno di addestramento.
Era questo che avevo imparato. E in quel momento, il mio animo, non
poteva fare a meno di smarrirsi alla vista di tanto orrore.
Tra i tanti corpi riversi riconobbi anche quelli dei lupi caduti. Anche
il branco del grande lupo grigio aveva subito perdite ingenti. Finiti gli
scontri ci eravamo scambiati uno sguardo, poi lui si era dileguato
all’improvviso, seguito dai suoi gregari. Mi aveva lasciato un senso di
doloroso distacco e tanto rammarico. Chissà se lo avrei più rivisto.
Mi accorsi di avere accanto la Sharez solo quando mi parlò. Da quanto
tempo mi stava osservando con quell’aria preoccupata?
«Aiashi…» esordì. La guardai con attenzione. Aveva combattuto come una
leonessa al mio fianco. Ci eravamo aiutati e protetti reciprocamente. Avevo
avuto modo di osservare la sua tecnica di combattimento e l’avevo ammirata
mentre prevaleva sugli occasionali avversari.
In particolare, ricordo che in un’occasione, credendo erroneamente si fosse
trovata in difficoltà con un avversario che aveva una stazza imponente in
confronto alla sua, avevo cercato di superarla per affrontare io quel nemico.
Ma, indovinate le mie intenzioni, le bastò un solo gesto imperioso per
farmi capire che dovevo allontanarmi e lasciare a lei lo spazio per il duello.
Quanto l’ammirai! Così esile e per nulla fragile! Aveva l’aspetto di
una colomba e il cuore da guerriera. Ero fiero di lei e onorato di combattere
al suo fianco.
Rimanemmo in silenzio per un po’, a osservare i miei guerrieri
aggirarsi sulla distesa sterminata di corpi, alla ricerca di superstiti e di
feriti da curare.
«Sono parole amare da pronunciare, ma i samurai, quest’oggi, hanno
compiuto un grande prodigio. L’imperatore può essere orgoglioso dei suoi miliziani.»
sussurrò Hashiko.
«Non so trovare motivo d’ orgoglio in questo scempio!» le risposi con
mestizia, poi, diedi di sproni forzando il cavallo a una giravolta e tornai
all’ accampamento.
Lei mi seguì senza aggiungere nient’ altro. Poteva comprendere il grado
di amarezza di un comandante che ha perduto una buona parte dei suoi soldati?
Dopo quella nostra vittoria, ci furono soltanto delle scaramucce, che
ci videro affrontare piccoli contingenti di ribelli e i giorni passarono in
modo vorticoso.
Durante i periodi di tregua, oltre all’addestramento quotidiano con le
armi, io e la Sharez ogni mattina, al sorgere del sole, effettuavamo i nostri
esercizi di meditazione.
Tra noi si era instaurato un legame profondo, anche se nessuno dei due
aveva avuto il coraggio di confessarlo. Avevo perso la timidezza della
gioventù, tuttavia, davanti a lei tornavo a essere un ragazzino che arrossisce
per un nulla. In quel periodo mi accontentavo di godere della sua presenza e
della benevolenza che mi mostrava. Ma in cuor mio sentivo che anche lei provava
un sentimento per me.
Un giorno le sentinelle ci avvertirono dell’arrivo di un piccolo
drappello nemico, che ostentava il drappo della trattativa. Gli shogun volevano
parlamentare, così, io e la Sharez incontrammo il gruppo in una radura situata
nella terra di nessuno, in modo da garantire la sicurezza degli ambasciatori.
Gli accordi vennero presi dopo un lungo mercanteggiare, anche perché
dovevo rendere conto delle mie azioni all’imperatore. I miei messaggeri
iniziarono un continuo andirivieni da e per il palazzo reale, fino a che non
trovammo una soluzione equa per entrambe le parti belligeranti.
Così diedi l’ordine a Kento di provvedere a smontare l’accampamento e,
un pomeriggio, domandai alla Sharez un colloquio.
Ci incontrammo nella radura, lontani da sguardi indiscreti, ed ebbi la
netta sensazione che lei conoscesse già l’argomento che avremmo trattato.
Quando arrivò, posai la mano sul cuore e m’ inchinai.
«Seppur a caro prezzo, abbiamo centrato il nostro intento di pace.» le
dissi, prendendo tempo.
«Non so quanto potrà durare. I messaggeri parlano ancora di shogun che
continuano a sobillare e a istigare il malcontento tra i ribelli. Dobbiamo
tenere alta l’attenzione, per non lasciarci sorprendere dall’ennesima rivolta.»
«Lo so, mia signora. Nessuno abbasserà la guardia. Ho impartito ordini
precisi perché questo non accada.»
Lei inarcò un sopracciglio, ostentando sorpresa: «Hai dato ordini?»
«Tu sai che ho lasciato in sospeso il giuramento che ho fatto nel
tempio. Domando il permesso di assentarmi, per andare alla ricerca dello
stupratore e dell’assassino dei miei genitori.»
Hashiko mi guardò, ma nei suoi occhi, questa volta, lessi una pena
infinita.
Presi coraggio e mi avvicinai, afferrandole le mani delicate.
La conoscevo bene. Aveva la stessa espressione il giorno che aveva
dovuto dirmi della morte dei miei.
«Che succede? Perché quello sguardo così… smarrito? Cosa mi nascondi
Hashiko?»
«Ho fatto un sogno premonitore. Grossi nembi oscuri si addensavano sul
tuo cammino e ti seguivano minacciosi. Ho veduto l’emblema del lupo strappato e
portato via dal vento e la tua spada imbrattata dal tuo sangue. E poi ancora
sangue e ancora dolore. Oh, Aiashi!» esclamò, buttandosi nelle mie braccia.
«Non andare ti prego! Quel sogno è foriero di disgrazia!»
Mi fece tanta tenerezza: tremava come un pulcino bagnato e io ero
felice di poterla consolare. Per un po’ rimasi in silenzio limitandomi a
stringerla e ad accarezzarle i capelli. Erano soffici e scivolosi come fili di
seta. Profumavano di pulito, di fiori di campo e di primavera. Il suo esile
corpo emanava un sentore femminile che mi rapì i sensi. Aspirai avidamente il
suo odore, caldo e confortevole. Quel suo profumo sarebbe rimasto impresso
nella mia mente, nei miei sensi, per sempre.
«Cara. Non piangere. Non mi accadrà nulla, te lo prometto.» le
sussurrai, sollevandole il mento con delicatezza e costringendola a guardarmi.
I suoi occhi velati di lacrime avevano la lucentezza di due stelle. Le
sorrisi, ponendo due baci lievi sulle palpebre umide di pianto.
«No, ti prego! Vorrei andare con il tuo sorriso stampato nel cuore. Mi
sarà di conforto e sostegno nei momenti di bisogno.»
«Ho un brutto presentimento.» insistette lei.
La baciai, impedendole di parlare. In seguito, ci fu soltanto il nostro
amore.
Il mattino dopo la salutai. L’ultima immagine che ho di lei era la sua
figura che si stagliava tra il verde della natura.
Sorrideva, ma nel suo cuore, come nel mio, sapevo che era sceso il
gelo.
22 ottobre 1847
Svestita l’armatura del samurai, mi aggirai tra i villaggi assumendo
l’aspetto di un comune ramingo. Se volevo svolgere indagini precise, nessuno
doveva sospettare la mia vera identità.
Avevo sostituito il mio imponente frisone da guerra con un cavallo
giovane, ma dall’aspetto modesto e mansueto, adatto alla parte che mi ero
prefisso.
Mi aggirai tra le case cercando di porre domande discrete sul tizio che
era stato notato presso l’abitazione dei miei, poco prima che fosse perpetrato
lo stupro ai danni di mia madre.
Quell’uomo portava sul viso i segni inconfondibili del vaiolo e,
speravo non sarebbe stato difficile rintracciarlo.
Impiegai tempo e denaro. Per fortuna, Hashiko, aveva previsto che avrei
potuto averne bisogno e mi aveva generosamente rifornito di una borsa piena di
oro e monete. Non potevo rifiutarla. Si trattava del mio compenso per i servigi
straordinari resi all’imperatore.
Con quella borsa riuscii a ottenere preziose informazioni su un
mercante di stoffe e mi misi sulle sue tracce sull’antica via della seta, che
attraversava per un tratto, anche il nostro glorioso impero.
Fui baciato dalla fortuna e dalle stelle, poiché fu poco tempo dopo aver avviato la mia ricerca che entrai in contatto con il sospettato. In quei giorni si stava organizzando un mercato che aveva una valenza e un’importanza nazionale e che si verificava soltanto una volta all’anno. Per questo motivo, non fu complicato trovare la bancarella delle stoffe, con un uomo impegnato ad allestirla.
Che fu sin troppo facile, me ne resi conto troppo tardi. Preso dalla foga della caccia, come una belva che avverte l’usta della preda e si getta a testa bassa nell’inseguimento, avevo perso di vista la prudenza, così da non accorgermi che da cacciatore ero diventato, a mia volta, una preda.
Ignaro della trappola, così abilmente tesa e che stava per scattare, mi
avvicinai alla mercanzia e, con occhio critico, presi a maneggiare i tessuti
come fossi un vero intenditore.
Ebbi il sentore dell’inganno solo quando mi ritrovai due uomini ai
fianchi e, quando avvertii una spada puntata nelle reni, seppi con certezza di
non avere via di scampo.
«Stavi cercando me, samurai?» domandò con ironia qualcuno alle mie
spalle.
I due mi costrinsero a voltarmi e davanti a me vidi l’uomo dal volto
butterato che stavo cercando.
«Proprio te.» risposi con tono tranquillo. Non era certo la minaccia di
una spada o i volti truculenti di un manipolo di delinquenti che poteva
spaventarmi.
«Vedo che non hai perso la tua boria. Sei uno stolto! Non ti rendi
conto di trovarti in un mare di guai?»
Lo guardai, sprezzante: «In realtà, posso ritenermi anche un abile
marinaio, poiché ho imparato a navigare in mari più avversi di questo.»
Lui sospirò, inscenando una parodia: «Perché voi samurai dovete sempre
essere così dannatamente orgogliosi?»
Mi girò intorno squadrandomi e sfidandomi con lo sguardo. «Sai che mi
toccherà ucciderti!»
Per quanto mi fu possibile, mi protesi verso di lui, fino a coglierne
l’afflato puzzolente:
«Per uccidere un samurai occorre prima renderlo inoffensivo. Sei
davvero convinto che io lo sia?» gli domandai con strafottenza.
Colsi lo sguardo smarrito che intercorreva tra i miei carcerieri e fu
proprio in quell’attimo che decisi di agire.
I due uomini che mi tenevano per gli avambracci, mi servirono per fare
leva e usarli come una catapulta per una capriola volante.
Quando atterrai sulla bancarella con la spada sguainata, si stavano
ancora osservando stupiti.
La mia era stata una manovra repentina e inaspettata. Li avevo colti di
sorpresa ma non potevo perdere tempo a congratularmi con me stesso. Dovevo
approfittare dei pochi istanti di vantaggio.
Con un altro balzo acrobatico scesi dal banco e iniziai a duellare con
i miei avversari.
Non avvezzi al combattimento con le lame, riuscii a liberarmi dei primi
due con estrema facilità, mentre con il terzo, fui costretto a impegnarmi un
po’ di più.
Fu solo quando riuscii a batterlo che mi avvidi della fuga del quarto
uomo e mi gettai all’inseguimento.
«Vigliacco!» gli urlai, cogliendo lo svolazzare del suo mantello.
Lui non si voltò a rispondermi, ma anzi, aumentò la falcata della sua
corsa.
Lo inseguii per i vicoli del villaggio, scansando tutti quelli che lui
stesso aveva scansato e poi scaraventato a terra, come tanti ostacoli seminati
alle sue spalle.
Era veloce e sembrava conoscesse quelle stradine come le sue tasche.
Sgattaiolava, nascondendosi tra gli androni delle abitazioni e i buchi delle
innumerevoli bettole ubicate lungo la via. Infine, lo persi di vista dopo
una curva, in un dedalo di vicoli stretti e maleodoranti. Mi maledissi per non
essere riuscito a braccarlo e fermarlo.
A un certo punto, mi trovai a un bivio. Imprecai e tesi i sensi, ma
ormai non avvertivo nemmeno più il risuonare dei suoi passi. Fui costretto a
scegliere velocemente. Così persi ancor più tempo imboccando la stradina
sbagliata e percorrendo con cautela quel budello lungo e oscuro, che poteva
celare qualche trappola.
Mentre m’aggiravo in quella zona sconosciuta, alla ricerca di una
traccia, colsi alcune grida soffocate che mi riportarono sul giusto percorso.
Doveva trattarsi di una colluttazione e l’istinto mi suggeriva di affrettarmi.
Tuttavia, quando raggiunsi il fuggitivo, lo trovai disteso in una pozza di
sangue.
Qualcuno lo aveva aggredito e accoltellato. Quella era una zona
malfamata e io pensai a un rapinatore che si era lasciato prendere la mano.
Mi chinai sul ferito, ma solo per constatare che rantolava. Era
alla fine. La vendetta mi era sfuggita dalle mani.
Il respiro era affannoso, ma lui continuava a guardarmi con sfida. Non
so cosa mi trattenne dal finirlo con le mie mani!
«Ce l’hai fatta… a raggiungermi… samurai! Ma non… ti sarebbe riuscito,
se non mi… avessero fermato!»
Mi permisi una piccola rivincita morale:
«Non ti rimane più molto tempo, assassino! Spero che la tua anima
dannata vaghi per i meandri oscuri, e lungo vie desolate per l’eternità!»
Nonostante fosse in fin di vita, la sua bocca si distorse in un ghigno
strafottente: «Credimi… non ho paura della morte e poi… non ho rimpianti… mi
sono divertito molto… durante la mia vita!»
L’allusione a quello che aveva fatto a mia madre mi mandò il sangue al
cervello. Lo sollevai per il bavero scrollandolo senza alcuna pietà e gli
sibilai in faccia:
«Qualcuno mi ha tolto il piacere di ucciderti con le mie mani! Ma
forse, posso ancora rendere un briciolo di giustizia a mia madre offrendo il
tuo misero corpo come pasto ai topi che prolificano nelle fogne. Ti piace
l’idea, maledetto?»
Lo vidi sussultare. Il ghigno lasciò il posto a un’espressione terrorizzata.
«No… non puoi… farmi questo! Il mio corpo… va bruciato e le ceneri…
sparse nel corso del fiume sacro!»
Ormai parlava solo con un filo di voce. Dovevo affrettarmi con le
domande.
«Allora, dimmi chi ti ha pagato! Dimmi chi è il mandante e ti prometto
che pagherò personalmente la tua pira funebre.»
Ormai il suo corpo era scosso da brividi e i suoi occhi si
rovesciavano, mostrando la sclera bianca, tuttavia, feci in tempo a raccogliere
il suo ultimo bisbiglio, che mi lasciò basito.
Quell’uomo aveva appena fatto il nome di una persona molto vicina
all’imperatore.
«Non è possibile!» mormorai, esterrefatto, mentre il malvivente esalava
l’ultimo respiro.
Quel tizio aveva detto la verità, o si era ancora vendicato dicendo
l’ultima bugia?
Pagai perché il cadavere venisse arso, così come avevo promesso e lasciai il villaggio. Dovevo recarmi a palazzo reale, presentarmi a ossequiare l’imperatore
e, in modo discreto, iniziare a indagare sulla persona che era stata nominata
da quel delinquente.
Impiegai due giorni a raggiungere la città imperiale e venni subito
ricevuto dal sovrano con tutti gli onori che mi spettavano per i servigi resi
durante i combattimenti.
L’imperatore era circondato dai consiglieri e dai cortigiani più fedeli
e mi diede segno di grande magnanimità e benevolenza.
«Avremmo voluto ricevervi con grandi onori e dimostrazioni di stima, ma
la vostra visita improvvisa ci coglie impreparati.» esordì, alzandosi dal trono
e scendendo i gradini.
Come esigeva il protocollo, mi ero prostrato con la fronte sul
pavimento, in attesa che fosse lui a darmi il permesso di guardarlo. Nonostante
la posizione riuscivo a spiarne le mosse e vidi che mi porgeva una mano per
aiutarmi a sollevarmi. Penso che non fosse mai accaduto prima e, quel gesto tanto
amichevole nei miei confronti mi sorprese, come d’altronde sorprese anche i
presenti.
Presi la mano che il sovrano mi stava offrendo, mi sollevai e gli fui
grato per tanta considerazione.
Lui sorrise: «Meritate ben altri onori, Aiashi Hamamoto. Voi e la grande
Sharez avete impedito che gli shogun ribelli minacciassero il nostro trono e
questo vi rende degni della massima stima. Per dimostrarvi la nostra
gratitudine abbiamo deciso di assegnare a entrambi una vasta porzione di
territorio a nord, dove si sono verificate le sommosse e nominare voi, shogun
di quella parte dell’impero. Sempre che la cosa vi sia gradita.» concluse,
squadrando la mia reazione.
M’inchinai, ringraziando per l’onore concessomi, anche se dentro di me
non potevo fare a meno di sorridere per l’astuzia e l’abilità stratega di cui
stava dando prova il giovane imperatore.
Nominandomi shogun, infatti, si assicurava un servitore fedele e un
abile combattente, nonché un valido esercito di samurai alla guardia di uno dei
confini dell’impero più soggetti all’invasione di barbari.
«Ne sono onorato, maestà!» risposi anche se, al contrario, mi sentivo
come se avesse appena emesso la mia condanna. Ma avevo giurato fedeltà a quell’uomo e, rifiutare l’incarico, sarebbe stato ritenuto un affronto e punito come
tale.
«Non ringraziatemi. Del resto era un titolo che vi spettava di diritto
essendo quello ereditato da vostro padre.»
Caddi dalle nuvole! Non sapevo nulla di quella nomina.
«Purtroppo, a vostro padre, gli dei non hanno concesso il tempo di assumere
l’incarico.»
Quella rivelazione contribuiva a dissipare un po’ il mistero che
circondava la morte del mio genitore.
Decisi di prendere tempo.
«Maestà» dissi umilmente, sempre a testa china «domando soltanto
qualche giorno per portare a termine un impegno preso tempo addietro con i
miei.»
«Possiamo sapere che genere d’impegno?»
«Promisi ai miei che, in caso di bisogno, mi sarei occupato io dei loro
possedimenti e vorrei adempiere alla parola data.» mentii. In fin dei conti, la
scusa della casa padronale non era del tutto campata in aria. I miei
possedevano un grande podere nei dintorni, con tanti servitori, alcuni fattori
e mandriani e, con la morte dei miei cari, ero diventato io il proprietario di
tutti i loro beni. Affidando a una persona leale l’amministrazione dei beni,
avrei potuto dedicare il resto del tempo alle indagini che mi ero prefissato.
«Vi concediamo una settimana, Aiashi Hamamoto, dopodiché vi preparerete
alla partenza.»
M’inchinai e indietreggiai soddisfatto. Una settimana, mi ripromisi,
sarebbe bastata.
In realtà, mi occorsero solo tre giorni.
continua...


















